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286 - 14.10.05


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Credo all’Europa
che guarda a sinistra

Slavoj Žižek con
Massimiliano Panarari



In memoria di Riccardo Bonavita

Slavoj Žižek è un campione degli attraversamenti e delle contaminazioni tra i saperi; sociologo, psicanalista e filosofo che lavora all’Istituto di sociologia di Lubiana ed è visiting professor presso numerose università europee e americane. Globe trotter della cultura che si divide tra Europa, Stati Uniti e Argentina (dove risiede la moglie attuale), le traduzioni italiane dei suoi libri si possono leggere nelle edizioni della romana Meltemi (Benvenuti nel deserto del reale e L’epidemia dell’immaginario) e dalla milanese Cortina (Il godimento come fattore politico e il mastodontico Il soggetto scabroso. Trattato di ontologia politica).
Classe 1949, Žižek è autore prolifico e immaginifico, conoscitore come pochi della cultura pop dei nostri anni (da X-files ai film di David Lynch), capace di mescolare lacanismo e recupero di Lenin, Žižek sa essere brillante e continuamente spiazzante rispetto ai cliché “perché – dice – riformulare sempre le domande rappresenta il vero compito della filosofia, soprattutto oggi” . Soprattutto, sorprendente, ecco l’aggettivo giusto, come dimostra in questa intervista, tutta incentrata sulla politica, raccolta presso il Collegio della modenese Fondazione San Carlo dove lo abbiamo incontrato in occasione dell’ultima edizione del Festivalfilosofia di Modena.

Prof. Žižek, lei ricorda spesso che il compito della filosofia e dell’attività intellettuale è, specialmente nell’epoca attuale, quello di provare a pensare in modo diverso da quanto prescrivono l’ordine dominante e lo stato delle cose. Quale contributo può dare l’Europa alla prospettiva di un pianeta differente da quello egemonizzato dal “Nuovo ordine americano”?

Io credo molto all’Europa e alle sue potenzialità future, e so molto chiaramente che farei volentieri a meno di vivere in un mondo nel quale esistono solamente due modelli: quello americano e quello cinese, ovvero due paradigmi nei quali il capitalismo (neoliberista oppure fuoriuscito dalla lunga transizione in corso nel “pianeta Cina”) prevale sulla democrazia, schiacciandola. Penso che la definizione di democrazia cambierà radicalmente rispetto a quella liberal-procedurale a cui l’Occidente è abituato, anche se non siamo in grado di vaticinare in quale direzione andrà (studiare la filosofia non equivale a disporre di una sfera di cristallo; significa, molto più propriamente, cercare di porre le domande secondo modalità di volta in volta differenti, o più precise, se preferisce).


Ma, di tanto in tanto, mi pare di scorgere dei segni positivi. Per esempio, il referendum in Francia che ha bocciato la costituzione non corrisponde affatto, almeno nella sua “anima” prevalente, a un rigurgito xenofobo o a un riflesso nazionalista e revanscista, come si sono affrettati a descriverlo i liberali e i partigiani di questa Unione tecnocratica. Anch’io avrei votato, senza esitazioni, Non. Solamente dire di no alla bozza preconfezionata del trattato costituzionale (preparato da lobby economiche e burocrazie comunitarie alla ricerca di una mera ratifica popolare alla loro “minestra pronta”) avrebbe, infatti, tenuta aperta la possibilità di una scelta autentica e alternativa. È stato un tentativo di ribellarsi a quella che il mio amico Jacques Rancière chiama la post-politics, la versione odierna (e la negazione) della politica, che cessa di essere decisione radicale – come dovrebbe accadere – per trasformarsi in atto razionale, pragmatico, al servizio degli interessi dei più forti economicamente. Del resto, le pare forse casuale che la parola stessa, politics, abbia finito, in questo mondo dominato dalla lingua inglese, per venire sostituita da espressioni come government o governance piuttosto che administration?
In Europa abbiamo bisogno di un dibattito vero e profondo. In una parola, ci serve una riappropriazione da sinistra del tema Europa. E, quindi, pur non credendo nel valore automaticamente salvifico dei movimenti, il dibattito sulla guerra in Iraq, suscitato dalle mobilitazioni pacifiste, ha avuto di certo un ruolo prezioso e fondamentale.

