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292 - 09.01.06


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“Il mio mestiere maltrattato”

Laura Bocci con
Tatiana Battini



Laura Bocci è una traduttrice di professione. Ha consegnato all’attenzione dei lettori italiani opere di Lenz, Kleist, Chamisso, Hoffmann, Storm, Sternheim, Enzensberger, movendosi tra la letteratura e la saggistica, tra romanzi e articoli per giornali e riviste. Nel 2004 ha provato a raccontare la sua professione in un romanzo, Di seconda mano (Rizzoli), nel quale ha provato a tracciare un ritratto del proprio mestiere.

Di seconda mano è un romanzo e al tempo stesso non lo è. Può riassumere brevemente la trama e spiegare il motivo che l’ha spinta a scrivere un libro sull’universo dei traduttori?

A dire la verità la trama è quasi inesistente, solo una specie di “cornice” rappresentata da un viaggio a Berlino in cui si aspetta la telefonata di risposta di un editore importante a una proposta di traduzione fatta qualche tempo prima. Si tratta quasi solo di un pretesto narrativo per raccontare alcune storie e fatti (che riguardano me in piccola parte, e altre persone del presente e del passato) legati tra loro dal “filo rosso“ della traduzione letteraria; però al tempo stesso io volevo anche parlare della traduzione come procedimento “estremo” di lettura-scrittura contemporanee, oltre che come esperienza/Erlebnis e riflessione sull’esperienza, e volevo parlarne non in maniera teorica e astratta (perché l’apparato teorico sul tradurre negli ultimi anni è diventato immenso e quasi schiacciante, oltre che molto tecnico, quindi quasi inaccessibile per i non addetti ai lavori) bensì attraverso un racconto, anche ironico e autoironico. Il libro che è risultato da questo tentativo o esperimento è una forma narrativa con molti riferimenti alla teoria, senza però che questi rappresentino degli ostacoli bensì solo dei punti di riferimento per il lettore (questo almeno è ciò che mi auguro).
Ho scritto un libro sull’universo dei traduttori letterari perché in passato si è preso molto poco in considerazione il traduttore come “soggetto attivo” di un processo così complesso come quello della traduzione letteraria. La grande e giusta attenzione alla teoria della traduzione degli ultimi quindici/vent’anni ha però lasciato il traduttore in una specie di “cono d’ombra”, quasi che il processo traduttivo, supportato da così tanta teoria, potesse quasi farsi da sé, in maniera semiautomatica, e invece è tutt’altro che così.

Nel libro lei parla delle difficoltà di conciliare l’attività intellettuale con la vita privata. Qual è la condizione della donna in una professione intellettuale come la sua?

Credo che ancora oggi per una donna conciliare il lavoro con la vita privata resti una faccenda complicata, e così è stato anche per me. Lavorare in casa poi rende tutto più difficile, perché la casa “risucchia” ed è difficile rimanere completamente concentrate nella “stanza tutta per sé”, anche ammesso che se ne abbia una; però quando i figli crescono è più facile chiudere la porta, chiedere loro di collaborare, di diventare più autonomi, anche se in questo le madri italiane hanno qualche problema in più… Noi però in casa lo abbiamo fatto abbastanza, anche se non è stato sempre facile , e io sono molto grata ai miei figli per il loro contributo. Resta comunque il fatto che ho avuto bisogno di molti anni di lavoro solitario nella traduzione letteraria, e anche di una vera e propria crisi di questa attività – che forse non ho ancora superato del tutto – per riuscire a mettermi a scrivere questo libro, un libro al quale lavoravo mentalmente da parecchio tempo.

Nel libro descrive le difficoltà del tradurre un testo, un’attività, questa, tutt’altro che secondaria. Quale alchimia si crea tra traduttore e autore, quali meccanismi entrano in gioco quando si trova a tradurre una lingua totalmente differente dalla sua?

