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287 - 28.10.05


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Ripartiamo dal fumetto

Alessandro Lanni



Le élite, quelle vere, da anni hanno abbandonato la Costa Smeralda. Meglio Pantelleria o Filicudi, meglio un "dammuso" per investire. Ormai il paradiso puzza di olio abbronzante, è diventato una succursale estiva di studi televisivi e di campi da calcio. La Sardegna nell'immaginario di noi "continentali" è purtroppo sempre più solo questo, ritrovo mediatico per il popolo degli spettatori invernali che finalmente possono sbirciare dal vivo, col binocolo e a caro prezzo, le loro fantasie catodiche. Costa Smeralda per l'isola intera, una sineddoche del tutto ingiustificata.
L'Agneta, la snobbissma vela ruggine dell'Avvocato non scivola più in queste acque. È tempo di moto d'acqua sgommanti, ora. Hai voglia a trasformare la spiaggia sperduta e splendida di Piscinas nella Capalbio dell'isola – come qualche settimanale ha pure provato a fare lo scorso agosto – la Sardegna ha imboccato la via televisiva. La patria dei pastori, dei rapimenti e delle miniere in lotta è diventata oggi quella delle veline more, come ha scritto Marcello Fois qualche tempo fa. Certo ci sono le battaglie per la smilitarizzazione di Capo Teulada o della Maddalena, certo c'è la speranza Soru ma questo non sembra sufficiente a trasformare l'immagine collettiva che un po' tutti, volenti o nolenti, abbiamo dell'isola.
Eppure, ci sono stati personaggi isolani che non sono venuti a patti con questa realtà. Che sono stati in grado di pensare e raccontare l'isola senza cadere in piagnistei retrò per il tempo che fu, ma testimoniando un legame e un amore unici per la propria terra attraverso le mille facce sconosciute della Sardegna attuale. Uno di questi è stato Sergio Atzeni.

Atzeni è morto dieci anni fa nelle acque dell'isola di San Pietro, quella di Carloforte e della tonnara. A leggere la bibliografia, la mole di articoli che ha prodotto nella sua vita, non ci si capacita che fosse ancora un uomo giovane di 43 anni. Ora, una piccola ma molto meritoria casa editrice sarda, Il Maestrale, pubblica in contemporanea una antologia di "racconti cagliaritani", I sogni della città bianca (pagg. 339, euro 10), e una monumentale raccolta di scritti giornalistici pubblicati tra il 1966 e il 1995 dell'autore nato a Capoterra. Si tratta non solo di un doveroso omaggio a un figlio della terra sarda, ma anche uno di strumento utilissimo per comprendere chi fosse in realtà l'autore tra l'altro de Il figlio di Bakunìn e Bellas mariposas, per apprezzare al meglio i registri di scrittura differenti, i mille interessi, l'impegno politico e culturale, il disincanto, la passione senza nostalgia per la Sardegna.

«Chi scrive è personalmente convinto che Antonio Gramsci, se vivesse oggi, invece di dare l'indicazione di "partire dal melodramma" darebbe quella di "partire dal poliziesco", o dalla fantascienza, o dal fumetto». In questa battuta di Atzeni si riassume molto di quel corto circuito culturale che furono gli anni Settanta in Italia. La sinistra, anzi il Pci era preso in mezzo tra un'ideologia coi paraocchi e una nuova cultura figlia del '68, della tv, del post moderno. La critica alla cultura per compartimenti stagni metteva in crisi i riferimenti delle vecchie generazioni progressiste. E gli Scritti giornalistici (in totale 1020 pagine) di Atzeni, egregiamente curati da Gigliola Sulis, mettono proprio il dito in quella frattura culturale ben rappresentata dall'Eco di Apocalittici e integrati e da un certo francofortismo. Articoli che trattano di economia, politica, società, musica, fumetti, sport, di libri, di tantissimi libri recensiti e che mostrano gli interessi più disparati del giornalista-scrittore. In Italia si scopre il valore della fantascienza e della letteratura gialla o di quella gotica. I modelli dell'allora giovane cronista sono Gianni Brera che ha saputo scrivere di calcio con lingua letteraria e Oreste Del Buono che con la rivista Linus restituisce dignità a un genere come il fumetto, disprezzato dall'ortodossia culturale tanto conservatrice quanto comunista. Come scrive Giuseppe Greco nell'Appendice ai racconti, Atzeni sperimenta "fusioni" tra letteratura e musica, letteratura e scultura e tra i vari sottogeneri letterari e l'apologo morale.

Atzeni si definisce cittadino sardo, italiano ed europeo al tempo stesso. Ma più che altro tiene al riconoscimento della sua terra come parte del continente. Cagliari è un filo rosso che attraversa la sua opera, in particolare quella di scrittore. Città simbolo della Sardegna, dalla quale Atzeni non riuscirà mai a separarsi malgrado le sue peregrinazioni attraverso l'Europa.
«Devo dire la verità: raccontare Cagliari è stato uno dei motivi che mi ha spinto a cercare di scrivere racconti». Fin dai primi interventi saltuari sulla stampa di sinistra ("Rinascita sarda" e la pagina locale dell'"Unità" a cavallo del 1970), l'obiettivo di Atzeni è stato quello di uscire dalla rappresentazione spesso troppo antimoderna della Sardegna e del suo capoluogo. In seguito, scriverà addirittura un breve testo – Raccontar fole (Sellerio 1999) – nel quale si dedicherà a smontare le favole che per secoli scrittori e viaggiatori italiani ed europei hanno inventato sulla sua terra. Un atto ironico d'amore e di verità contro gli stereotipi di ieri e di oggi, contro l'immagine di una terra di selvaggi e quella di un villaggio turistico.

Questa esigenza di autenticità c'è anche ne I sogni della città bianca, raccolta di racconti pubblicati per la prima volta in questi giorni ma che risalgono alla prima metà degli anni Ottanta. Cagliari è un luogo da esplorare, da ritrarre, da criticare con la passione di chi ci sta dentro fino in fondo. Come accadrà nei romanzi successivi, Atzeni fa a fette un mondo, quello cagliaritano, sezionandolo con la crudezza gentile di chi ci tiene a far vedere come le cose stanno in realtà. La realtà di una città «tanto lontana dal cuore dell'impero. Attardata su se stessa, decaduta e dolente» come scrive in Un duello, l'ultimo racconto della raccolta.

 

 

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