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290 - 12.12.05


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L’Oriente nel
segno di Vico

David Armando



Una decina di studiosi provenienti dai principali paesi dell’Asia orientale che per tre giorni discutono con i loro colleghi italiani intorno al pensiero di un filosofo napoletano cui hanno dedicato ricerche in alcuni casi pluridecennali: è un evento senz’altro inusuale che si è verificato in occasione del Convegno su Vico e l’Oriente: Cina, Giappone, Corea” organizzato nei giorni scorsi (10-12 novembre) a Napoli dall’Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno del CNR sotto l’egida del Comitato per le Celebrazioni del 750° anniversario della nascita di Marco Polo e con la collaborazione di quattro atenei (“La Sapienza” di Roma, “Federico II” e “Orientale” di Napoli”, e l’Università di Salerno).
Potrebbe sembrare a prima vista bizzarro l’accostamento fra l’Oriente, oggetto di attualità per le impetuose trasformazioni economiche e sociali, e un filosofo come Giambattista Vico che nella Napoli della prima metà del Settecento elaborava, in uno stile personalissimo e talvolta arduo, un pensiero complesso e suscettibile di diverse e contrastanti interpretazioni, ma senz’altro fortemente critico nei confronti del razionalismo cartesiano che in quegli anni sembrava incarnare la modernità.

Eppure, sorprendentemente, Vico è uno degli autori italiani più noti, studiati e tradotti in Estremo Oriente. Il dato relativo alle traduzioni delle sue opere è di per sé significativo: sette ne sono apparse in Giappone, dalla prima, parziale, della Scienza nuova pubblicata nell’immediato dopoguerra (1946) alle due edizioni dell’Autobiografia che hanno visto la luce fra il 1990 e il 1991; in Cina, dopo la Scienza nuova tradotta nel 1986 da uno dei maggiori intellettuali cinesi, Zhu Guanqian, è stata pubblicata nel 1997 un’antologia vichiana e proprio in occasione del Convegno di Napoli un giovane studioso di Shanghai, Zhang Xiaoyong, ha presentato le sue versioni di alcuni scritti latini di Vico. In Corea l’interesse è più recente: fra il 1996 e il 1997 sono apparse, tradotte dal giapponese, il De Antiquissima Italorum sapientia e la Scienza nuova, e di quest’ultima è in corso la traduzione, direttamente dall’originale, ad opera dello storico Hanook Cho, anch’egli presente a Napoli, che ha già presentato al pubblico coreano Carlo Ginzburg.

Alle traduzioni delle opere di Vico si aggiungono poi quelle di alcuni studi sul suo pensiero, principalmente anglosassoni, e soprattutto numerose pubblicazioni originali: una ventina sono soltanto gli articoli su Vico apparsi dal 1996 in Cina, sulle delle piccole università di provincia come su quelle degli atenei più prestigiosi.
Il desiderio di comprendere i percorsi e le ragioni che hanno suscitato una tale attenzione e i risultati cui questa ha condotto è stato il primo motivo del Convegno. Ma si trattava anche, più in generale, di cogliere l’occasione per conoscere meglio una realtà che spesso ci sfugge: infatti, malgrado il crescente interesse per l’Asia e in particolare per la Cina, sappiamo poco – e ci interroghiamo poco – sugli studi che si compiono in Asia orientale riguardo alla nostra storia e alle nostre civiltà. Si tratta invece di un panorama di studi di grande interesse e in forte espansione che si inserisce profondamente nelle dinamiche culturali, sociali, politiche dei rispettivi paesi, come ha mostrato dettagliatamente la relazione di Gao Yi, storico dell’Università di Pechino, e ci aiuta quindi a comprendere tali dinamiche e a comprendere soprattutto gli atteggiamenti, le riserve e le aspettative nei confronti dell’Occidente. La storiografia orientale, inoltre, offre spesso uno sguardo inedito, a volte spiazzante e per questo prezioso, sul nostro mondo e sulla nostra storia.
La filosofia di Vico è giunta in Oriente attraverso la mediazione di Croce (che come è noto ne fece un precursore del suo storicismo assoluto) ma anche di Marx (che lo citò nel Capitale e a cui è stato accomunato per la concezione della storia come creazione umana) nonché, in anni più recenti, attraverso l’influenza degli studiosi americani riuniti attorno all’Institute for Vico Studies di Giorgio Tagliacozzo e alla rivista “New Vico Studies”. La mediazione statunitense è particolarmente significativa in Corea, dove l’interesse per Vico è più recente e prevalentemente rivolto al versante storico del suo pensiero.