Cosa pensa del multiculturalismo – nelle sue diverse versioni – oggi così al centro del dibattito?

Non amo per niente le retoriche, di qualunque natura e colore. E, dunque, nutro molti dubbi nei confronti del multiculturalismo che ci vuole tutti buoni e bravi, e pronti a coabitare pacificamente. O del politically correct, nuovo “giocattolo teorico” alla moda della sinistra, che si è semplicemente sostituito ad alcuni antichi e inservibili armamentari ideologici (per molti versi, una forma di Left conservatism, come rimarcato dalla specialista di Women’s studies Wendy Brown).
Ad esempio, posso anche capire le motivazioni sostenute dai fautori dell’ingresso della Turchia nell’Unione europea, ma la vicenda e le ripercussioni sono molto più complesse di quello che vogliono farci credere, soprattutto se il tutto viene ammantato con la semplicistica e buonistica retorica della convivenza tra le culture o con l’idea della democrazia come “istituzioni liberali + rispetto (apparente) dei diritti umani”, sorta di passepartout per divenire nuovi membri. Comprendo, però, molto bene anche la resistenza all’allargamento della Ue (che non può e non deve essere solo economia) a un paese innegabilmente differente da quelli che la compongono. Per questo, inviterei chi decide alla cautela, e a promuovere, veramente, la discussione tra l’opinione pubblica i popoli del continente. Oriana Fallaci è un sintomo di un problema che va preso molto sul serio, così come va fatta estrema attenzione al populismo di destra montante per capirne le ragioni del successo presso il popolo, evitando di rifugiarsi in una consolatoria e liquidatoria (oltre che molto snob) alzata di spalle. Su queste tematiche, infatti le destre dilagano e vincono elezioni (come accaduto in Slovenia e in altri paesi dell’Europa dell’est).
Ciò che mi preoccupa del multiculturalismo da un punto di vista teoretico è il suo “superamento” del conflitto e dell’antagonismo, che invece rimane un fondamento della politica, e della nostra stessa esistenza (come la psicanalisi evidenzia). Credo che si debba tornare a forme di radicalismo antagonista, senza le quali la sinistra rinuncia a fare politica e alla sua vocazione alla trasformazione dell’esistente. Si ricorda, come nelle fiabe, “c’era una volta la lotta di classe”?

Nella sua rivisitazione critica – molto franca e combattiva – delle forme più recenti assunte dalla sinistra (a partire dagli anni Sessanta), lei non risparmia neppure certo femminismo…

Già. Non sono affatto convinto, come si sente spesso dire dalle teoriche dei gender studies, che la “soggettività” maschile sia tout court fallocentrica, imperialista, guerrafondaia, a differenza di quella femminile necessariamente ecologica, armoniosa, olistica, pacifista e cooperativa. Se il cogito cartesiano della razionalità pura possiede un sesso, direi che è femminile… Io ho profonda paura di un falso femminismo che descrive il femminile come “ontologicamente” bello e buono, a fronte di un maschile selvaggio, bestiale e oppressore.
Il femminismo Usa, poi, risulta, sotto un profilo sociologico, tipicamente upper class; trovo, pertanto, inaccettabile e assai poco elegante la critica spietata e il dileggio mostrati da quelle che sono, di fatto, null’altro che delle signore bene radical nei confronti delle donne che, a loro giudizio, si farebbero opprimere così, senza la minima consapevolezza. Lo trovo un atteggiamento di completa ignoranza dei contesti socio-culturali in cui vivono le altre donne.

Cosa pensa della situazione della sinistra occidentale odierna?

