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292 - 09.01.06


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Quando Flaubert
inventò il talk show

Siegmund Ginzberg



Tratto dal quotidiano Il Foglio

Uno scrittore dell’Ottocento, che non poteva immaginare la tv, internet e Google, ne aveva anticipato tutta la sostanza. Era riuscito a profetizzarne in nuce grandezza e miserie, fascino e disgusto, interesse e noia, sublime e ridicolo. Il romanzo incompiuto di Gustave Flaubert, Bouvard et Pécuchet, pubblicato postumo nel 1881, si presenta come un talk show infinito. Con due conduttori (aveva intuito la povertà del conduttore unico, come già altri prima di lui, a cominciare dall’inventore di Don Chisciotte e Sancio Panza), che parlano di tutto e di più: di attualità, biologia, storia, economia, politica, medicina, cronache parlamentari, processi, religione, di angeli come di letame, dei massimi sistemi come di ogni minuta bazzecola o fesseria. E al tempo stesso si presenta come un reality show infinito, con la telecamera costantemente incollata alla banalità quotidiane dei protagonisti. Li segue sino al cesso. “Noi dobbiamo entrare nella vita reale fino all'ombelico”, avrebbe teorizzato Flaubert. Certo non poteva prevedere il telecomando. Ma tra tutti i grandi romanzi dell’Ottocento, questo è quello che forse meglio si presta, anzi invita allo zapping.

C’è chi l’ha descritto come la più grande ed esilarante “enciclopedia della stupidità” in tutta la storia della letteratura (ovviamente prima che imperasse la tv, “deficiente” per antonomasia). Ma questa definizione non basta a spiegare, neppure a dare un’idea dell’altro aspetto del mistero: del perché la “stupidità” esercita un fascino così irresistibile, travolgente, anche quando viene additata ad irrisione. Sia pure con l’avvertenza, da parte di Flaubert, che “Per vivere in pace, non bisogna mettersi né dalla parte di quelli di cui si ride né dalla parte di coloro che ridono”. E se fosse che questa stupidità non è poi così “stupida” come sembra a prima vista? E comunque la stupidità non è in coloro che la praticano, ma nelle cose.

Bouvard et Pécuchet è, nella definizione dello stesso autore, “la storia di due bravuomini che copiano una specie di enciclopedia critica in forma di farsa”. Farsa è un termine teatrale. I due sono ridicoli, sembrano due imbecilli. Ma la loro è l’imbecillità del buffone, che riesce a dire cose che gli altri non sanno o non possono dire. Sanno fare spettacolo, e per fare spettacolo ci vuole grandissimo talento. Danno spettacolo occupandosi di tutto, parlando di tutto, in particolare di tutto quello che passa per “serio”. “Bouvard e Pécuchet è una rassegna di tutte le scienze, quali appaiono a due spiriti abbastanza lucidi, mediocri e semplici”, è la definizione che ne dà Maupassant, che con Flaubert aveva confidenza. Ma la loro è una “stupidità” che poggia sulle spalle di quella degli “intelligenti”, anzi dei geni. C’è in Flaubert una continua ambivalenza tra imbecillità e genialità. “IMBECILES (sic): coloro che non la pensano come noi”, suona la voce relativa nel Dizionario delle idee comuni (Dictionnaire des idées reçues, sottotitolo: Le catalogue des opinions chic), l’altra opera incompiuta cui Flaubert aveva lavorato per tutta la vita. Per quest’opera che “potrebbe anche avere riuscita, perché sarebbe tutta di attualità” (un’attualità di lungo respiro, che si dilata nell’arco di diversi decenni), si riprometteva di “arrangiare la materia in modo che il lettore non sappia se ci si prende gioco di lui o no”. Anche per il Bouvard et Pécuchet la forza sta nel fatto che il lettore non ha mai la certezza assoluta sul se e in che misura lo show dei cretini si stia prendendo gioco di lui. Si sono scritti fiumi d’inchiostro sul fatto che Flaubert ce l’ha con la “stupidità del borghese”, dei conservatori, dei preti, degli oscurantisti. A dire il vero ce l’ha anche con la stupidità dei proletari, dei progressisti, dei socialisti, dei riformisti. Si potrebbe dire che ce l’ha con la stupidità di tutti i fanatici, compresi quelli che danno addosso alla stupidità altrui. La bêtise, la “stupidità” per lui è soprattutto quella di chi vuole per forza arrivare a delle conclusioni. “Sì, la stupidità consiste nel voler concludere. Siamo un filo, e vogliamo conoscere la trama…”. Non per niente, una delle caratteristiche del Bouvard et Pécuchet è la mancanza di trama, la circolarità, il continuo ritorno a punti già trattati. Si può interrompere e riprendere la lettura a qualsiasi punto. Come facendo in continuazione zapping tra un talk show e un reality e l’altro.