Tradurre un testo letterario investe il traduttore in pieno, in tutta la sua persona, sia a livello razionale/culturale che a livello affettivo/inconscio. Questo anche perché il vero focus della traduzione letteraria è la lingua madre: è nella traduzione che meglio si sperimenta il rapporto di conoscenza, di padronanza, e di amore–odio nei confronti della lingua madre. E’ una specie di grande palestra linguistica in cui si gioca ma si fa anche a pugni. E poiché la lingua conduce ovunque, tradurre è anche una specie di auto-psicanalisi continua, perché le parole mettono in gioco la soggettività del traduttore, la sua autobiografia linguistica, le sue idiosincrasie personali, la catena delle sue libere associazioni, e anche la sua sofferenza psichica nel trovarsi nel “guado del tradurre”. Per questo è necessario un controllo, perché tradurre è un processo che dobbiamo governare e orientare. Qui naturalmente il rapporto con l’autore è molto importante, c’è una specie di alleanza con lui nel tentativo di catturare e mantenere vivo per tutto il libro l’interesse del lettore, si diventa intimi, la relazione si fa molto stretta, personale.

Quanto è alto il rischio di “rovinare” l’opera che ha tra le mani attraverso il passaggio da una lingua ad un’altra?

Il rischio è altissimo, ecco perché tanti grandi, a partire da Goethe, ma anche prima e dopo di lui, hanno definito la traduzione letteraria un compito infinito e impossibile. Bisogna tenere ben presenti tutte le infinite variabili dei tre punti di riferimento fondamentali, che sono lo stile, il ritmo e il clima, tre concetti sui quali si potrebbe discutere all’infinito.

Ogni libro contiene in sé la cultura e le tradizioni di chi lo ha scritto. In che misura, nonostante la traduzione, resta intatto questo bagaglio culturale? Inevitabilmente qualcosa si perde?

Come afferma Antoine Berman, un grande teorico francese della traduzione, morto prematuramente e troppo poco letto in Italia, bisogna resistere alla tentazione dell’etnocentrismo, cioè del rendere tutto troppo simile a noi: chi legge la grande letteratura non ha, io credo, nessun interesse a vedersi propinare una traduzione troppo etnocentrica, cioè troppo familiare, resa artificiosamente vicina e comprensibile; troppo “bella”, insomma, troppo ripulita e sterilizzata. E’ assolutamente necessario mantenere quella che i romantici tedeschi definivano Die Farbe der Fremdheit, il colore dell’alterità, altrimenti l’interesse del lettore colto decade del tutto, perché si tratta di un lettore esigente, che vuole ancora percepire nella traduzione il gusto, il sapore dell’originale.

Il titolo Di seconda mano sta ad indicare il ruolo nascosto nell’ombra di chi fa il mestiere di traduttore?

Sì, la sua infatti è la seconda mano, dopo quella dell’autore, che interviene sul testo, che si fa carico della responsabilità e del compromesso della sua trasformazione e della sua “nuova nascita” in un’altra lingua. Tuttavia, per quanto questo rischiosissimo procedimento possa essere condotto con sapienza e cautela, inevitabilmente il risultato non potrà che essere un oggetto in qualche modo “di seconda mano”, il frutto di molti, necessari compromessi.

La vostra categoria lamenta una certa dimenticanza da parte del mondo intellettuale?

E’ così, e la prima responsabilità è degli editori, che non hanno ancora una visione chiara della difficoltà e della dignità di questo lavoro, e che ancora si permettono di offrire compensi a forfait e non a cartella o a numero di caratteri. L’attenzione tutta teorica degli ultimi anni verso la traduzione non si è ancora tradotta in attenzione concreta e reale verso il traduttore come soggetto culturale. Quella del traduttore resta ancora l’ultima e la più maltrattata delle professioni intellettuali.

Nel libro lei sostiene la necessità di portare il lettore verso l’autore e non viceversa. Può spiegarsi meglio?

In alcune tipologie testuali (quelle relative all’informazione, alla divulgazione ecc.) è necessario trasferire soprattutto i contenuti nella maniera più chiara possibile, al limite anche intervenendo sul testo originale: questo significa portare l’autore verso il lettore. Ma quando traduciamo letteratura l’unica operazione consentita è quella di rimanere il più possibile vicini al testo originale, di tradurre potremmo dire “filologicamente”, anche a costo di sottoporre il lettore della lingua d’arrivo a qualche piccolo shock o difficoltà, a qualche benefico ostacolo. Parafrasando Benjamin e il suo celebre “compito del traduttore”, si potrebbe dire che, se esistesse un “compito del lettore”, esso potrebbe consistere nel rifiutare traduzione troppo annacquate e addomesticate e del tutto prive del gusto dell’originale, anche se a volte sono proprio gli editori a preferirle così.


 

 

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