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283 - agosto 2005


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Chi sono questi slovacchi?

Pavel Vilikovsky



La versione integrale di questo articolo è apparsa sul numero 83 della rivista Lettera internazionale.


Suppongo di essere slovacco ma non ci ho mai riflettuto troppo e non ho mai fatto alcuno sforzo consapevole per essere slovacco, allo stesso modo in cui non ho fatto alcuno sforzo consapevole per essere un uomo. Ma, devo ammetterlo, c’è stato un tempo in cui consideravo certi fenomeni come tipicamente slovacchi, l’epitome della slovacchità. Per esempio, da bambino passavo le vacanze con mia nonna nella Slovacchia centrale. Per questo motivo ritenevo che certe parole che sentivo lì – parole come “padlásˆ”, “frusˆtik”, “pigl’ajz” o “upískany´” – fossero la quintessenza della slovacchità. Solo più tardi, e con grande disappunto, appresi che “padlásˆ”, che significa soffitta, viene dall’ungherese “padlás”, “frusˆtik”, che significa colazione, viene dal tedesco “Frühstück”, “pigl’ajz”, che significa ferro da stiro, viene dal tedesco “Bügeleisen” e “upískany´”, che significa sporco, viene dall’ungherese “piszkos”.

E il peggio doveva ancora arrivare: c’è un particolare formaggio di pecora che è, per così dire, endemico in una certa regione della Slovacchia, che viene esportato in molti paesi del mondo, di solito con il suo nome tedesco “Liptauer Käse”, ossia formaggio di Liptov, perché Liptov è il nome della regione. La parola slovacca per questo formaggio è “bryndza” e il piatto che si prepara con questo formaggio, chiamato “bryndzové halusˆky”, è probabilmente l’unico indiscutibile contributo della Slovacchia alla cucina internazionale.
Quando da adulto mi recai in Romania per una vacanza, scoprii che la parola rumena per formaggio – qualunque formaggio – era “brinza”, e fu lì che venni a sapere anche che c’era stata una colonizzazione della Valacchia qualche centinaio di anni prima. Fino ad allora, io avevo creduto che anche se non erano stati gli slovacchi a inventare quel prodotto, perlomeno fossero stati loro a dargli un nome originale. Queste amare rivelazioni mi hanno reso molto cauto nel cercare di definire la slovacchità.

Un miscuglio di tradizioni culturali

La verità è che a causa della sua posizione geografica e della sua storia, la Slovacchia è un curioso miscuglio di tradizioni e influenze culturali, e gli slovacchi sono anche loro un altrettanto curioso miscuglio di diversi gruppi etnici e nazionalità che per caso vivevano su questo territorio o lo attraversarono. Senza tornare troppo indietro nel passato, vi porterò come esempio il mio background personale: nella famiglia di mia madre c’erano quattro figlie femmine. Una di loro restò nubile, una sposò un uomo che apparteneva alla minoranza tedesca in Ungheria, un’altra sposò un ceco e l’altra ancora sposò un esule russo che era giunto in Cecoslovacchia da bambino, dopo la cosiddetta Rivoluzione d’Ottobre. Tutti i loro figli oggi si considerano slovacchi.

Ma c’è un esempio che può essere ancora più interessante: tra gli scrittori slovacchi della mia generazione, almeno cinque hanno antenati cechi, benché alcuni di loro siano giunti in Slovacchia parecchi secoli fa; uno è in parte croato, uno appartiene a quel gruppo etnico chiamato i “górale”, che vivevano per la maggior parte in Polonia, e due hanno un genitore ungherese. D’altro canto, uno scrittore appartenente alla minoranza ungherese e che scrive in ungherese, discende direttamente dal grande poeta slovacco Ján Kollár.
Mi auguro che ora non penserete che io sia uno slovacco sciovinista – dopo tutto io faccio parte di questo elenco, cerco solo di individuare in questo una sorta di peculiarità, poiché la letteratura è stata tradizionalmente il principale – se non l’unico – supporto e difesa della slovacchità nel nostro territorio. Fra parentesi, tre fra i maggiori scrittori della precedente generazione hanno anch’essi sangue straniero nelle vene: il nome Minácą deriva dalla parola turca che sta per doganiere, Bednár ha diretti antenati moravi e anche il nome Tatarka indica un’origine esotica, soprattutto perché la sua famiglia probabilmente era originaria della Polonia. Negli ultimi anni della sua vita Tatarka si definiva “un pastore dei Carpazi”, e il termine, con tutta la sua vaghezza, potrebbe davvero riferirsi a questo.

Ciò che voglio dire, in realtà, è che sarebbe piuttosto difficile trovare un oggetto o una caratteristica che un gruppo di persone così eterogeneo possa concordemente definire “tipicamente slovacco”. Gli eventi storici cruciali che ci hanno investito durante lo scorso secolo hanno generato una rapida successione di interpretazioni contraddittorie, ragion per cui ci sono in generale ben poche idee – o fatti, a dire il vero – sulle quali gli slovacchi possono trovarsi d’accordo.

