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294 - 17.02.06


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Le crudeltà sepolte
dall’ignoranza

Alessandro Russo



Il 27 gennaio del 1945 l’armata russa apriva i cancelli di Auschwitz, le porte di una delle città invisibili del nazismo. Città invisibile come i milioni di morti che l’avevano appena popolata e come i brandelli di umanità sopravvissuta che ancora raccoglieva. Abitanti di cui rimangono immagini, per la maggior parte documenti fotografici e filmati delle truppe di liberazione. Auschwitz è ancora invisibile perché, come Mathausen, Birkenau, Dachau, ugualmente note, è ora soprattutto un vuoto, piuttosto che un luogo geografico e storico. Le immagini della Soluzione finale sono tutte ugualmente connotate, si confondono nella loro comune barbarie, come non si distinguono, nell’inespressivo e comune orrore, i corpi privati di identità.

Dal 2001 l’Italia celebra ufficialmente la Giornata della memoria per “ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. In modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”.

Nasce quest’anno il libro I giusti d’Italia per documentare l’impegno di quattrocento italiani che dal ‘43 al ‘45 intervennero per salvare parte della popolazione ebraica dal viaggio verso la morte dei campi di concentramento e sterminio.
Nascerà nel 2008 il Museo della Shoah a Roma, di cui Veltroni ha appena presentato il progetto, proprio a Villa Torlonia, là dove le leggi razziali furono scritte. E intanto sulle pagine del Corriere della Sera dal 21 gennaio è polemica per un articolo dello scrittore Alessandro Piperno.
Piperno è contrario alla manifestazione. Lancia provocatoriamente un commento sulla letteratura della Shoah, sulla cultura ebraica, forse più attento a rivendicare l’originalità della narrativa israeliana contemporanea a dispetto dell’irriducibile memoria della “letteratura da piagnistei”, citando Amos Oz. Ma è la risposta dello storico Sergio Luzzatto, anche lui contrario alla ricorrenza, a spiegare i termini dell’opposizione. “La Shoah non è stata il ‘male assoluto’, di cui tanto parlano i retori del 27 gennaio. Sia il sostantivo che l’aggettivo sono scelti senza cura. Il sostantivo, in quanto evoca una dimensione etica piuttosto che storica; l’aggettivo, in quanto suggerisce che la persecuzione razziale sia stata legibus soluta, sciolta da ogni legge, quando corrispose invece a una legislazione politicamente voluta e operosamente perseguita. Risultato? L’intera dinamica della Shoah viene consegnata a una dimensione astorica o addirittura trascendente: con un vantaggio netto per gli eredi dei carnefici e anche – in un qualche dolorosissimo modo – per gli eredi delle vittime”.

Eppure c’è necessità di costruire un ricordo nell’inconciliabile ansia del vuoto di quella memoria. Ed è nell’ansia di questo vuoto che ha trovato posto il racconto della Shoah, tra tutte le stragi compiute in nome della coerenza a un idea la più irriducibile al silenzio. E’ il racconto di chi è sopravvissuto e della propria memoria ha fatto un immaginario, non solo per se stesso, ma per gli altri. Soprattutto l’arte della visione, falsa perché cinema, medium privilegiato del fantasma, ha assunto un suo posto specifico nella ricostruzione di questa fragile e latente memoria della strage. Si è data il gravoso compito di dare immagini più o meno verosimili a una realtà già mediata dal racconto, dalla testimonianza e dalla letteratura. Un tentativo di rappresentare l’orrore.
Su questa scia le esperienze ultime di Spielberg, Benigni e Polanski ad esempio.

