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292 - 09.01.06


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Alla (ri)scoperta dell’umanesimo

Hasan Bülent Kahraman



Nel campo degli studi sulle traduzioni, la Turchia rappresenta un caso davvero unico e specifico. La stessa modernità turca è un processo di traduzione, dal momento che non può essere considerata indipendentemente dalla volontà di occidentalizzazione. Durante l’ultima fase dell’impero ottomano quando la “revitalizzazione” dello Stato appariva una necessità non procrastinabile, l’unico prerequisito sembrava essere il trapianto delle istituzioni occidentali. Anche se iniziato come un “intervento neutrale”, questo modello assunse presto una piega caratteristica e divenne di per sé rigorosamente ideologico poiché il trapianto non riguardava esclusivamente la tecnologia, ma anche la sottostante visione generale del mondo.

La nozione di materialismo è uno dei risultati di questo intervento e, nel periodo compreso tra il 1876 e il 1908, la Turchia istituì una delle sue strutture più spettacolari e meditate: l’Ufficio traduzioni. E’ convinzione ampiamente diffusa che l’ufficio traduzioni sia stata la culla, tanto dell’intellighenzia quanto della modernità turca, visto che la seconda rappresenta la volontà teleologica della prima. Inoltre, il modello turco di modernità è sempre stato sotto l’assoluta influenza del positivismo dominante tra gli intellettuali d’avanguardia. Cosa che andrebbe ritenuta sostegno naturale al processo di traduzione.

Evidentemente, alla radice di questo modello e di questo processo c’è la proclamazione della Repubblica turca. Appena fondata, infatti, la Repubblica si rivolse agli intellettuali e non solo considerò l’occidentalizzazione il suo principale obiettivo ma credé anche che il raggiungimento di questo obiettivo dipendesse dalla scuola e dall’istruzione. Tra i primi passi di questo sviluppo, nel corso degli anni Trenta e sotto l’influenza delle teorie fasciste derivanti dall’Europa contemporanea, avvennero due fatti importantissimi dal punto di vista culturale. Il primo fu l’istituzione dei dipartimenti di studi classici all’interno di quelli di Ittitologia e Sumerologia nelle università di Ankara e di Instanbul – in larga misura con l’assistenza di studiosi ebreo-tedeschi fuggiti dal regime nazista. L’altro fu l’apertura nella città di Ankara di un ginnasio classico che poneva particolare enfasi sull’insegnamento del greco e del latino come conseguenza dell’alta considerazione in cui venivano tenute le culture greca e romana considerate le radici della civiltà occidentale.

Negli anni Quaranta, questo approccio fece un ulteriore passo in avanti. Sempre ad Ankara l’Ufficio traduzioni venne istituito come dipartimento del Ministero dell’Istruzione Nazionale e assunse la maggior parte dei più importanti intellettuali dell’epoca affinché contribuissero al grande obiettivo di tradurre in lingua turca i classici occidentali. In quanto parte di questo progetto – destinato ad essere poi abbandonato pochi anni più tardi – sono state scritte e pubblicate centinaia di traduzioni sotto l’egida del Ministero dell’Istruzione turco. Si trattò di una missione unica, ancora insuperata nella storia culturale della Repubblica turca, e il cui scopo era, senza dubbio, la creazione di un “cittadino nuovo”.

Anche se l’iniziativa vanta una lunga storia che può essere fatta risalire al diciannovesimo secolo, la missione repubblicana è stata ancora più radicale. Una circostanza particolare che andrebbe ricordata è che il cuore del progetto dipendeva dal fatto che ogni cosa era stata modellata e formulata dalla forte volontà dell’élite dominante, nel clima creato da un regime di partito autoritario. Man mano che la Turchia avanzava verso una nuova fase politica e si apriva la possibilità di un regime multipartitico relativamente democratico, l’enfasi posta su questo approccio “missionario” iniziò a svanire. L’asse della volontà politica si spostò sulle forze marginali piuttosto che su quella centrale e i metodi populisti e i compromessi compiuti per forzare le masse non si curarono di quella che potremmo definire la “missione della traduzione”.