Certo ci si può anche ribellare. Spegnere il televisore. Alzarsi e andare a far altro durante le interruzioni pubblicitarie. È una tentazione che viene anche ai nostri personaggi. Ogni tanto Bouvard e Pécuchet si stufano. Soffrono: “Attraverso la loro curiosità la loro intelligenza si sviluppò. Avendo più idee, ebbero anche maggiori sofferenze”. Sbuffano soverchiati: “Li rattristano cose insignificanti: le pubblicità dei giornali (i loro precursori, i due cancellieri di un racconto di B. Maurice apparso sulla Gazette des Tribunaux molti anni prima fanno anche meglio: leggono e copiano tutto, anche i ‘piccoli annunci’… una riflessione scema sentita per caso… e sentono pesare su di sé tutta la pesantezza della terra”. Arrivano ad un certo punto persino a ribellarsi: “Allora si sviluppò nel loro spirito una facoltà penosa: quella di vedere la stupidità e non più tollerarla”. Arrivano addirittura a prendere in considerazione la soluzione definitiva al “più vasto dei problemi, quello che contiene tutti gli altri”, e che “si può risolvere in un minuto”: “… ed esaminarono la questione del suicidio”. Ma poi tornano a fare zapping, esattamente come prima. Sono due idioti. Ma non al punto di voler per forza concludere.

L’idea della pretesa di voler concludere come colmo di stupidità torna ripetutamente nei suoi scritti: “Le persone leggere, limitate, gli spiriti presuntuosi ed entusiasti vogliono trovare in ogni cosa una conclusione; cercano lo scopo della vita e la dimensione dell'infinito. Prendono nella loro piccola mano un pugno di sabbia e dicono all'Oceano: "Conterò i granelli delle tue spiagge". Ma non appena i granelli gli scivolano tra le dita e il calcolo è lungo, pestano i piedi e piagnucolano. Sapete cosa bisogna fare sulla spiaggia. Bisogna inginocchiarsi o passeggiare”. Il suo consiglio è: “Passeggiate”. E ancora: “Nessun grande genio ha concluso e neanche i grandi libri concludono, perché l'umanità è sempre in marcia ed essa stessa non conclude. Così questa parola così alla moda, il problema sociale, mi rivolta profondamente. Il giorno che sarà risolto sarà l'ultimo del pianeta. La vita è un eterno problema, ed anche la storia. Si aggiungono senza fine delle cifre all'addizione”.

