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284 - 14.09.05


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Filosofia contro il dolore

Massimiliano Panarari



Salvatore Veca,
La priorità del male
e l’offerta filosofica,

Feltrinelli, pp. 190, euro 14


Quando la filosofia si occupa della politica e della vita… Potrebbe essere questo il sottotitolo o il minimo comun denominatore del lavoro teorico di Salvatore Veca – tra le tante altre cose, docente di Filosofia politica all’Università di Pavia, dove è preside della Facoltà di Scienze Politiche, già presidente della Fondazione Feltrinelli tra il 1984 e il 2001. Ma, soprattutto, il “capofila”, per così dire, di un filone di studi – da lui stesso, in buona parte, introdotto in Italia, a partire dalla celeberrima Teoria della giustizia di John Rawls – alimentato dal meglio della teoria politica e della filosofia pratica di matrice anglosassone. Della quale, Veca, ci propone, rivisitato in modo originale, il periodare, le modalità di ragionamento e quelle del procedere e avanzare nella riflessione, e un certo stile di scrittura oltre che di analisi.
In La priorità del male e l’offerta filosofica, Veca rielabora numerosi saggi e articoli degli ultimi tre anni, periodo nel quale il pensiero è stato messo a “dura prova” dalla realtà e ha dovuto confrontarsi significativamente con gli eventi occorsi – a partire dal proliferare delle “guerre giuste o ingiuste” e dei clash of civilizations, mettendo in forse e in questione, in primis, l’idea stessa di giustizia, costretta a globalizzarsi per tenere il passo col passaggio dalla “costellazione nazionale” a quella “postnazionale”.

Nel volume Veca mette a punto alcuni dei temi – o delle “questioni”, come direbbe Thomas Nagel – su cui la sua riflessione degli ultimi anni ha maggiormente insistito: gli human rights e il dibattito sulla liceità dell’interventismo umanitario, la giustizia sociale e quella internazionale (“[…] la difficoltà della ricerca di possibilità politiche e istituzionali di un mondo meno ingiusto non rende meno doveroso il compito”, p. 7), la distinzione e il gioco dei rimandi tra il fare teoria (di cui va salvaguardata l’indispensabile e irrinunciabile autonomia) e il fare politica, il cosmopolitismo, l’eterno contrasto Kant/Hobbes, il tema della responsabilità di fronte alla scienza e alle tecnologie in costante avanzamento (evitando di cadere in atteggiamenti “fideistici” di qualunque natura) e gli “enigmi socratici”, come li chiama lo studioso (a partire dalle “cose dell’amore”, ovvero i momenti centrali della vita quotidiana, prediletti oggetti di indagine da parte della filosofia analitica).

Leggere il libro significa seguire l’autore all’interno di una sorta di autentico “cantiere filosofico”, vedere il pensiero svolgersi e misurarsi con il reale, definirsi e focalizzarsi, mettere a punto il concetto e intrecciarlo con un altro, successivo; un work in progress, dunque, che scaturisce dalla pagine del volume e che rappresenta, nel suo accadere, per così dire, live di fronte agli occhi (e nella mente) del lettore, uno dei motivi di maggiore interesse dei testi di Veca.

Il punto di partenza e il trait d’union dei saggi raccolti coincide con la messa in luce della “priorità del male” nell’esistenza degli esseri umani e con l’esplorazione delle modalità per ridurlo, all’insegna di una “prospettiva minimale” che punta alla riduzione per tutti, quanto più possibile, della quota di dolore cui siamo costretti. Un “minimalismo filosofico” come guida per orientarci nella realtà, che manifesta le medesime radici di un riformismo e di un “migliorismo” politici in senso alto (cui il filosofo si applicava, all’indomani di certa sbornia radicaleggiante ed estremistica della sinistra anni settanta), dimostrando come queste categorie non costituiscano meri slogan o “frasi fatte”, ma modalità di lettura e intervento effettuale sulla realtà, per cambiarla e non per farsene dominare.

«Adottando il gergo politico ereditato, questo è vero tanto nella tradizione della sinistra socialista, liberale e progressista, entro cui si situa il mio frammento biografico, quanto nella tradizione della destra conservatrice. La consapevolezza delle mutevoli connessioni tra il fare teoria e il fare politica, che emerge dall’analisi, non riduce naturalmente l’intensità degli impegni. La consapevolezza dà loro soltanto un senso più perspicuo. E induce a un elogio dell’autonomia del fare teoria, rispetto all’agenda dettata dai mutevoli soggetti della politica. In parole povere, ogni gesto di teoria è e deve essere, in primo luogo, un gesto di autonomia. Se le cose stanno così, la conclusione è che dovremmo essere più radicali ed esigenti nel fare teoria, proprio in virtù della consapevolezza d’autonomia» (p. 8). Una rivendicazione della radicalità del fare teoria e del pensare che non è per nulla in contrasto con l’idea gradualista dei diritti umani e del miglioramento dello stato delle cose nella direzione di quella che Rawls, grande passione dell’autore, chiamava la “società giusta”.

Veca si conferma un pensatore moderatamente relativista, appartenendo, dunque, a una schiatta assai diversa da quella dei corifei del relativismo assoluto (o, come potremmo etichettarlo, con un ossimoro, dell’assolutismo relativistico), sempre esposti (non esenti, in questo, da una discreta dose di autocompiacimento) alla possibilità molto concreta dell’irresponsabilità. L’autore, relativista, per l’appunto, “con giudizio”, e “ironico liberale” (per riprendere una bella espressione di Richard Rorty) ci presenta nel libro l’”autoritratto” di un filosofo alle prese con il pensare (perché filosofare, ci ricorda sulla scorta di Paul Valéry, ha sempre a che fare con l’autobiografismo). E nella sua biografia, tra grammatiche della libertà e razionalità limitate, la stella polare rimane sempre quella dell’Illuminismo, in una versione non totalizzante (sulla quale, probabilmente, qualche ragione ce l’avevano pure i francofortesi…), ma, ancora una volta, “minimalista”, fondata sull’idea di un uso pubblico della ragione. E non è poco, in tempi di postmodernità e antipolitica imperante; abbastanza, comunque, per far ripartire un discorso pubblico progressista di cui abbiamo fortemente bisogno.

 

 

 

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