La storia slovacca si è svolta in massima parte all’interno del regno dell’antica Ungheria, dove le origini etniche dei suoi abitanti non ebbero alcun ruolo significativo: fino alla fine del XVIII secolo la lingua dominante fra le persone colte era il latino, e solo nella seconda metà del XIX secolo e all’inizio del XX cominciò a manifestarsi una netta tendenza a trasformare le varie nazionalità che vivevano in Ungheria in una nazione ungherese. Gli slovacchi, però, tendono a liquidare la loro stessa storia come un millennio di oppressioni. Il vuoto creato da una storia così rinnegata viene colmato dai miti, che essendo più vaghi e romantici sembrano, ad alcuni slovacchi, più idonei dei fatti per conquistare un riconoscimento generale.

Il mito della slovacchità

Questa opinione può condurre a episodi comici. Poco dopo la nascita della Repubblica Slovacca, nel 1993, ci fu una conferenza di storici, alla quale prese parte come ospite d’onore l’allora vice-presidente della Banca Nazionale Slovacca. La sua presenza a una conferenza di quel tipo è già un fatto interessante, ma la cosa più affascinante fu il suo discorso. Egli sottolineò che la cosa di cui gli slovacchi avevano urgente bisogno in quel momento storico erano i miti, e fece un appello agli storici perché provvedessero a fornirli.
Ebbene, è vero che gli slovacchi non hanno miti nel vero senso del termine; d’altro canto, la nostra storia, per come si riflette nel pensiero degli slovacchi comuni, persino quelli con una preparazione universitaria, è solo un ammasso di miti, e il compito degli storici non è crearne di nuovi, ma rimpiazzare quelli già esistenti con i fatti. È un compito molto difficile, perché gli slovacchi amano i loro miti. In altre parole, sono dei mitomani. Non si tratta di una caratteristica esclusiva degli slovacchi, visto che è condivisa da altre piccole nazioni, ma ritengo che possa essere considerata tipicamente slovacca: dietro alla sensazione che il nostro passato – o anche il presente, a dire il vero – non sia sufficientemente glorioso, si cela sempre la solita, vecchia mancanza di autostima e fiducia in se stessi.

A parte il mito dei mille anni di oppressione sotto gli ungheresi e il mito parallelo dei mille anni di lotta per uno Stato slovacco indipendente, esiste, per esempio, un mito profondamente radicato sui missionari bizantini Cirillo e Metodio, i quali, invitati dal re della Grande Moravia Rastislav a diffondere la religione cristiana nel nostro territorio, avrebbero gettato le fondamenta della cultura slovacca.
È vero che essi inventarono un nuovo alfabeto per le tribù slave del luogo e scrissero alcune opere nella loro lingua, ma la religione cristiana era stata introdotta in quel territorio prima del loro arrivo, e gli slovacchi sono cattolici, non ortodossi, e scrivono in caratteri latini, non glagolitici o cirillici. Nella nostra cultura non ci sono tracce lasciate dalla breve attività pastorale dei due missionari, a parte qualche frammento delle loro opere, ma gli slovacchi identificano prontamente la lingua slovacca con quella approvata come lingua liturgica dal papa nel IX secolo, e con questo pretesto sostengono che si tratta della più antica lingua europea. E credono anche che i missionari fossero spinti da amore fraterno tra slavi, sebbene né Costantino né Metodio, e nemmeno l’imperatore di Bisanzio che li aveva mandati lì, fossero di origini slave, e le ragioni della loro missione fosse palesemente politiche.

In modo analogo, gli slovacchi mitizzano i loro personaggi storici. L’esempio più noto è forse la figura del bandito Jánosˆík, che fu impiccato all’inizio del XVIII secolo. La sua attività di rapinatore è circoscritta a due anni, e a quell’epoca di rivolte feudali non costituiva nulla di eccezionale, ma nel folclore slovacco egli ha assunto il ruolo di un Robin Hood “che prendeva ai ricchi per dare ai poveri”; e gli slovacchi, ancora oggi, mostrano un benevolo atteggiamento verso il furto o la rapina, quando sono coronate da successo. Il nome di Jánosˆík è stato dato a tante di quelle organizzazioni, istituzioni, di eventi pubblici o prodotti, persino a un popolare formaggio, così da diventare alla fine sia lui, sia l’ammirazione degli slovacchi per lui, argomento di barzellette e soggetto di numerose commedie. Questo potrebbe essere, speriamo, un segno che la nostra nazione sta diventando maggiorenne. Il risultato dell’atteggiamento di rifiuto che gli slovacchi hanno nei confronti della propria storia è stato quello di essersi ritrovati con poche figure storiche che hanno dovuto adempiere a molte funzioni, spesso contraddittorie. Affinché ciò fosse possibile, è stato necessario chiudere un occhio sui fatti: ma questo, per gli slovacchi, non è un problema! Ciò di cui essi hanno bisogno non è la lezione che la storia può offrire a chi è desideroso di trarne insegnamento, ma eroi da venerare.

 

 

 

 

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