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293 - 03.02.06


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Tra eredi e maestri,
un Pantheon eccellente

Corrado Ocone



L’autore del libro “Benedetto Croce: liberalismo come concezione della vita” (Rubbettino) risponde alla recensione di Sebastiano Maffettone apparsa sull’inserto domenicale del Il Sole 24Ore del 18 dicembre 2005.


Un libro da me appena pubblicato, per i tipi di Rubbettino (Benedetto Croce. Il liberalismo come concezione della vita), ha riproposto un’antica e un po’ vetusta questione: è Croce un pensatore liberale o no? (hanno detto la loro, fra l’altro, anche filosofi noti come Gianni Vattimo e Sebastiano Maffettone).
È, nonostante tutto, una questione importante, che conviene continuare porsi. Non tanto in sé: ogni autore è quello che è e vale per quanto ci dà. Lo è perché ci permette di definire il liberalismo, di capire ciò che intendiamo per essere liberali.

Croce si riteneva e definiva liberale, ma vari autori, ad esempio Bobbio e Bedeschi, hanno messo in discussione il suo liberalismo perché, come ha scritto Maffettone, egli ha “trascurato di partire dal classico problema liberale dei limiti dello Stato”. Giusto. La domanda ulteriore che però bisogna porsi è questa: “limiti dello Stato rispetto a chi?”. Il liberale classico risponde: “rispetto all’individuo”. Ed è qui, infatti, il centro della questione liberale: l’individuo. Ma è qui anche il problema enorme che si apre: l’individuo, così come lo concepivano i liberali classici, è stato messo in crisi, o meglio in scacco, dalla filosofia contemporanea. Esso non può più essere concepito infatti come il Soggetto ontologicamente forte, il Soggetto-Sostanza della Modernità; non può più essere concepito come un in-dividuum, un ente indivisibile e compatto. Remo Bodei ha pubblicato per Feltrinelli, non molto tempo fa, Destini personali, un bellissimo e dotto libro in cui mostra come l’individuo sia stato decostruito e destrutturato e poi ricomposto in molteplici forme dalla filosofia degli ultimi due secoli. E non mi riferisco solo e esclusivamente all’opera imponente dei tre grandi Maestri del Sospetto (Marx, Nietzsche e Freud) individuati da Ricoeur. Oggi l’individuo può essere concepito al massimo come un precario punto di equilibrio fra forze di varia natura che lo percorrono. Come un progetto, una conquista da ripetere ogni giorno, piuttosto che come un dato di fatto o peggio “naturale”. Eppure, nonostante questa consapevolezza acquisita, ci rendiamo anche conto che, se il liberalismo perde questo centro di gravità, perde se stesso. Questo è il punto. Che fare?

Il compito che ci attende, io ritengo, è quello di riconciliare il liberalismo con la filosofia. Nata come dottrina moderna (nel senso letterale del termine, cioè nel senso di appartenente alla modernità), oggi che la modernità è alle nostre spalle, la concezione liberale esige di essere reinterpretata e ridefinita. Detto altrimenti: occorre cambiarla nella sostanza, per conservarne lo spirito. Dobbiamo ridefinirla per adeguarla ai nostri tempi, diciamo pure così: riscriverla dei nuovi bisogni dei nuovi problemi di libertà (era questa, fra l’altro, l’esigenza avvertita da Matteucci nel suo classico libro sul liberalismo, che Il Mulino ha appena ripubblicato).

Il fatto, tuttavia, è che io sono convinto che i liberali non siano rimasti in questi ultimi due secoli con le mani in mano, come suol dirsi. Almeno a partire da Tocqueville, che è un vero punto di discrimine (l’incipit di una nuova storia), essi hanno elaborato, in maniera non del tutto o niente affatto predeterminata (come accade in questi casi), un liberalismo coerentemente non fondazionista (che a me piace chiamare “liberalismo senza teoria”). Un liberalismo che non ha pertanto l’esigenza di poggiare su basi sostanzialistiche il concetto di individuo. Croce si inserisce, a mio avviso, in questo filone: lungi dall’essere una posizione minoritaria, dalla mia prospettiva (che spero non sia un errore prospettico), la sua dottrina si inserisce nella matrice principale del liberalismo contemporaneo. “Liberali senza teoria” sono stati, oltre a lui, faccio solo degli esempi, Berlin, Aron, Dewey, Popper, Ortega y Gasset, Hannah Arendt, solo in parte von Hayek.

Lungo questa direttrice troviamo poi buona parte della Tradizione Italiana, a cominciare da Gobetti (il cui pensiero è un vero idealtipo da questo punto di vista) e Rosselli. Una frattura epistemologica è rappresentata invece da Bobbio, o meglio dal Bobbio autore, negli anni Cinquanta, di Politica e cultura (1955). Il discorso sul grande pensatore torinese è però molto complesso. E io ritengo che negli ultimi anni di attività, fecondi e originali, egli sia andato rivedendo in profondità molte sue posizioni teoriche precedenti. Posizioni e concezioni a cui hanno invece attinto a piene mani e si sono ispirati Bedeschi e tutti i neoliberali che hanno occupato la scena del dibattito culturale italiano degli ultimi anni (indipendentemente dalla loro connotazione politica di destra e sinistra, in questo discorso di secondaria importanza).

Croce è, fra l’altro, il teorico della vitalità: un concetto che svolge un’importante ruolo nell’ottica del progressivo depotenziamento crociano delle categorie epistemiche. Un processo cominciato, in verità, molto presto, che ci fa leggere le stesse quattro categorie come “potenze del fare” o addirittura “potenze retoriche” (del discorso). Maffettone individua molto bene questo punto. E, inoltre, scrive: “Croce appartiene a una tradizione minoritaria, aristotelica, individualista e storicista di liberalismo”. In virtù di quanto ho detto, concordo perciò solo in parte con questa tassonomia. Non ritengo infatti che quella liberale di Croce sia una tradizione minoritaria, né che sia individualista. Concordo invece sul fatto che sia una tradizione storicista e, in vari sensi, aristotelica.

Rimane in piedi la necessità, non posso non ammettere, di offrire ulteriori elementi per costruire una teoria, mi si scusi il bisticcio di parole, del “liberalismo senza teoria”. È un discorso complesso che, secondo me, deve portarci ad accettare un evidente paradosso: che per costruire la teoria del liberalismo (che anche perciò è una dottrina diversa dalle altre) è forse più importante il contributo dei non o addirittura degli antiliberali che non quello dei liberali veri e propri. Non è un caso, a mio avviso, non solamente che Croce abbia preferito Hegel e Machiavelli a Locke e Kant, come opportunamente sottolinea sempre Maffettone, ma che, ad esempio, ci sia stato nel Novecento un grandissimo autore liberale, Isahiah Berlin, che ha costruito un suo particolare Pantheon includendovi Machiavelli, Vico, Herder e addirittura il “mago del Nord” Hamann?


 

 

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