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294 - 17.02.06


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Letteratura ebraica
e Terra d’Israele

Valentina Guiducci



Se il Giorno della Memoria per qualcuno vuol dire celebrazione del ricordo, di quello che è stato, ricordare collettivamente un disastroso pezzo di storia, per qualcun altro significa ricordare intimamente e individualmente un pezzo della propria vita. E accanto a chi ricorda, qualcuno non dimentica.

La commemorazione del passato, secondo il Direttore del Dipartimento Educazione e Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche italiane, Roberto della Rocca, espressa, visibile e viva nei monumenti ai caduti e nei musei delle nostre città, diventa semplicemente una forma di memoria collettiva istituzionalizzata che, di fatto, è sottratta alla coscienza individuale. Il compito di trasformare il ricordo in memoria viva e trasmetterlo alle generazioni future è assegnato dall'ebraismo alla tradizione orale che, anziché essere isolata e decontestualizzata in un monumento, è inserita nella continuità di un sistema culturale.

Tra la coscienza culturale collettiva di un popolo che ha perso il suo centro e la coscienza culturale individuale, riconducibile ad un senso di autenticità esperita e costruita giorno per giorno, si innesta bene la letteratura, come mezzo, strumento, veicolo di tradizione orale rielaborata nella propria personale vicenda di vita.
Ed è proprio la letteratura la vera protagonista dell’incontro organizzato dalla Società Geografica Italiana a Palazzetto Mattei in Villa Celimontana “Letteratura ebraica e terra d’Israele”, in occasione del “Giorno della Memoria”.

Tra i presenti anche Alessandro Piperno, redattore di “Nuovi Argomenti” nonché l’autore del romanzo Con le peggiori intenzioni, edito dalla Mondadori lo scorso anno. Per lui la letteratura non è altro che l’elaborazione, la demonizzazione, la volontà implicita o dichiarata di fuggire, di rimuovere piuttosto che di ricordare e far sapere. Se il fattore geografico si rivela fondamentale nel risultato dello scrittore, per contenuto e forma, l’individuo nella sua interezza non può essere da meno. E’ questo che caratterizza la tradizione ebraica, questo il motore della sua identità che perdura ancora oggi così forte tra il suo popolo, malgrado quella perdita del centro di cui si è parlato. Il ricordo della storia per un popolo che è passato attraverso l’esperienza della Shoah diviene punto forte dell’identità ebraica, senso d’appartenenza che si materializza dentro l’individuo come fardello ma anche orgoglio di chi non ha dimenticato e mai dimenticherà.

Piperno ammette di non amare la parola “memoria” e preferire quella di “oblio”, inteso come il desiderio di liberarsi dai fantasmi del passato, perché la memoria è troppo forte, troppo pesante, e da ragione a Joyce quando diceva di volersi svegliare dall’incubo della storia. Allora come sciogliere il nodo della matassa? E’ utile o no la memoria quando si realizza sul piano della collettività? Prova a rispondere Della Rocca, che sottolinea come oggi le manifestazioni e le testimonianze siano particolarmente significative, poiché assistiamo ad una recrudescenza di violenza che non ci deve lasciare inerti. E in un certo senso riprende il filo del discorso iniziato pochi giorni prima da Piperno sul Corriere della Sera. Lo scrittore metteva in guardia dall’enfasi di chi celebra il ricordo della Shoah dimenticandosi dell’antisemitismo dei nostri giorni.

Per assicurare alla memoria un ruolo vitale, capace di funzionare nel tentativo di arginare eventuali disastri, anche nella salvaguardia di un modello di vita, è dunque necessario che la memoria storica si innesti nel presente entrando a far parte della coscienza individuale. Il percorso segue una direzione che parte dall’individuo e si spinge verso una dimensione collettiva, e questo processo riesce a realizzarsi, a compiersi, attraverso la letteratura.

Ma cosa si intende per letteratura ebraica? E’ giusto fare una differenziazione tra quella ebraica e quella israeliana? La letteratura ebraica aveva già una sua voce durante l’Illuminismo per Alon Altaras, scrittore, poeta e traduttore, che nel 2003 ha ricevuto il Premio Nazionale per la Traduzione del Ministero per i Beni e le Attività culturali. Diversamente da Elisa Bianchi, professore ordinario di Geografia della Popolazione presso l’Università degli Studi di Milano, specializzata sulle minoranze etniche in Israele, che sottolinea come sia necessario fare una netta distinzione tra la letteratura ebraica e quella israeliana, nata appunto con lo Stato di Israele, Altaras vede in quegli anni la nascita di tanti nuovi scrittori ebrei, un nuovo vigore per chi già scrittore lo era e nella terra di Israele un nuovo e forte referente. Secondo lo scrittore, famoso anche per avere tradotto ed esportato in Israele molti classici della letteratura italiana, la letteratura laica ebraica è assolutamente precedente allo Stato e già molto sviluppata. A noi allora vengono alla mente Grossman, Oz, Yehoshua, Agnon.

Certamente l’influenza della Shoah nel determinare l’identità storica e culturale dello stato di Israele è un fatto difficilmente contestabile. E la letteratura israeliana non poteva che essere nata sotto il segno della Shoah. La Shoah, attraverso la letteratura, è la memoria trasformata dall’immaginazione, dall’individuale che sottrae alla collettività un pezzo di storia rendendola vitale, dinamica, perché rielaborata e sempre viva nel tempo. La storia per Della Rocca dà garanzia di stabilità al ricordo, ma quasi sempre monumentalizza e distanzia i sentimenti, li raffredda, li normalizza, perché pretende di offrire un'impossibile obiettività sottraendo la memoria alla sua appartenenza individuale per consegnarla invece alla collettività universale, la letteratura invece compie l’atto inverso: salva dal calderone della pretesa obiettività collettiva, ovvero dalla storia resa monumento, l’unicità della tradizione orale, la memoria individuale. Il più bel dono dell’uomo all’uomo, la memoria.

 

 

 

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