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291 - 26.12.05


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Ulisse postmoderno

Francesco Roat



Ian McEwan, Sabato,
Einaudi, pp. 292, € 17,50


Non so se McEwan scrivendo Saturday (Sabato) abbia pensato all’Odissea, ma certo l’epica minore e le disavventure, soprattutto psicologiche, che deve affrontare il suo antieroe Perowne a mio avviso rimandano ad un Ulisse postmoderno, che non ha più alcun dio a soccorrerlo e teme, più che la collera dei numi, gli attentati terroristici e deve vedersela, una volta fatto ritorno a casa, non coi Proci ma con la prepotenza di due balordi teppistelli. Un’Odissea inglese dei giorni nostri, concentrata in un sabato solo ma gravido di accadimenti, emozioni e agnizioni. Un romanzo dall’impianto tradizionale e dalla vocazione a divenire conte philosophique, denso (fin troppo) di analisi sociologiche com’è e ambizioso nel tentativo di tratteggiare un quadro culturale di questo nostro Occidente all’alba di un secondo millennio cui si sta affacciando sempre più ansioso ed insicuro.

E giusto all’alba inizia la vicenda di Ulisse/Perowne, in un crepuscolo mattutino nel segno d’una allarmante apparizione/premonizione: un aereo in fiamme attraversa il cielo oscuro di Londra. Come non pensare all’11 Settembre e ad Al-Qaeda? Specie perché siamo alla vigilia dell’invasione americana in Iraq, con Blair che appoggia Bush, e per protesta la città proprio quel giorno verrà invasa da una folla immensa di pacifisti. Questa la cornice dove McEwan colloca la sua Odissea ed entro cui vaga attraverso un lunghissimo sabato il borghese, moderato e benpensante Perowne, un neurochirurgo che pare incarni in modo esemplare le ambizioni della middle class, avendo un buon conto in banca, una bella (e brava) moglie, due figli realizzati e una casa stupenda.

Un sabato di libera uscita dall’ospedale, che comincia però con una seccatura – il traffico è paralizzato dalla manifestazione contro la guerra – e con un incidente automobilistico tanto banale quanto inquietante, dove Perowne rischia di venire seriamente malmenato. Però lo scaltro Odisseo riesce a cavarsela, anche se non può (né vuole) evitare altri impegni: una defatigante partita a squash, la sofferta visita alla madre malata di Alzheimer, la cena familiare cui ha dovuto invitare il suocero arrogante. Ma sarà il ritorno a casa l’avventura più ardua della sua odissea, dovendo affrontare (e sconfiggere) i teppisti che insidiano la sua proprietà e i suoi cari. Vi riuscirà – da bravo Ulisse – con un inganno ed il sabato e la sua storia potranno concludersi nel talamo nuziale.

Questa la trama, solo all’apparenza complessa benché narrata con la minuzia tipica di McEwan ed attentissima ai dettagli (fino all’eccesso): dalla stucchevole partita a squash, alla meticolosissima preparazione della cena, infine alla difficile operazione al cervello di uno degli aggressori, effettuata dal buon samaritano Perowne. Precisione descrittiva, a mio avviso, che qui si manifesta quale rifugio, o esorcismo narrativo contro il timore d’insignificanza di ogni parola ulteriore dal retrogusto amaro del già detto; quasi appunto non vi fosse altro da registrare tranne queste minuzie. O quale consolamentum nei confronti della problematicità rispetto al senso odierno della poiesi letteraria, di un narrare romanzesco che comunque non può esaurirsi nella pur mirabile maestria descrittiva dell’autore.

Come risulta ridondante la troppa carne messa al fuoco dal Nostro, rispetto alle tematiche anche solo sfiorate (“Hanno discusso dell’Iraq, naturalmente, di Stati Uniti e potere, di sfiducia europea, dell’Islam – delle sue sofferenze e dei suoi vittimismi, di Palestina e di Israele, di dittatori e di democrazia”). Perowne di continuo discetta, considera, illustra questo o quel problema – mondiale o esistenziale che sia – e sono riflessioni interessanti, di buon senso e in gran parte da condividere, ma che a volte suonano prevedibili, scontate o peggio retoriche. Certo, Perowne è spesso sottilmente ironico, al limite di uno scetticismo ben temperato che indossa i panni del disincanto, ma questa smania di tutto affrontare (speculare a quella di tutto anatomizzare) svela un’ansia di perdita di controllo che il personaggio non riesce a gestire. Non a caso i reiterati accenni a Undici Settembre, guerra in Iraq e timore degli attentati sono segnali d’allarme del manifestarsi di una caoticità entropica cui egli oppone vanamente la sua razionalità/professionalità scientifica.

Ma in questo sta anche il pregio narrativo di McEwan. In quanto Perowne è maschera e figura di un po’ tutti noi occidentali ben pasciuti e acculturati che tutto comprendono ma ben poco fanno per arginare il caos. Il suo dramma, che è pure il nostro, sta nel rendersi conto di come coltivare il proprio orticello non basti più ad assicurarsi una vita serena. O forse il vero guaio è che poi, alla fine del sabato e di tutte le ambasce, lui torni a dormire/illudersi tranquillo: le bombe sulla metropolitana di Londra sono di là da venire. Sì, questa è un’altra storia. Chi sa che un giorno McEwan non provi a raccontarcela.

 


 

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