Nel 1975 Imrek Kertész nell’Ungheria comunista pubblicava Fateless (da noi edito da Feltrinelli), traducendo in letteratura l’esperienza dei lager. Ora, a trenta anni di distanza e con un premio Nobel per la letteratura alle spalle, questo racconto diventa Senza destino, film presentato in concorso al 55° Festival di Berlino da Lajos Koltai e candidato all’Oscar. Un debutto tardivo alla regia per Koltai, già direttore della fotografia per Istvan Szabo e Giuseppe Tornatore. Kertész ha scritto la sceneggiatura, Koltai ha diretto il film seguendo le visioni che quel libro gli evocava.

E’ un’opera asciutta di lacrime e cruda che non indugia in sentimentalismi e non cede alla possibile retorica sulla strage. La ricostruzione scenografica è accurata come la fotografia; le immagini e la vicenda storica, che pure sono parte fondamentale del racconto, non toccano l’originalità della vicenda umana del protagonista. E’ il racconto di un’esperienza unica e personale non uno sguardo sulla storia. Le prime sequenze a Budapest introducono lo spettatore in un universo della memoria. E’ il tempo che è protagonista, ma non il tempo storico. Il tempo della vicenda umana di Gyuri Koves, il tempo della sua voce narrante, scandito dalle campane, dalle lancette e dal suono di un pendolo che segnano il progressivo allontanarsi del padre, tra tutti internato per primo nei campi di lavoro. Sono le parole di un vecchio in preghiera a dichiarare il punto su cui ruota la frattura del film “Adesso partecipi anche tu al destino comune degli ebrei”. Un destino che non è davvero comune, come con evidenza dimostra la storia narrata, e che pare in parte scelto dal popolo stesso nell’orribile consuetudine alla sottomissione. Così la preghiera per le colpe verso Dio è per Gyuri solo una fila di parole incomprensibili. La sua giovinezza invece parla, nel suo sguardo verso la giovane vicina di casa che passa di lì distraendolo.

Senza destino non è il racconto della Shoah degli ebrei ungheresi, ma un romanzo di formazione. Il cinema da sempre attinge a questa letteratura per dare vita alle sue storie. Nelle immagini è raccontata una terribile e progressiva perdita di innocenza del protagonista e di questo inesorabile processo sono pregni i primi piani del bravissimo Marcell Nagy. Nella generale distrazione, nell’incredulità che fa dire “tieni giù la testa e fa passare la tempesta”, nelle parole di ebrei filotedeschi e nei futuri collaborazionisti, anche ai gendarmi che eseguono gli ordini di sequestro è ancora data una qualche umanità. Emerge, in un abile gioco di campo e controcampo, nel sorriso dell’uomo che sta consegnando Gyuri e altri ragazzi al lager. Nelle intenzioni del regista, nei tempi del montaggio, è chiara la possibilità che in quel sorriso ci siano non una, ma mille crudeltà sepolte dall’ignoranza, ma anche la progressiva scoperta del protagonista. Per Gyuri forse i gendarmi possono ancora essere buffi personaggi, ci può forse essere ancora un ultimo gioco. Senza destino, ossia senza la scelta di poter vivere altrimenti. Un’esperienza che non ha possibilità di esprimersi se non nell’odio, nella disperata affermazione che forse potrebbe essere meglio morire in una camera a gas piuttosto che sopportare il terrore, nell’umanità residua che trova la felicità nel lager “in quell’ora particolare, prima della cena”. Un film che provocatoriamente rivendica la continuità della vita e l’impossibilità della negazione del lager, parallele alla difficoltà del raccontarlo. Un’opera senza colpi di scena, narrata, secondo le intenzioni degli autori, che parla al presente senza tentare di risolvere il passato. Qui la sua differenza e originalità. Una regia attenta più a cogliere il continuo tentativo di rimuovere l’orrore che a ricercare un’originalità estetica, conscia dell’impossibilità della rappresentazione verosimile, della commemorazione e della ricostruzione storica. E’ la metafora del viaggio attraverso gli inferi che si è inesorabilmente spezzata in questo eroe che torna dalle viscere dell’umano con l’estrema pena di essere sopravvissuto al suo destino.

 

 

 

 

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