Alla voce “Dizionario”, il Catalogo delle opinioni chic riporta: “Dirne: è fatto solo per gli ignoranti”. Alla voce “Enciclopedia”: “Riderne per pietà, come se si trattasse di opera rococò, anzi tuonarci contro…”. Flaubert si prende gioco delle enciclopedie e dei dizionari. A cominciare dall’Enciclopedia per eccellenza, quella degli illuministi. E ancor più del progetto enciclopedico di classificazioni del positivismo di fine Ottocento, insomma di una scienza al massimo della sicurezza di sé, che pretendeva di essere alle soglie di una risposta positiva e completa a tutto. “Difficile a dirsi in poche parole. Il sottotitolo dovrebbe essere: del difetto del metodo nelle scienze. In breve, ho la pretesa di fare una rassegna di tutte le idee moderne…”, è il modo in cui Flaubert aveva anticipato il suo programma di lavoro. Lo fa con puntiglio da enciclopedista, schedando e citando tutto quello che trova, su ogni “scienza” e ramo della conoscenza. Flaubert gioca. Ma il gioco è lungo e complicato, quanto è complicata la vita. Questo suo romanzo lo prendeva molto sul serio, quanto forse più degli altri, compresi quelli per cui è famoso. “È la sintesi delle mie esperienze e del mio giudizio sull’uomo e sulle opere dell’uomo”, avrebbe annotato poco prima di morire. Si fonda su un lavoro enorme, una quantità formidabile di letture, e ancor più monumentali liste di lettura da fare. Solo gli appunti per il secondo volume mai scritto, conservati alla Biblioteca di Rouen, e ancora non pubblicati, constano di 2300 cartelle. Cita e copia tutto, con metodo maniacale, e al tempo stesso alla rinfusa. Alla pretesa di un’epoca di essere alla soglia della conoscenza di tutto, risponde con un’esilarante – ma estremamente dettagliata – parodia dell’infarinatura di tutto. Il più grande, ed inarrivabile dei suoi predecessori, nella presa in giro della “Biblioteca di Babele” della sua epoca era stato Rabelais. Ma Flaubert va in un cero senso oltre: anticipa la scienza e la cultura alla maniera della ricerca su Goggle, il paradiso dell’ enciclopedismo raggiungibile con i motori di ricerca via rete web.

C’è chi ha notato che non si tratta di un “processo” alla scienza, e neppure di una proposta di verità superiori, religiose, metafisiche, ai limiti della scienza (sarebbe stato strano per un miscredente dichiarato: “No, io non credo a nulla. Dubito di tutto. Cosa importa?...”). Semmai di un processo feroce a tutte le sicurezze malriposte in nome della “scienza”, ma anche dell’economia e della politica. La sua è una scienza ovviamente datata. Non cita mai, ad esempio, Darwin. Ma lo zapping del testo riserva sorprese. Discutono di geologia, chimica e biologia e Bouvard “scaldandosi, arriva al punto di dire che l’uomo discende dalla scimmia!”. Anzi, prosegue sostenendo che “comparando il feto di una donna, di una cagna, di un uccello e di una rana” si può concludere che “l’uomo discende dai pesci!”. Scoppiano tutti a ridere, e lui, “senza turbarsi”, tira in ballo: “Il Telliamed! Un libro arabo!....”. C’è persino un’anticipazione delle polemiche sul “disegno intelligente”. Parlano di “coscienza, tradizione dei popoli, bisogno di un creatore”. “Lo spettacolo dell’universo denota un’intenzione, un piano!”, dice uno dei due cretini. “E perché mai? Il Male è organizzato altrettanto perfettamente del Bene… Le mostruosità sorpassano le funzioni normali….”, gli ribatte l’altro. Per poi, visto che non se ne viene a capo, come in tutte le loro discussioni, su qualunque argomento, lasciar perdere, visto che “la creazione è fatta di una materia ondeggiante e fugace; meglio occuparsi d’altro”. Non c’è la procreazione assistita, ma se è per quello i due sono disastrosi anche dal punto di vista di quella naturale. Sperimentano quello che oggi diremmo ingegneria genetica, cercando di incrociare specie diverse, con risultati non meno ridicoli: “Rinnovarono i loro tentativi su delle galline e su un’anatra, su un molosso e una troia, nella speranza che ne risultassero dei mostri, e non avevano capito nulla della questione della specie”.

Si addentrano nella medicina e nella chirurgia. Si appassionano alla dissezione dei cadaveri. E sembra una scena preparatoria al successo strepitoso che, 125 anni dopo avrebbero avuto le mostre dei cadaveri plastinati del dottor Gunther Von Hagen e successori (17 milioni di visitatori in tutto il mondo, l’ultima in corso in questi giorni a New York). Loro però si devono accontentare di un manichino, un cadavere artificiale fabbricato “ad uso dei paesi caldi”: “Era di color mattone, senza capigliatura, senza pelle, con innumerevoli venature blu, rosse e bianche… Non somigliava ad un cadavere, ma ad una specie di giocattolo, molto brutto, molto pulito, che sentiva di vernice. Tolsero il torace, e videro i due polmoni, il cuore quale un grosso uovo, un po’ di lato… il diaframma, i reni, tutto il pacchetto dei visceri…”. Neanche la fantasia di Flaubert è riuscita ad immaginare i progressi cui saremmo arrivati ai giorni nostri circa l’uso e la spettacolarizzazione dei cadaveri, quelli dei giustiziati in Cina.

