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287 - 28.10.05


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Manet e Monet,
l’incontro-scontro

Renato Barilli



Il peso fatale di uno scarto di lettere.
Il caso è capace di produrre strani accostamenti involontariamente ironici e beffardi; di tale natura si deve considerare la circostanza che in Francia, a pochi anni di distanza l’uno dall’altro (1832-1840), nascessero due grandi artisti separati, all’anagrafe, dallo scarto di una sola vocale: Edouard Manet contro Claude Monet. Il bello è che quel minimo scarto cronologico, abbondantemente compensato dall’unità dell’ambiente in cui videro la luce, la Parigi sulfurea di quel momento storico, saldamente investita del ruolo di capitale culturale d’Europa, li condannò a intrecciare di frequente le loro vicende, tanto che i poveri osservatori esterni, se solo un po’ distratti o non del tutto competenti, li scambiarono in tante occasioni l’uno per l’altro, con grande disappunto reciproco, dato che in realtà seguivano, ciascuno, strade tra loro assai diverse, nonostante qualche appariscente tratto in comune.

E anche la loro importanza storica, enorme in entrambi i casi, ha pesato in misura assai diversa sui piatti della bilancia, non di rado a favore del più giovane dei due, Monet, che si è trovato a imboccare una pista unilaterale, percorrendola fino in fondo, erigendosi a suo massimo campione, ma anche con ciò entrando in una specie di tunnel senza uscita, di vero e proprio cul-de-sac. Però l’opinione pubblica ama i messaggi forti e chiari, perentori e unilaterali, e di tale natura è senza dubbio quello che ci è pervenuto da Monet, con cui l’asse strategico che dal Realismo giunge al Naturalismo ed esplode nell’Impressionismo si compie col massimo di efficacia.
Ma è anche un asse che ferma la sua forza penetrativa entro i termini cronologici dell’Ottocento, o meglio, procede anche oltre, ma come una girandola, come un fuoco artificiale che fugge fuori dalla cinta prevista e splende di rinnovata forza, ma condannata a spegnersi entro breve termine. Ovvero si può ridire il tutto secondo la nota massima del motus in fine velocior, la trottola impazzita dell’Impressionismo monettiano ruota su se stessa, si attorce, brucia in una incandescente fiammata, ma per concludere inesorabilmente la sua parabola senza tramandi. In altre parole, l’astro di Monet non porta fuori da una pur nobilissima tradizione del mondo occidentale, quella che si apre quando Leonardo inaugura la prospettiva aerea e scopre i valori atmosferici, passando il testimone a tutti i grandi esponenti della “maniera moderna”, nell’accezione preziosa e puntuale del Vasari, a cominciare dal terzetto superlativo rappresentato da Raffaello-Correggio-Tiziano.
Da lì si procede verso il grande Realismo-Naturalismo europeo, su su per li rami, e finalmente l’asticciola perviene, per il guizzo finale, per l’esplosione ultima, a Monet quale postremo campione di una straordinaria serie ascendente, nel momento in cui la fotografia è già pronta ad assumersi la sua parte, e anzi a stabilire un serrato “combattimento per un’immagine”, come è stato detto.
Il confronto, vinto agli inizi dalla pittura, presto si rivelerà impari, e gli artisti del pennello saranno costretti a “lasciare” in favore dei concorrenti forniti di camera, ed è questo, come ben si sa, un modo elementare, perfino ingenuo, per spiegare la ragione per cui l’arte, sul finire dell’Ottocento, si trovò costretta a scegliere un’”altra” strada. In quel preciso momento si chiudeva la parabola della modernità e si apriva quella della contemporaneità, per quanto ambigui, in sé e per sé, siano i due termini. Nasceva insomma, o ritornava sul quadrante della storia, l’ora delle varie astrazioni e stilizzazioni e scarnificazioni del dato visivo, tutti i valori di cui Manet, a differenza di Monet, è validissimo campione.
Ma l’opinione pubblica più sprovveduta non si è ancora persuasa circa questo fatale e necessario cambio di pedale, si ostina a invocare nostalgicamente i “sani” valori della veduta conforme, verosimile, fotografica, intinta di estro, di umori, tutta dedita a un mondo di palpiti attimali: che sono i valori erogati a piene mani dalle tele monettiane.

Se n’è ben accorto qualche astuto organizzatore di mostre dei nostri giorni, pronto quindi a fornire al palato facile di timidi e incerti vagheggiatori del tempo passato tanto paesaggismo, tante Ninfee di Claude, evitando invece con cura di soffermarsi sul difficile, ingrato emulo beffardamente contrassegnato da quell’unica vocale di scarto. Risultato: nel nostro Paese si apre ogni anno una mostra volta a spremere una volta di più il grato succo dei frutti monettiani, sontuosamente accompagnati dai prodotti paralleli della corte dei seguaci come Pissarro e Sisley, mentre si stenta a rendere omaggio a chi, pur avvolto nelle stesse trame, tesseva orditi a maglia più larga e razionale, con Manet in prima fila, ma ricordando che è doveroso associargli subito, in un ruolo per gran parte paritetico, l’altro maestro francese Edgar Degas e l’apolide, giramondo anglo-americano James McNeill Whistler. Ecco una terna che pesa forte, lungo la rotta protesa verso i nostri tempi contemporanei, su cui viceversa si indaga assai poco, a livello espositivo. E’ dunque ampiamente meritoria questa rassegna allestita al Vittoriano in onore del primo, in ogni senso, di questi intrepidi moschettieri, mostra che del resto fa il paio con una precedente rassegna ugualmente utile dedicata a Degas. Non conta stare a rilevare che dell’officina manettiana mancano tanti pezzi forti, sui tipo del Déjeuner sur l’herbe o dell’Olympia o del Balcon o del Bar aux Folies Bergères: forse ormai nessuna mostra, anche se tenuta nei musei più titolati del mondo, potrà permettersi di far apparire questi talloni aurei, nel sistema dei valori contemporanei.

 

 

 

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