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287 - 28.10.05


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“E adesso spezziamo
i nostri antichi tabù”

Elif Shafak con
Mauro Buonocore



“Ci sono piovuti sulla testa uova e pomodori, ci hanno scagliato addosso improperi e maledizioni, hanno scatenato una campagna d’informazione violentissima, ma alla fine ce l’abbiamo fatta”.
Sì, alla fine ce l’hanno fatta e sono riusciti a parlare, a discutere, a mettere in piedi la prima conferenza pubblica turca in cui al centro dell’attenzione fosse esplicitamente posto il genocidio armeno; e così sono riusciti a fare un po’ di luce sulla storia e a scalfire uno dei più rocciosi tabù della cultura turca. Segno che in Turchia la rivoluzione silenziosa procede, va avanti e avvicina sempre più il Bosforo all’Europa e all’occidente portando le consuetudini della democrazia; ma è anche segno di quanto questa modernizzazione sia ancora incompleta e di quanta strada debba ancora percorrere. Dell’Armenia, ad esempio, i turchi non vogliono proprio sentir parlare, dell’eccidio e delle deportazioni compiute dall’Impero Ottomano a partire dal 1915 ai danni della minoranza cristiana non si vuole discutere. E allora, se si vuole organizzare un convegno con storici e intellettuali chiamandoli a parlare esplicitamente del genocidio, la reazione è brusca e numerosi i bastoni tra le ruote di chi vuol schiarire le ombre del passato. Come Elif Shafak, giovane e affermata scrittrice turca che vive “come una nomade tra Istanbul e gli Stati Uniti”, cinque romanzi all’attivo, uno in particolare (The Flea Palace) di grande successo nel suo paese e tradotto in più lingue, un sesto romanzo in procinto di uscire negli Stati Uniti. Elif racconta l’esperienza del convegno e guarda alla sua Turchia: “È un bel risultato, anche se non è abbastanza perché la battaglia per la democrazia è ancora lunga”.

Tante difficoltà per una conferenza, questo non è certo un episodio che fa pensare a un paese pienamente democratico. Che ne è della cosiddetta rivoluzione silenziosa?

La rivoluzione silenziosa esiste, è in pieno corso ma è nata e si sta sviluppando in un modo molto particolare: rapidamente, radicalmente e dall’alto. In altre parole il cambiamento avviene principalmente ad opera di élites politiche e culturali di ispirazione riformista. Il rifiuto di riconoscere il genocidio compiuto contro il popolo armeno è il frutto di una sorta di amnesia collettiva, una specie di frattura della memoria. La modernizzazione che ci sta aprendo le porte dell’Europa sta anche costruendo una vera e propria rottura con il passato. Ma la Turchia non può andare avanti senza affrontare faccia a faccia il proprio passato, perché questo non è un palcoscenico chiuso dietro un sipario ma vive dentro il nostro presente, nelle nostre vite.

Da dove viene questo rifiuto così ostinato a parlare di sé e della propria storia?

Molti occidentali pensano che il rifiuto turco a confrontarsi con il genocidio armeno sia una scelta deliberata e cosciente. Non è così: l’atteggiamento più diffuso non è affatto il rifiuto, ma l’ignoranza. Le persone non conoscono la storia del loro popolo e non avvertono la necessità di conoscerla meglio. La conferenza ha generato moltissime discussioni nella società civile e sui media, ci siamo trovati di fronte a tante difficoltà, ma alla fine tutti coloro che erano iscritti a parlare hanno potuto esporre liberamente le loro idee, senza censura; anzi molti quotidiani ci hanno seguito e il giorno dopo si leggevano titoli tipo: “Un altro tabù è stato infranto”.

Concretamente di che cosa si è parlato alla conferenza?

L’idea comune dei partecipanti era la convinzione che nel 1915 sia stata consumata una grande ingiustizia ai danni della minoranza armena che è stata costretta a subire pene enormi. Abbiamo analizzato il contesto politico, sociale, economico e culturale in cui ha avuto luogo la deportazione, abbiamo raccontato ai turchi di oggi cose che non avevano mai ascoltato dalla voce dell’ideologia di stato. La minoranza armena dell’ultimo Impero Ottomano fu sottoposta a discriminazioni, deportata, derubata di ogni proprietà, costretta ad attraversare un destino ignobile, a subire saccheggi, assassinii, stupri e ogni sorta di atrocità. Ora noi vogliamo guardare in faccia il passato, accettare la verità storica e fare in modo che gli Armeni della diaspora sappiano che siamo spiacenti per quanto accadde ai loro antenati nel 1915.