C’è, durante una loro perlustrazione geologica, la satira definitiva di ogni catastrofismo. “Il fuoco centrale aveva rotto la crosta del globo, sollevato le terre, formato i crepacci. Come se un mare interno avesse i suoi flussi e riflussi… Non riusciremmo più a dormire se pensassimo a tutto quello che c’è sotto in nostri piedi. Eppure il fuoco centrale diminuisce, il sole si affievolisce, per cui la terra perirà un giorno per raffreddamento. Diverrà sterile; tutto si trasformerà in anidride carbonica, e nessun essere potrà sopravvivere”. Al che Bouvard: “Non ci siamo ancora”. E la sua spalla Pécuchet: “Speriamo”. “A meno che la Terra non sia annientata da un cataclisma! Ignoriamo la lunghezza del nostro periodo”, riprende l’altro. Ne parlano con le sicurezze contrapposte con cui oggigiorno si discute di effetti serra. Poi passano a parlare di terremoti. L’uno sostiene che per fortuna “certi sconvolgimenti in Europa non si verificano”. L’altro gli ribatte citando il terremoto di Lisbona. Si verifica un piccolo smottamento sulla scogliera sotto la quale si trovano, e uno dei due scappa terrorizzato “dall’idea di una cataclisma”. “Fermo! Fermo! Il periodo non si è compiuto! Il periodo non si è compiuto!”, cerca di calmarlo l’altro.

La chimica applicata all’agricoltura li lascia, letteralmente, nella merda, che si erano tanto adoperati per produrre anche con impegno personale (“È dell’oro ti dico, dell’oro!!). Non si salva la matematica, e nemmeno la grammatica: “Conclusero che la sintassi è una fantasia, e la grammatica un’illusione”. Non toglieremo al lettore il gusto di scoprire cosa combinano quando passano a discutere di teologia.

E in politica? Bouvard e Pécuchet, si fanno da spalla, ma non si capisce mai bene in che cosa differiscano. En passant, veniamo a sapere che, in politica, “le loro opinioni erano le stesse, benché Bouvard fosse forse un poco più liberale”. Insomma l’uno appena più a sinistra (o a destra) dell’altro. In un altro passo, apprendiamo che “Bouvard propendeva verso il nettunismo; Pécuchet, al contrario, era plutoniano”. Insomma come americani ed europei, gli uni da Marte, gli altri da Venere. Entrambi concordano nell’apprezzare, della politica, soprattutto la teatralità: “Ciò che gli piaceva della tragedia, era l’enfasi, il discorso sulla politica, le massime della perversità”. Ad un certo punto Pécuchet ce l’ha coi proprietari di case. Qualcuno gli dà del comunista. “Del comunista! A me!”, reagisce indignato. E decide di fondare “un club”, cioè un partito. Nel Dizionario: “Club: Argomento di esasperazione per i conservatori – Imbarazzo e discussione su come si pronuncia la parola”; Cerchia: Bisogna sempre farne parte, almeno di una”. Discutono del centrosinistra e vi trovano un po’ di confusione: “Dopo Saint-Simon e Fourier, il problema si riduce alla questione del salario. Luois Blanc, nell’interesse degli operai, vuole che si abolisca il commercio estero; Lafarelle, che si impongano le macchine; un altro che si detassino gli acolici, o che si distribuisca minestra gratis, Proudhon immagina un dazio unico, e reclama il monopolio dello zucchero per lo Stato”. Al che Bouvard se ne esce con un quanto mai profetico: “Questi socialisti vogliono sempre la tirannia”, e la discussione si trasforma in rissa. Finché convengono che “negli utopisti ci sono cose ridicole; tuttavia meritano il nostro amore”, perché la bruttura del mondo li desolava, e per renderlo più bello hanno tanto sofferto”. Non fanno una piega quando il colpo di Stato scioglie le Camere: “Grazie al cielo avremo ormai una politica d’affari”. E le elezioni? Sotto la voce relativa nel Dictionnaire des idées reçues c’è solo: Elezioni: “…..”. Sì proprio così: puntini, puntini….

