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289 - 25.11.05


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“Il mio mestiere è recitare
per il dialogo tra i popoli”

Omar Sharif
con Martina Toti



“Il mondo di oggi è brutto, ci appare sempre più violento e atroce, e la gente non fa che continuare a osservarlo, così com’è, in tutta la sua bruttezza. Ho il timore che le cose siano andate troppo oltre, che sia tardi per tornare a dialogare con gli altri”. Omar Sharif, però, non si arrende. I film che sceglie di interpretare parlano sempre più spesso di tolleranza e rispetto dell’altro. “È questo il mio mestiere: sono un attore. Quando ricevo un premio intitolato alla cultura del dialogo – come è accaduto a Venezia – mi dico che sto andando nella direzione giusta, che sto invecchiando bene. Non credo che i miei film cambino le cose, ma io non posso che tentare”.
E un premio dedicato al dialogo tra le culture Omar Sharif lo riceve anche dal Saturno Film Festival, tra Anagni e Alatri, dove lo abbiamo avvicinato per farci raccontare la sua esperienza di artista che vive a cavallo tra il mondo arabo e l’occidente.

Lei si dichiara poco ottimista: la forte radicalizzazione culturale e religiosa oggi in atto non alimenta certo le sue speranze. Quale messaggio vorrebbe mandare al mondo arabo e a quello occidentale?

Il messaggio è semplice: bisogna aprirsi al dialogo. La prima cosa che ho insegnato ai miei figli e ai miei nipoti è la tolleranza, il rispetto per gli altri. Bisogna riscoprire questi concetti. Oggi, sfortunatamente, siamo andati troppo oltre nelle guerre e negli antagonismi. Sembrerebbe che sia troppo tardi. Perciò dico: ricominciamo daccapo. Educhiamo al dialogo e – soprattutto – iniziamo a parlare una lingua comune. Non c’è dialogo tra chi ha la pancia piena e chi muore di fame, non c’è dialogo senza parità di diritti. Confido nella prossima generazione, spero che sia diversa da quella che l’ha preceduta. Altrimenti abbiamo davvero pochissime speranze.

Le recenti dichiarazioni del presidente iraniano Ahmadinejad hanno provocato reazioni in tutto il mondo. L’ayatollah Khamenei ha poi corretto il tiro. Cosa pensa di quest’episodio?

Non posso dire altro se non che si tratta di dichiarazioni atroci e incredibili. Purtroppo la questione israelo-palestinese è una ferita ancora aperta. Credo che si tratti di una situazione insostenibile. Israeliani e palestinesi non potranno vivere in queste condizioni per sempre: a un certo punto, non potranno fare altro che riconciliarsi.


Le notizie che arrivano ci parlano di un mondo più violento, assai poco incline ad ascoltare le ragioni dell’altro – abbiamo detto dell’Iran, penso anche agli scontri nella banlieue parigina. Quale contributo può dare il cinema al dialogo tra diversi?

Non sono ottimista: credo che il cinema non riesca più a educare. Solo la televisione avrebbe le potenzialità per salvare il mondo; nei fatti, invece, i programmi televisivi non sono concepiti per educare, per aiutare la gente a dialogare e a comprendere gli altri, soprattutto se questi ultimi appartengono a Paesi diversi dal proprio. Oggi, anzi, il mezzo televisivo non fa altro che alimentare preconcetti. Io sono un attore. Mi danno un copione, se mi piace il personaggio accetto la parte e la interpreto con tutta l’anima. Ho deciso di fare dei film che parlano di tolleranza e dialogo. Mi basta riuscire a influire su dieci persone. Non è molto, non penso di riuscire a fare di più, ma perlomeno sento di aver fatto qualcosa. Il mio mestiere è recitare.

Secondo lei la televisione avrebbe le potenzialità per salvare il mondo invece sembra più concentrata a mostrare acriticamente la realtà in cui viviamo.

E la realtà di oggi è brutta. Chi guarda la tv continua a vedere immagini violente sia nelle trasmissioni di informazione che in quelle di intrattenimento. Persino i film cinematografici – fatti per un pubblico giovane dai 14 ai 24 anni – si stanno facendo più violenti. La televisione ci fa essere presenti e ci fa assistere alle atrocità che accadono ovunque nel mondo e, in questo modo, ci abitua all’idea della morte, della guerra, della violenza. In un certo senso, io ho avuto la fortuna di essere nato in un’epoca in cui la televisione non c’era: è stato esclusivamente attraverso la lettura che – fino a vent’otto anni – ho acquisito il mio bagaglio culturale.

Lei ha vissuto una vita multiculturale. Il suo lavoro l’ha portata a conoscere, a viaggiare. Qual è la sua esperienza personale del dialogo culturale?

Mi viene in mente un vecchio progetto che realizzerò il prossimo anno per la televisione egiziana. Nei Paesi arabi, in occasione del Ramadan, vengono mandate in onda delle serie televisive di trenta episodi – un episodio al giorno fino alla fine del mese del digiuno. Ho cercato di trovare una bella storia da raccontare e poi mi sono messo a scriverla, con l’aiuto di una sceneggiatrice più esperta di me. La vicenda ha molto in comune con la mia. Racconta di un egiziano che vive lontano dal suo Paese. La figlia non è mai stata in Egitto e – come la madre – è molto americanizzata: mentre loro mangiano hamburger e ascoltano musica occidentale, lui prepara per sé cibo egiziano e si rifugia in una stanza ad ascoltare canzoni arabe e leggere poesie della propria terra. Alla morte della moglie, l’uomo decide di tornare in Egitto e porta sua figlia con sé, ma, una volta arrivato – proprio come capitò a me quando mancai dall’Egitto per quasi sedici anni –, sembra non riconoscere il suo Paese: tutto è cambiato. La figlia si stupisce: perché il padre le aveva parlato sempre di quei luoghi? Cosa avevano di speciale? La gente, gente buona, generosa. Finisce che anche lei si innamora dell’Egitto. Ecco, il dialogo con l’altro è anche questo: comprendersi nel ricordo delle proprie origini, della propria cultura, della propria storia.

Dialogare è anche avvicinarsi all’altro con un po’ di curiosità.

Le faccio un esempio. Io adoro l’opera lirica: ho imparato l’italiano per capire quello che era scritto sui libretti. E ora – che sono più anziano – ho deciso di imparare il greco antico. Un’ora a settimana. Così se riuscirò nell’impresa prima di morire potrò leggere Omero in lingua originale. Se morirò prima, sarò morto nel tentativo.


 

 

 

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