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283 - agosto 2005


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Due racconti
sulla “slovacchità”

Luca Sebastiani



Lajos Grendel, Le campane di Einstein,
Anfora edizioni, pag. 140, € 12,50

Pavel Vilikovsky, È sempre verde…,
Anfora edizioni, pag. 160, € 11

Chi potrebbe affermare di conoscere la letteratura slovacca? Ben pochi immagino. Come in pochi saprebbero citare il nome di almeno un paio di autori di quel giovane paese europeo. Non così invece per i cechi. Tutti conoscono Kafka o Kundera, molti Hrabal o Hasek. Gli slovacchi hanno percorso insieme ai cechi un lungo periodo della propria storia, ma la loro lingua e la loro letteratura, al confronto di quella dei vicini, appare per noi ancora un mistero. Colpa di un’editoria, quella italiana, pigra, poco disposta alla scommessa e sempre in cerca, invece, del gran nome e del grande evento.

Due anni fa, con la casa editrice Anfora, è nata una meritevole iniziativa che ha per obiettivo quello di creare un mercato alla letteratura Centro europea nel nostro Paese. Ecco allora che ci è data la possibilità di reperire anche nelle nostre librerie due libri slovacchi, importanti in patria, che avevano già suscitato attenzione in altri paesi europei: Le campane di Einstein di Lajos Grendel e È sempre verde… di Pavel Vilikovsky.

Leggibili e divertenti, entrambi i romanzi sono accomunati dal fatto di portare sulla realtà osservata uno sguardo critico segnato da leggerezza e fantasia. Uno sguardo disincantato – ai confini del magico nel primo caso – che usa lo strumento dell’ironia per penetrare la storia slovacca, per interrogarne il carattere e farci conoscere quello che potremmo chiamare la slovacchità. Del resto, l’ironia, il fantastico e l’assurdo, sono modi che ci ricordano anche l’illustre vicino ceco, Kafka ovviamente.

Le campane di Einstein
di Lajos Grendel

Lajos Grendel è slovacco e scrive in ungherese, ma ci racconta, a modo suo, un pezzo di storia cecoslovacca, fino alla caduta del regime comunista. Le chiavi del romanzo sono il sarcasmo e l’assurdo, l’ambiguità e la morale. Il sarcasmo che cerca di trarre una morale universale dall’assurdità di un regime come quello comunista e dall’ambiguità troppo umana di chi passa da un regime all’altro, servendo con lo stesso zelo ideologico il padrone di turno. Nella narrazione sono solo strani personaggi un po’ pazzi e la voce dell’Io Irraggiungibile del narratore in prima persona a portare un punto di vista che strania il contesto conformista e offre sprazzi di verità umana.

Considerato come uno dei migliori romanzi scritti su questo tema in Europa centrale, il libro racconta le tribolazioni semiserie di Meszaros che, anche se da piccino voleva diventare un nuovo Lenin, si ritrova, più o meno critico nei confronti dell’ideologia ufficiale, a sposare la figlia del segretario del partito e ad assumere, insieme al nome cifrato di Zar Pietro, un incarico di responsabilità in un istituto di ricerca di cui gli sfuggono le finalità. Le sue avventure continuano fino al periodo rivoluzionario, periodo in cui l’instabilità dei segni diventa massima e la confusione tra “noi e loro”, amici e nemici, diventa talmente ambigua da non permettere a Meszaros di riconoscere a quale campo appartenere. Alla fine si ritroverà malconcio in ospedale, scettico rispetto al futuro e a un presente che è cambiato solo perché niente cambi (“non potevo iniziare una nuova vita perché si inizia sempre la stessa vita”). Finirà felice a fare il guardiano allo zoo e solo questo ripiegarsi sul proprio orticello gli darà la sensazione di essere “l’uomo giusto al posto giusto, questo è il senso di ogni rivoluzione”.

È sempre verde…
di Pavel Vilikovsky

Il libro di Vilikovsky, invece, è un lungo monologo in forma di racconto che un’ex-spia di alto rango fa a un giovane aspirante attendente. Il narratore racconta al suo giovane ascoltatore le operazioni spionistiche e la sua vita nell’Europa centrale a partire dalla prima metà del ventesimo secolo. La narrazione, però, non si svolge linearmente, ma è continuamente interrotta e frammentata da digressioni che centrifugamente portano il discorso da tutte le parti, conferendo al raccontare stesso uno statuto di performance (“Con le unghie della mano destra… erano più lunghe, il vizio di mangiarmele l’ho preso più in là, quando ero già in pensione… le unghie della mano destra le affondavo spasmodicamente nella crosta di neve di ghiaccio, per impedire al mio corpo di cadere nell’abisso”).

È la capacità recitativa dell’attore-oratore che tiene insieme una materia magmatica ed eterogenea: dalla storia reale a quella privata, dalle lezioni pratiche sul mestiere e la morale dello spionaggio a considerazioni di ogni ordine. La lingua cerca di farsi mimesi del parlato e, come se il narratore fosse esattamente di fronte al lettore, il contatto viene richiamato direttamente e continuamente attraverso l’ascoltatore che fa le nostre veci (“… è noto che i mancini hanno delle turbe mentali, non lo sapeva?”, “Sì, l’ha già detto… la bocca della sua pistola. Lei non sta attento!”, “…dove eravamo rimasti?”).
La confessione dell’agente segreto è anche una parodia del genere spionistico e una sarcastica demistificazione delle sovrastrutture mitiche che hanno dato forma all’Europa centrale dell’ultimo secolo: il mito asburgico, quello comunista e, più recente, quello nazionalista.

 

 

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