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285 - 28.09.05


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Cari cugini italiani,
rimboccatevi le maniche

Martine Marignac



Questo articolo è tratto dal numero 91 (settembre – ottobre 2005) di Reset, interamente dedicato al cinema italiano.
Perché il cinema italiano non è industria? Perché manca quel prodotto «medio» capace di attrarre pubblico e critica? Come dovrebbe intervenire lo Stato? Quanto influisce il duopolio produttivo Rai-Medusa?
Queste le domande a cui Reset ha cercato di rispondere chiamando a discutere critici, registi, sceneggiatori e scrittori, produttori, attori, attrici, politici.


Le coproduzioni tra Francia e Italia, per usare un eufemismo, vanno male: fuori di ogni eufemismo, il loro stato è pessimo e i motivi sono numerosi. Questa condizione non riguarda solamente le piccole produzioni o i film a basso budget, diretti da autori esordienti: la situazione è talmente compromessa che noi produttori indipendenti ci troviamo di fronte a grandi difficoltà anche quando si tratta di trovare finanziamenti per coproduzioni legate a nomi noti e affermati.
Posso portare un esempio che mi riguarda, come produttrice, in prima persona: sono riuscita, in passato, a trovare i fondi per produrre un regista italiano affermato come Ermanno Olmi, ma oggi ho dovuto rinunciare a finanziare un film di un regista come Mario Monicelli. Sembra un paradosso ma è la realtà. Quello che è successo con Olmi, ovvero riuscire a trovare finanziamenti francesi, posso considerarlo come un piccolo miracolo e come tale difficilmente ripetibile, almeno per poter portare avanti il progetto di un secondo film. Ciò che si deve comprendere è il rischio che comporta questa situazione: una coproduzione non significa solamente l’accesso a dei finanziamenti esteri. Una coproduzione garantisce un aspetto fondamentale per il futuro delle cinematografie nazionali, garantisce visibilità e soprattutto offre una garanzia altrimenti impossibile, ovvero la distribuzione del film nel paese coproduttore.
Questa della visibilità è una questione fondamentale: aspetti come l’eccessivo localismo di molte produzioni e la difficoltà del mantenimento di uno stato di salute delle cinematografie nazionali nascono proprio dalla difficoltà nel recepire fondi e dalla progressiva diminuzione delle coproduzioni. Spesso ci si lamenta del fatto che la fama di molti nostri brillanti interpreti delle ultime generazioni, tanto italiani che francesi, sia relegata all’interno dei confini nazionali e che, una volta portati all’estero, questi stessi attori non bastino a garantire un buon riscontro commerciale delle pellicole. Ma come si può pensare che tutta una generazione di giovani attori italiani e francesi possano essere conosciuti all’estero se vengono a mancare proprio le coproduzioni? Lo sforzo della coproduzione è il punto di partenza fondamentale per creare un terreno comune. Senza buone coproduzioni o con le insufficienti coproduzioni attuali come si può pensare che siano possibili un incontro e degli scambi fruttuosi tra le nostre culture? La coproduzione è uno sforzo basato sulla collaborazione e senza collaborazione lo scambio viene meno.