La Turchia si divide quindi tra intellettuali che vogliono fare chiarezza sulle atrocità del passato e la grande maggioranza della popolazione che invece ignora la propria storia?

Spesso i media occidentali rappresentano la società turca con un ritratto in bianco e nero, da una parte le cose positive, la modernizzazione, la democratizzazione, dall’altra le oscurità, le arretratezze sociali economiche e culturali che fanno da contrasto ai primi. Ma non è così. È importante mettere in evidenza tutte le sfumature che ci sono in mezzo. In Turchia esistono almeno quattro diversi modi di affrontare il massacro degli armeni e le deportazioni del 1915.
Il primo e più comune è quello dell’ignoranza: la gente non ne sa abbastanza, non ha voglia di informarsi, e così si produce una sorta di amnesia collettiva.
Il secondo è il rifiuto, atteggiamento condiviso da poche persone che però occupano posizioni influenti come burocrati, diplomatici permalosi e molto suscettibili sull’argomento, ufficiali dell’esercito e via dicendo.
Il terzo atteggiamento è invece condiviso in generale dalle giovani generazioni: vogliono lasciarsi alle spalle il passato, costruire un futuro pacifico e si chiedono perché mai non si possa lasciar andare il passato nel dimenticatoio. Dicono: “Perché mai devo sentirmi responsabile per le colpe compiute dai nostri nonni, sempre che si siano davvero macchiati di queste terribili colpe?”
Il quarto atteggiamento, nel quale io personalmente mi riconosco, si basa sulla necessità di confrontarci con il passato; tanto gli onori e le meraviglie della nostra tradizione e della nostra storia, quanto le atrocità devono essere riconosciute da una nazione che pretende di andare avanti. Non possiamo costruire un meraviglioso futuro sulle rovine di pene misconosciute.

Tutte parole che mettono in evidenza quanto sia importante il ruolo degli intellettuali in un paese che vuole aprirsi al pieno rispetto dei diritti e delle libertà.

Gli intellettuali hanno sempre svolto un ruolo essenziale nei processi di trasformazione sociale e in Turchia le élites culturali hanno una grande tradizione. Scrittori, poeti, artisti, giornalisti e anche comici, con la satira e l’umorismo, hanno contributo moltissimo al progresso della vita sociale. Allo stesso tempo però, la tradizione culturale turca è fatta di “Padri Letterati”, tutta al maschile. Gli scrittori, i maschi, sono rispettati grazie alla loro letteratura, ai loro libri, alle loro idee, al loro sesso e alla loro età. È molto difficile, invece, per una donna vivere della propria scrittura nella società turca dove sesso ed età sono criteri essenziali di valutazione e sono misure del rispetto. Solo da anziane le donne possono essere davvero, pienamente, rispettate in Turchia.

Ma tu sei una giovane donna scrittrice, affermata e nota. Sei un’eccezione, oppure andare negli Stati Uniti ti ha aiutato a trovare una tua dimensione professionale e culturale?

La società turca è dominata dai maschi. I nostri ambienti culturali, visti da un occhio esterno, potrebbero sembrare molto moderni e occidentalizzati, ma se si arriva a guardare i rapporti tra i sessi e la sessualità, si vede quanto sia davvero difficile cambiare la mentalità turca. Da una donna ci si aspetta sempre che sia meno colta, meno intellettualmente attiva degli uomini. Quando si invecchia, poi, diventa semplice per una scrittrice essere attiva, produttiva, perché il suo attivismo intellettuale non turba la mentalità delle persone, non urta gli stereotipi culturali che raffigurano la donna turca. Si possono frequentare i circoli più progressisti, i più fini intellettuali, ma la Turchia rimane per il momento una società di vecchio stampo in cui gli anziani sono rispettati, gli uomini sono rispettati ma le donne giovani non lo sono. Finché sei giovane e donna devi lottare il doppio per far sentire la tua voce.

E la tua personale esperienza come si è evoluta? Cosa ha significato andare negli Usa?

Ho scritto sei romanzi, i primi quattro in turco mentre vivevo in Turchia poi sono andata negli Stati Uniti dove ho iniziato a scrivere e a pubblicare i miei libri in inglese. C’erano persone in Turchia arrabbiate con me perché pensavano che dagli Usa avrei abbandonato il mio paese e interpretavano la mia partenza come una specie di tradimento culturale. Questo è un riflesso nazionalistico per il quale i turchi tendono a pensare in modo manicheo: o sei uno di loro o non lo sei. Io invece credo che si possa essere multiculturali, parlare e scrivere in diverse lingue e vivere una vita a più dimensioni, a profondo contatto con realtà diverse. Per questo continuerò a scrivere sia in turco che in inglese.

 

 

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