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294 - 17.02.06


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Le immagini che
svelarono la Shoah

Francesca Guinand



«Prima di allora non avevo mai sentito parlare dei campi di concentramento. Ero un soldato tedesco eppure non sapevo dei crimini commessi dai nazisti». Sono le parole di Johann J. Shätzler, assistente alla difesa di Hess, uno dei tre imputati assolti al processo di Norimberga. Le parole con cui si apre il documentario che la Utet ha prodotto in occasione del giorno della memoria (il 27 gennaio) sul processo di Norimberga, e che, oltre a interviste inedite agli ultimi protagonisti ancora in vita, raccoglie i filmati originali dell’Archivio Statale Russo Krastnogorsk, che includono le deposizioni finali degli imputati, gli interrogatori e le requisitorie dei procuratori.

A Norimberga furono quelle immagini a svelare la verità, sconvolgendo giudici, stampa, traduttori, e gli stessi imputati. E poi l’opinione pubblica mondiale. La scoperta dei lager, del destino che la dittatura nazista aveva riservato a 6 milioni di ebrei. «Come potevano negare che era vero se c’erano le immagini? Shaft era di spalle quando fecero vedere le immagini dei campi. Lui era il direttore della banca di Germania e non gli importava niente, gli altri guardavano con espressioni tristi», racconta Boris Efimov, il vignettista della stampa sovietica al processo. «Anche se erano palesemente colpevoli» come spiega il grande giornalista Walter Cronkite, l’accusa portò le prove degli orrori nazisti, compresi filmati che documentavano le barbarie commesse dai tedeschi.

L’obiettivo più importante del processo di Norimberga fu insegnare all’opinione pubblica quello che era accaduto, e tentare di istituire un diritto internazionale per impedire che quello che era appena successo potesse ripetersi in futuro. In molti si chiederanno, dopo aver visto queste immagini, il perché dei lager, e come ad un uomo sia venuta in mente l’idea di un genocidio di massa. Basterà allora ascoltare le parole del gerarca Hermann Göring: «Volevo sottolineare che si trattava di un atto di stato politico, di un atto di difesa. Dissi perciò che questi uomini in un primo tempo dovevano essere internati nei lager, all’epoca era stata proposta l’apertura di uno o due lager». Probabilmente solo al processo molti gerarchi si saranno resi conto della differenza che passa tra dare un ordine e realizzare un ordine. Forse solo in pochi avevano compreso quanto le loro decisioni potessero cambiare la storia e la vita di milioni di persone. Forse Hitler lo aveva capito, ma si uccise. Forse Göring lo aveva intuito, ma al processo lo negò: «Non ho mai decretato l’uccisione di chicchessia». E poi anche lui si uccise, convincendo una guardia americana a procurargli una fiala di cianuro il giorno prima dell’impiccagione.

In molti, fra storici e persone comuni, credono ancora che il processo contro i 21 gerarchi nazisti sia stato l’atto finale dei vincitori contro i vinti. Ma attraverso questi filmati, divenuti veri e propri documenti storici, capiamo che non fu proprio così. Fin dalla conferenza di Yalta del 1945 Usa, Gran Bretagna e Unione Sovietica decisero di creare un tribunale penale internazionale in grado di giudicare i crimini di guerra. Mai prima d’allora delle singole persone erano state considerate responsabili per fatti commessi da uno Stato, un Governo, una dittatura. Professione e ruolo sociale, etica e responsabilità da quel momento definitivamente indivisibili. Due le decisioni principali di Robert Jackson, giudice della corte suprema del Tribunale Internazionale di Norimberga. Primo, se la colpevolezza dell’imputato non è documentata o verificabile, non c’è reato (tre imputati furono assolti). Secondo: fu risolto il problema giuridico dell’ex post facto: era possibile punire anche quelle azioni che al tempo dei fatti non erano considerate reato.

Secondo lo Statuto di Norimberga gli imputati non potevano basare la propria difesa sostenendo di aver agito eseguendo ordini superioni. Ma in molti perseguirono questa tesi, come Ernst Kaltenbrunner: «In questa sede sono stato accusato perché servono dei sostituti per Himmler, che non è rintracciabile (…) Vi chiedo di non mettere in relazione il destino e l’onore di centinaia di migliaia di vivi e di caduti delle SS, delle Waffen SS, e dei funzionari che credono nei loro ideali e difesero coraggiosamente il Reich fino all’ultimo, con la vostra giusta causa contro Himmler. Con me anch’essi credevano d’agire secondo la legge». È quindi davvero possibile obbedire alla legge degli uomini abbandonando la propria legge morale? Evidentemente sì.
Oltre a queste dichiarazioni nel documentario-collage della Utet si trovano anche testimonianze di fatti poco noti ai più, come gli Einsatzgruppen, le squadre d’azione mobile delle WaffenSS che massacrarono un milione di ebrei in Russia. E poi le interviste a Efimov, Ferencz, Hamburger e Schätzler, gli ultimi testimoni del processo ancora in vita.

 

 

 

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