Una premessa. Naturalmente, non mi piacciono, per niente, le terze vie, null’altro che la “versione sinistra moderata” della vittoria del principio di amministrazione e di gestione sulla politica – anche perché non ho ancora visto comparire e sperimentare la seconda via, nel frattempo… Insomma, null’altro che un tentativo di offrire un “capitalismo globale dal volto umano”; ditemi voi cosa c’entra, dunque, con la sinistra questa proposta politica!
E, tuttavia, bisogna operare un distinguo. Non sono neppure d’accordo, infatti, con l’atteggiamento sterilmente snobistico e moralistico di certa sinistra radicale – davvero una old left – che non riesce ad andare oltre la mera – e spesso personalistica – critica della figura di Blair. Zapatero, invocato come salvatore e nuova icona dalla sinistra più intransigente, ha sicuramente messo in campo una politica estera più condivisibile di quella del governo inglese New Labour, ma in politica interna e in quella socio-economica non vedo alcuna differenza rispetto al blairismo. Dov’è la proposta concreta? Che fare? Anche la popolarissima teoria della moltitudine di Toni Negri e Michael Hardt non si discosta, di fatto, dalla prospettiva di una lista di richieste effettuate nei confronti dell’”Imperatore” e, in questo, pecca un po’ di mancanza di radicalità. D’altra parte, come nota il mio amico Ernesto Laclau (che, a volte, risulta anche eccessivamente critico nei suoi confronti), il successo di Negri negli Usa, si potrebbe spiegare anche con il desiderio delle elite accademiche statunitensi di essere radicali, senza rinunciare ai confort del sistema; agli atti pratici, difatti, c’è assai poco di rivoluzionario nell’attuale teoria negriana che finisce per non disturbare granché il manovratore.
Per quanto possa apparire sgradevole, Bush e i neocons che lo circondano fanno politica – naturalmente inaccettabile. La sinistra, sfortunatamente e purtroppo, no. Si apprende, così, molto di più da alcuni conservatori intelligenti (da Daniell Bell che ha intuito il nuovo corso del mondo contemporaneo al Francis Fukuyama del libro Trust) che dai liberal spaesati o dai riformisti tecnocratici.

Dal “Che fare?” passiamo, allora, alla sua riscoperta di Lenin; in cosa consiste?

Io propongo un recupero del leader del bolscevismo in un’accezione, per così dire, kierkegaardiana, fondata sulla scelta. Ciò che mi affascina di lui è il suo essere partito da zero nel durissimo e apertissimo orizzonte storico del 1914; il suo averci provato davvero, la sua consapevolezza del gesto e dell’atto quasi disperato (che emerge molto chiaramente dai suoi tanti scambi epistolari), così distante e antitetico rispetto al determinismo di tutta una certa tradizione comunista. Il capo bolscevico non aveva paura di farcela e di riuscire a vincere, in un contesto nel quale, da sempre, i marxisti sono i migliori critici e i primi, quasi compiaciuti, osservatori e analisti del fallimento delle rivoluzioni; pensi a Trotzki, ma anche allo stesso Marx, i cui scritti più riusciti sono quelli sul ’48 e la disfatta dei moti rivoluzionari.
Ecco, Lenin è tutt’altro rispetto a questa consuetudine, e alla degenerazione staliniana. Potrei persino dire che fu molto “postmoderno”, nel senso positivo che attribuisco a una certa accezione del termine.
Al riguardo, da anni assistiamo al fiorire di tutte le teorie del post (postmoderno, postindustrialismo e così via), che in generale non mi convincono, né piacciono granché. Il postmoderno può fornire una chiave interpretativa di qualche utilità se lo si intende come la fase e la realtà attuale del tardo capitalismo, mentre mi trovo completamente in disaccordo con chi ne fa un’ideologia e il paradigma di una supposta trasformazione epocale che staremmo vivendo. Penso, per fare un esempio, alla visione – sbagliata – che ne ha, per l’appunto, certa teoria femminista: l’età postmoderna non porta alcuna emancipazione, né alcuna liberazione della cosiddetta soggettività. I meccanismi di dominio e di controllo sono ben saldi; hanno assunto, ecco il punto, altre forme. Allora, di fronte, a quel florilegio di posizioni post, io propongo di ritornare decisamente a Hegel. Tra lo Stato e la società civile, poi, io mi colloco solitamente dalla parte dello Stato, non capendo affatto la retorica pro-civil society che ha finito per dilagare a sinistra; tanto è vero, infatti, che la retorica antistatualistica è divenuta, da tempo, un cavallo di battaglia delle destre. Ha mai notato – tanto per portare un esempio – che i survivalist dell’America profonda e le vecchie Black Panthers sono accomunati dalla medesima teoria cospiratoria (col relativo linguaggio) che vede la burocrazia e gli apparati dello Stato annidati ovunque e responsabili di ogni male?

 

 

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