In Cina e in Giappone l’interesse per Vico è più antico e si inserisce profondamente nell’ottica del confronto fra la tradizione “filosofica” dei due paesi e quella occidentale, alla luce delle emergenze dell’attualità. E’ quindi senz’altro singolare ma nient’affatto casuale, ad esempio, che una studiosa come Lu Xiaohe sia passata dalle ricerche e dalle traduzioni vichiane agli studi di business ethics, una materia, evidentemente, di scottante rilevanza nella sua Shanghai, e abbia impostato la sua relazione al Convegno intorno alla funzione di Vico nell’ambito dell’attuale sforzo di ricostruzione della filosofia cinese. Di grande interesse è anche il percorso di Tadao Uemura, giunto a Vico intorno al Sessantotto attraverso Gramsci, Sorel e, soprattutto, l’Husserl della Crisi delle scienze europee, e che a distanza di anni, dopo aver dedicato al filosofo napoletano numerosi articoli e volumi, continua a rielaborarne il pensiero anche alla luce delle posizioni di Edward Said. Del resto la figura di quest’ultimo, con la sua critica dell’approccio occidentale all’Oriente e con i suoi riferimenti espliciti, per quanto sommari, a Vico è stata più volte richiamata nel corso del convegno.

Sia per Uemura sia per Lu Xiaohe, ma la considerazione vale più in generale per i rispettivi paesi, l’interesse per Vico corrisponde alla ricerca di un approccio alla filosofia occidentale da un punto di vista critico rispetto ai suoi fondamenti razionalistici. E’ quindi il Vico critico di Cartesio che interessa in primo luogo, mentre rimane decisamente in secondo piano, come ha osservato Toshiaki Kimae a proposito del Giappone, l’aspetto religioso del suo pensiero.

Per quanto riguarda il campo specifico della filosofia di Vico, dal convegno sono emerse puntualizzazioni significative. Nella sua prolusione Giuseppe Cacciatore ha evidenziato l’ambivalenza, nella filosofia vichiana, fra universalismo e mediterraneocentrismo, fra ricerca di una visione universale dell’umanità e della sua storia e ripiegamento su una lettura di esse fondata in maniera prevalente sui dati tratti dalla tradizione greco-romana e biblica.
Questo tema dell’ambivalenza è stato ripreso in molti degli interventi specificamente incentrati sul pensiero vichiano, sul contesto culturale in cui esso si è espresso e sui suoi sviluppi settecenteschi e ottocenteschi. Il caso di Vico segnala qui un problema di grande portata: come instaurare un rapporto con l’“altro” che accetti la diversità senza tradurla in termini di superiorità/inferiorità, ovvero accetti l’uguaglianza derivante dalla comune natura umana senza tradurla in omologazione.

D’altra parte proprio Vico, con la sua critica del cartesianesimo e il suo interesse per i fondamenti fantastici e corporei del pensiero, si è dimostrato un pretesto propizio per un dialogo con l’Oriente capace di contribuire ad un riesame critico delle categorie occidentali. Le ultime due sessioni del convegno sono state dedicate appunto al confronto di prospettive attorno ad alcuni “temi vichiani”: da un lato il significato e l’origine del linguaggio e delle diverse forme di scrittura, dall’altro i problemi della storia, dell’antropologia, della religione. Al termine di una discussione sul confronto fra le scritture ideografiche e quelle alfabetiche, risolto a suo tempo da Vico a favore delle seconde, Federico Masini ha espresso l’esigenza di ricondurre il problema del carattere naturale o culturale del linguaggio sul piano concreto della storia di ogni individuo: prima in quell’urlo con cui, alla nascita, ha inizio la vita e che rappresenta, al tempo stesso, il primo atto linguistico, e poi nei primi mesi di vita nel corso dei quali il neonato ascolta le parole degli altri ma non parla.
Altro tema trasversale a molti interventi è stato quello, attualissimo, del rapporto fra società e religione. Vico, prospettiva apologetica, fa coincidere l’origine della società con l’istituzione dei matrimoni, delle sepolture e del culto religioso (“nozze, tribunali ed are” avrebbe tradotto Foscolo in un celebre verso). La tesi dell’essenzialità della religione per la sopravvivenza della società, riaffermata nel Settecento anche contro l’ipotesi di Bayle di una possibile Repubblica di atei virtuosi e proposta con insistenza anche oggi, si scontra proprio con il fatto che una fetta consistente del genere umano sia organizzato in società in cui la religione riveste un ruolo affatto secondario, cosa che vale in particolare a proposito della Cina, o comunque riveste forme ben lontane dal monoteismo giudaico-cristiano e islamico. Il confronto fra Occidente e Oriente stimola dunque a rivedere un atteggiamento che, per riprendere una terminologia vichiana, si potrebbe ascrivere all’occidentale “boria delle nazioni”: la convinzione cioè che ragione e religione costituiscano i necessari fondamenti della società umana.

 

 

 

 

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