I due impiegati – per la precisione “copisti”, nel settore del commercio l’uno, alla marina mercantile l’altro – che un giorno d’estate si incontrano per caso in una via di Parigi e poi si ritirano in campagna a continuare esperimenti e conversazioni, sono macchiette. Il loro creatore non si limita però a ridicolizzarli. Si immedesima in loro, finisce per prenderne le parti. Come Cervantes si era immedesimato in Don Chisciotte e Sancio e aveva finito col prendere le parti di entrambi (Flaubert adorava il Don Chisciotte: “Rileggo in questi giorni il Don Chisciotte… prodigioso… gigantesco… che nani siamo noi a paragone!”). È noto che Flaubert si immedesimava nei suoi personaggi. “Madame Bovary sono io”, scrisse. Ma nel caso di Bouvard e Pécuchet si potrebbe anche andare oltre: “siamo noi tutti”, verrebbe da dire.

Un lettore d’eccezione, Leonardo Sciascia, nel suo “Appunto su Bouvard e Pécuchet”, ripubblicato nei Cruciverba, cita una lettera che Flaubert aveva scritto quando aveva appena nove anni al suo compagno d’infanzia Ernest Chevallier, in cui gli propone di scrivere “fantasticherie”, mentre lui invece scriverà delle “sciocchezze” che dice “una signora che viene a trovare sempre papà”. Ne conclude che “tiene per sé… quella parte della realtà che gli appare aduggiata, invasa e dominata dalla stupidità” e che “negli anni sarà sempre meno una parte: e anzi… diventerà, nella visione flaubertiana della vita, una parte maggiore del tutto: qualcosa di simile insomma alla ‘volontà generale’ di Rousseau”. Nota che Flaubert si proponeva di scrivere un libro che producesse “una tale impressione di stanchezza e di noia che leggendo questo libro si potrà credere che è stato scritto da un cretino”. “L’Idiot de la famille”, l’idiota della famiglia, è il suggestivo titolo del saggio sterminato e incompiuto – e pressoché illeggibile - che Jean-Paul Sartre avrebbe dedicato ai primi anni di Flaubert. Sciascia si pone invece l’interrogativo: “Ma può un uomo non stupido concludere, imprigionandovisi dentro, un’opera sulla stupidità?”. Poi però trova una risposta suggestiva: “Il fascino che la stupidità esercitava su Flaubert può essere benissimo definito da questo passo di Savinio: ‘La stupidità, questo inconfessabile amore, esercita su di noi un potere ipnotico, una invincibile attiranza. Più volte l’ho sperimentato nel tram, nei luoghi pubblici, al caffè. Sto seduto al caffè, e accanto a me che vado errando nei più inesplorati continenti dell’intelligenza, seggono alcuni sconosciuti. Come avviene di solito, esalano di discorsi di costoro una stupidità ineffabile, ispirata, incantatrice. A poco a poco la mia avventura si offusca, perdo la traccia del mio viaggio solitario, cedo al richiamo primordiale della stupidità… non penso più, non cerco più, non voglio più… vi domando: per noi figli dell’Intelligenza, per noi figli del Peccato, questo richiamo non è forse quello lontanissimo, nostalgico, del Paradiso perduto?’”. È vero: ricordo che una sola conversazione orecchiata in uno scompartimento di treno, molti anni fa, alla vigilia di un’importante elezione, mi aveva insegnato sulla politica italiana molto più di quanto avrei appreso in decenni di editoriali sui giornali. Non vorrei passare per nostalgico di forse inesistenti paradisi perduti. Anziché nei caffè passo le sere a consolarmi con Flaubert o a fare zapping in tv. Ma con la sensazione che, strada facendo, sia andato perduto qualcosa.

 

 

 

 

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