Un problema che
riguarda tutta l’Europa

Pensiamo al passato, a quando le coproduzioni erano davvero uno strumento efficace e come tale sfruttato e riconosciuto: anche solo la presenza di certi nomi all’interno di una produzione significava un successo sicuro anche al di fuori dei confini nazionali. Senza cooperazione tra le nostre due culture i nostri talenti nazionali, qualora esistano – e io credo che ancora possano esistere – rimarranno relegati in un ambito locale. Questo non è un problema che riguarda solo i rapporti tra Francia e Italia, investe un po’ tutta l’Europa e vale anche per paesi come la Germania e la Spagna.
Parlando di coproduzioni non posso fare a meno di toccare un’altra questione spinosa, quella del finanziamento pubblico ed in particolar modo lo stato dei fondi italiani per il cinema. Il fondo italiano per la cinematografia è di per sé esiguo: come se questo non fosse già abbastanza, in Italia non è possibile fare affidamento su una cifra annuale più o meno stabile. Ogni anno, infatti, il budget dei fondi destinati al cinema da parte dello Stato italiano è sottoposto a revisioni: in una situazione così precaria è normale che le commissioni, quando si tratta di decidere a chi assegnare i soldi del fondo, tendano a privilegiare le produzioni nazionali, togliendo risorse ad uno strumento prezioso come le coproduzioni finanziarie minoritarie. Quello che propongo, con uno sguardo a lungo termine, è che una parte di questo fondo venga invece riservata proprio alle coproduzioni finanziarie minoritarie.
Un’altra questione urgente all’interno del panorama dei rapporti tra la cinematografia italiana e quella francese è quella dell’accesso ai diffusori, ovvero del posizionamento da una parte del cinema francese sulle televisioni italiane, dall’altra di quello del cinema italiano sulle televisioni francesi.
Quando incontriamo i responsabili dei palinsesti delle televisioni francesi, noi stessi produttori francesi ci sentiamo dire che i nostri sono film da seconda serata e che se già è difficile riuscire a «piazzare» le nostre pellicole di produzione interamente nazionale figurarsi quelle italiane. In poche parole, ci sentiamo dire che non c’è spazio per questi film all’interno dei palinsesti televisivi, se non alle condizioni penose che ben conosciamo. Stando ai dati in nostro possesso prodotti da uno studio di Unifrance, su ventinove film italiani trasmessi dalle televisioni francesi nel corso del 2004, ventiquattro o venticinque erano pellicole pescate nel repertorio delle emittenti. Cosa significa questo? Significa che quando cerchiamo film italiani su canali francesi, troviamo sempre gli stessi e lo stesso succede in Italia per il film francesi. In quanto all’accesso ai diffusori, Italia e Francia soffrono di una malattia comune.
A cosa porta tutto questo? Porta a situazioni come quelle che mi trovo a vivere io in prima persona: con la mia casa di produzione, la Pierre Grise, vogliamo coprodurre il film, senza fare nomi, di un autore italiano molto stimato sia in Italia che in Francia, un regista che in passato ha vinto anche tre premi molto importanti, tra i quali anche Venezia; un autore che, inoltre, è sempre stato sostenuto finanziariamente. Ebbene, tra pochi giorni cominciano le riprese e cosa ci sentiamo dire? Che non ci sono i soldi.
Anzi, ci sentiamo dire che solo a settembre sapremo se il film potrà accedere ai finanziamenti per le produzioni di alto interesse culturale: a settembre, quando le riprese saranno ormai finite. È questo un altro nodo da sciogliere, la questione dei finanziamenti ex post. Per fortuna nessuno ancora ci ha tolto Euroimages, i cui soldi ci permettono e mi permettono di andare avanti: ma quanto ancora sarà possibile andare avanti così? Quanto ancora potremo sopravvivere?

Rimboccarsi le maniche
per non soccombere

Penso di nuovo a Il mestiere della armi di Ermanno Olmi del quale sono coproduttrice: nonostante il grande successo di critica e il valore che gli è stato riconosciuto ai festival, visto il fallimento commerciale in sala non è stato comprato da Canal+ e se Canal+ non lo ha acquistato finora dubito che lo farà mai.
Quella che deve essere sottolineata è la distanza tra ciò che vorremmo fosse possibile, i desiderata, e la pratica reale. I canali televisivi, il servizio pubblico, hanno degli obblighi: è troppo semplice trasmettere un film di Fellini o altri classici, riempirci i palinsesti, senza dare spazio alle produzioni di autori contemporanei. Tanto più che questi classici assicurano sempre, anche alla millesima replica – e lo vediamo dai dati – degli ottimi ascolti e questo indipendentemente dal loro orario di trasmissione. Tanto più che attingere al repertorio conviene alle televisioni anche e soprattutto in termini di spesa per i diritti di trasmissione visto che superato un certo numero di repliche il prezzo del film si abbassa notevolmente. Questi comportamenti che ho elencato finora non aiutano le coproduzioni e non aiutando le coproduzioni non aiutano neanche le cinematografie nazionali.
Il produttore italiano De Laurentiis ha lanciato la proposta provocatoria di risolvere la questione della presenza del cinema francese nella televisione italiana acquistando, ad esempio, i dieci migliori incassi delle rispettive cinematografie: non credo che sia questo il modo di risolvere la questione.
Lo scenario attuale suscita in me molta preoccupazione e mi spinge a fare questa riflessione: siamo noi produttori che dobbiamo fare proposte concrete ai responsabili dei canali televisivi. È fondamentale che si parli. Sta a noi distributori, a noi produttori andare dai responsabili dei canali televisivi e dai responsabili dell’assegnazione dei fondi. Quel poco di meglio che c’è in Francia, nasce tutto da questo, dall’incontro, dalla negoziazione con le istituzioni pubbliche e private tra noi produttori e distributori e loro: sta a voi produttori e distributori italiani andare a bussare alle porte del servizio pubblico e fare proposte, chiedere di essere ascoltati, domandare il confronto. È questo quanto di più necessario per il bene del cinema francese e di quello italiano: che vengano ripresi i negoziati tra i diversi attori della filiera. Dovete rimboccarvi le maniche, cugini italiani: la situazione è drammatica e senza sforzi reali da parte vostra per portare avanti le vostre necessità con le istituzioni si rischia solo di peggiorare.

(Il testo costituisce la trascrizione dell’intervento presentato al Forum del Cinema Italo-Francese, Roma, 9-10 giugno 2005).

* L’autrice è è presidente della Pierre Grise Productions.


 

 

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