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294 - 17.02.06


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“Non è una tragedia,
è la mia famiglia”

Francesco Roat



Paul Collins,
Né giusto né sbagliato,
Adelphi, pp.268, € 18,00


Morgan - due anni - pare decisamente un bimbo dotato: sa ormai leggere e contare fino a venti persino alla rovescia, ripete canzoncine o filastrocche a memoria, è già in grado di fare i primi approcci col computer. Ma al di là di tutto questo c’è un ma pesante come un macigno: il bimbo non reagisce alle parole dei genitori, anzi praticamente non comunica. È isolato, chiuso in se stesso, talvolta sembra impermeabile agli stimoli esterni. Ai suoi genitori Morgan sembra appena un bambino diverso dai coetanei, però i medici la pensano altrimenti e sfoderano una diagnosi da far tremar le vene e i polsi: autismo.

Inizia così, descrivendo questo cucciolo di umano che è poi suo figlio, l’eccentrico libro di Paul Collins Né giusto né sbagliato. Un mix tra un racconto diaristico-biografico, un romanzo e un saggio per i non addetti ai lavori intorno al mondo alieno in cui vivono isolati i bambini autistici. E anche rivolto ai genitori e a tutte le persone coinvolte nella difficile gestione di questi soggetti davvero così diversi da altri portatori di handicap legati alla sfera cognitivo-relazionale. Gli affetti da autismo, infatti, appaiono spesso particolarmente intelligenti se non in taluni casi persino geniali. Eppure comunicano solo quando vogliono loro e soprattutto come pare loro, venendo giudicati – specialmente nel passato – idioti o peggio ancora folli.

Non a caso il testo di Collins, dopo la presentazione di Morgan e famiglia, tratta di Peter, il Ragazzo Selvaggio trovato nel ‘700 ignudo in una foresta e vissuto a lungo presso la corte inglese, il quale ebbe la ventura di conoscere Swift e Defoe. Re Giorgio I, infatti, si appassionò al caso di questo fanciullo che si cibava di noci e si comportava come una scimmia, tentando in vari modi di civilizzarlo o forse di umanizzarlo, giacché nel secolo dei Lumi non era chiaro a chi studiava Peter (il primo caso celebre di autismo) se egli fosse davvero un uomo o si trovasse in uno stadio a metà fra le bestie e gli esseri dotati di un’anima dal creatore. Aneddoti a parte, e mutatis mutandis, alla fin fine un interrogativo analogo si è sempre posto anche nei confronti degli altri autistici: chi sono questi individui (maschi, per lo più) “diversi dagli altri in maniera radicale e permanente” soprattutto per la loro tendenza ad un isolamento che li chiude in un mutismo alienante?

Collins - ricordando ai lettori come solo nel 1943 l’autismo venne identificato quale patologia specifica - ripercorre le tappe dell’analisi di questa condizione (deprivazione?) esistenziale, il cui paradosso consiste per un verso nell’incapacità (al limite del ritardo mentale) da parte dei soggetti autistici di rispondere alle più banali domande, per un altro nella capacità di “calcolare le radici cubiche prima ancora di andare all’asilo, o memorizzare quantità incredibili di informazioni”. Così, provoca l’autore, il bambino (ma pure l’adulto) autistico risulta al contempo disabile e “più abile”; anzi in taluni casi abilissimo. Ci si chiede ancora spesso sui media se Newton o Einstein, Glenn Gould o Andy Warhol, dato il loro carattere stravagante e chiuso, fossero autistici e probabilmente non è una domanda peregrina.

Di certo le riflessioni sull’autismo hanno conosciuto una pagina davvero dolorosa. Parlo del testo di Bettelheim La fortezza vuota e della sua strampalata teoria che dava a genitori “indifferenti” la colpa di sospingere i figli all’isolamento e al rifiuto della parola. Oggi, sottolinea Collins, nessuno crede più alle ipotesi del dottor Bettelheim (che peraltro non era nemmeno laureato), ma permangono alle soglie del nuovo millennio degli stereotipi intorno a questa malattia, come pure riguardo al concetto di normalità e integrazione. Per questi bambini chiusi in se stessi, polemizza Collins, la loro vita isolata e silenziosa non costituisce un problema o un’anomalia, bensì un altro modo di porsi nei confronti della realtà. Per suo figlio Morgan, se vediamo le cose con una prospettiva differente, “il problema è il mondo esterno…le persone che lo circondano. Fai questo, fai quello. Per lui non ha senso, e allora piange, si agita”.

L’autore non intende comunque eludere o mascherare quelli che sono gli aspetti più dolenti della condizione esistenziale autistica. Il suo bambino non sa mangiare, vestirsi, muoversi fuori casa da solo. Non ha la percezione dei pericoli, è dipendente in tutto e per tutto dai genitori. Eppure, al di là di ogni aspetto svantaggioso, è bello l’approccio positivo da parte di Collins ad una patologia tanto invalidante; come pure il considerare suo figlio quale parte vitale e inscindibile di un tutto integro, la propria famiglia. Un insieme non malato, non diverso come appare agli occhi degli altri. E c’è da credergli. Quella di Morgan e dei Collins, “non è una tragedia, non è una triste storia, e neppure il film della settimana. È la mia famiglia”.

 

 

 

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