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287 - 28.10.05


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L’ultimo dei classici,
il primo dei rivoluzionari

Paola Casella



C'è un aggettivo che riassume efficacemente il lavoro e il carattere di Eduard Manet, ed è "vigoroso". Perché nella vita come nella pittura Manet si è gettato a capofitto con energia e convinzione, rivoluzionando il panorama dell'arte senza altra intenzione che quella di esprimersi al massimo delle proprie potenzialità, al di là di reticenze e falsi moralismi. La mostra che il Museo del Vittoriano di Roma dedica a Manet, e che resterà in cartellone fino al 5 febbraio, fornisce un esempio dei molti ambiti nei quali l'artista ha saputo declinarsi, e delle molte tecniche - pittura ad olito, incisioni, disegni a matita e a inchiostro - utilizzate per raccontare una storia in immagini, quella del suo tempo - la Parigi fin de siècle - e del suo temperamento - elegante e raffinato, ma anche sanguigno e volitivo.

A raccontarlo a parole sono stati i suoi contemporanei (e amici) più abili con la penna che con il pennello: Emile Zola, ad esempio, o Charles Baudelaire, che descrisse l'immaginazione di Manet come "viva e aperta, sensibile e audace”. E proprio nella varietà di tecniche e stili, sempre al corrente della tradizione classica e nello stesso tempo sempre tesi verso la sperimentazione più innovativa, Manet trova la sua identità, come un eterno equlibrista.
La mostra del Vittoriano è suddivisa in temi e periodi: ripercorre l'influenza che la pittura spagnola (soprattutto Velsquez, Goya ed El Greco) ebbero su Manet, e racconta l'innamoramento dell'artista per l'Italia; espone le poco conosciute marine e gli osannati ritratti femminili (fra cui alcune "prove" dell'Olympia, forse il quadro più famoso dell'autore).

Mancano tuttavia le grandi opere: Olympia, appunto, e Déjeuner sur l’herbe, che da sole bastano a dimostrare il potere sovversivo di Manet, formato all'accademia e assai rispettoso della tradizione pittorica, ma istintivamente ribelle rispetto a certi formalismi di maniera e a certe convenzioni borghesi - lui che era figlio della ricca borghesia parigina e che veniva soprannominato "il dandy" dai suoi amici bohemienne - incompatibili con il suo vivo sentire, con la sua natura schietta e tesa verso la verità delle cose.

I musei che custodiscono i capolavori di Manet sono stati avari (o eccessivamente prudenti), e così la mostra romana, pur nella sua ricchezza, risulta tronca, e sembra indirizzata più a coloro che già conoscono a fondo il lavoro dell'artista (e quindi possono qui apprezzare tutte le sfumature della sua ricerca espressiva) che coloro che vi si accostano per la prima volta.

Ma anche attraverso questa selezione appaiono chiare alcune caratteristiche della pittura di Manet. Ad esempio quell'intensità al limite della violenza espressiva: bastano i suoi colori densi, quei contrasti forti e stridenti di chiari e scuri (altro che le infinite gradualità degli impressionisti) che, come diceva Delacroix, penetrano negli occhi "come una sega d'acciaio" e impediscono a chi guarda di nascondersi, di guardare altrove. Del resto, l'ha detto lo stesso Manet: “In una figura cercate la grande luce e la grande ombra, il resto verrà naturalmente”.

Le sue donne sono carnali e per nulla angelicate. Le acque delle sue marine non baluginano di luci riflesse come quelle di Monet, da cui lo separa non solo una vocale ma un'intera concezione di vita. La totale mancanza di ipocrisia con la quale si accosta ai soggetti dei suoi ritratti fa sì che questi appaiano nudi anche se meticolosamente vestiti, soli con la loro piccola o grande vanità.
Manet fu, come dice il catalogo della mostra al Vittoriano, "l'ultimo dei classici e il primo dei rivoluzionari"; anticipò e rese possibile l'Impressionismo ma di quel movimento, come di qualisiasi altro movimento collettivo, non volle mai far parte ufficiale, e ne travalicò i confini ponendosi prima e dopo, testimone del presente nel suo divenire, mai nel suo cristallizzarsi in uno stile facilmente etichettabile. "Manet è in grado di arricchire di linfa vitale il legame con il passato, con mediazione spregiudicata ed esaltante", scrive nel bel saggio contenuto nel catalogo della mostra Maria Teresa Benedetti. E di questa personalità tramite fra passato e futuro siamo chiamati ad essere ancora una volta testimoni.

Manet
Roma – Complesso del Vittoriano
Via San Pietro in Carcere (Fori Imperiali)
sabato 8 ottobre 2005 – domenica 5 febbraio 2006
Costo del biglietto: € 9,00 intero; € 7,00 ridotto
Orario: dal lunedì al giovedì 9.30 –19.30; venerdì e sabato 9.30 – 23.30; domenica 9.30 – 20.30
Per informazioni: tel. 06/6780664

 

 

 

 

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