Al momento, è piuttosto difficile sostenere la funzionalità, sia dal punto di vista pratico che ideologico, di un tale progetto per svariate ragioni: innanzitutto, l’approccio quasi esclusivamente eurocentrico evidenzierebbe come un progetto di questo tipo non possa essere oggi né sostenuto né proposto; in secondo luogo, l’idea di un canone occidentale, dopo molte analisi e dibattiti appassionati, ha raggiunto oggi un punto che andrebbe considerato attentamente. Queste due condizioni hanno effetti anche sul concetto di letteratura comparata, spingendolo verso una nuova posizione in cui vengono privilegiate metodologia ed epistemologia multiculturali e pluraliste. La nuova era del multiculturalismo non solo punta in direzione di nuovi campi di ricerca e di studio come nel caso dei subaltern studies, degli studi femministi, di quelli sulle minoranze e di altri simili, ma dà anche nuovo contenuto e nuova forma alla nozione di umanesimo.

L’umanesimo, a lungo sottovalutato, sta ora attraversando un momento di revival. Come osserva Emily Apter in uno dei suoi articoli recenti, figure importanti come quella del defunto Edward Said, che ha contribuito alla nuova fase degli studi di letteratura comperata, ha assunto – in ultima analisi – una posizione che non contestava e neppure ignorava l’importanza dell’umanesimo. D’altro canto, una più ampia comprensione dell’umanesimo è sempre presente alla base di tutti i possibili approcci al subalterno, all’oppresso o al represso. L’unica condizione è che l’umanesimo acquisti, a questo proposito, nuova sostanza. Non più nella versione romantica ottocentesca, che si fondava sulla nozione della grandezza della Grecia e della Roma antiche, ma in una versione più secolare e terrena, per usare i concetti chiave di Said.

Il ventesimo secolo si è concluso con la forte volontà di creare una nuova comprensione dell’umanità. Il tragico crollo del regime autoritario turco, che, da una certa prospettiva, non può essere condannato per lo zelo mostrato nel costruire un nuovo mondo fondato sull’uguaglianza e sul sapere scientifico, non è riuscito a rendere felice il genere umano, a causa dell’enfasi data alla realtà futura piuttosto che a quella presente. Alcune generazioni sono state sacrificate per migliorare il destino di quelle future. Inoltre, anche la ricerca di omogeneizzazione ha impedito l’accesso della società alla ricchezza della pluralità e all’abbondanza delle differenze.

Le nuove proposte sono volte a incoraggiare l’eterogeneità e il pluralismo. Gli sviluppi tecnologici hanno fornito un sostegno importante al raggiungimento di questi obiettivi. I nuovi concetti che sono stati sviluppati alla fine del ventesimo secolo sono stati soprattutto il risultato di una condizione particolarissima che può essere sintetizzata come una sfida posta dalla geografia alla storia. A questo proposito, il ventesimo secolo ha assistito all’emergere di fenomeni come la frammentazione, la transizione, il superamento dei confini. Tutti questi concetti sono strettamente connessi all’importanza attribuita a temi come quello della memoria, dell’identità, del corpo, del genere e della sessualità.

Si potrebbe sostenere che tutte queste idee facciano parte di una nuova concezione di traduzione, che, tuttavia, non è né una traduzione da un linguaggio ad un altro nel senso stretto del termine, né la traduzione da un testo ad un altro, ma la traduzione di concetti come comprensione umana, tolleranza, altruismo. In altre parole, ancora una volta emerge in superficie ciò che viene rappresentato nella traduzione, ma in maniera più complessa e anche più essenziale. La traduzione è sempre stata una condizione pertinente all’umanesimo; ora il punto è che l’essere umano viene tradotto con tutti gli elementi intellettuali necessari.

Leo Spitzer, che ha trascorso parte della propria vita a Istanbul e ha fondato il centro di Studi Romani presso l’università della città turca, era in fondo un umanista. Questa caratteristica molto significativa di Spitzer è rivelata da un paradosso che egli ha esibito continuamente. Da un lato, infatti, Spitzer professava il potere “comparativo” della letteratura mentre dall’altro sosteneva l’idea che una lingua non potesse essere tradotta in un’altra. Quest’idea era certamente una conseguenza del rispetto e dell’amore che Spitzer nutriva per la nozione astratta di lingua. Non ci dovrebbero essere obiezioni alla sensibilità di Spitzer. Eppure, ora è arrivato il momento di sostenere che l’unico rimedio per i problemi esistenti dell’umanità è la traduzione, una traduzione in senso lato.

Traduzione dall’inglese di Martina Toti
© Eurozine
La versione originale di questo articolo è
apparso sulla rivista turca Varlik (1/2004)



 

 

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