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283 - agosto 2005


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Perché Schiaffino era
teoretico e Maradona no

Carlo Sini



Questo articolo è tratto dalla rivista Linea Bianca, trimestrale di scienza e cultura calcistica.

C’è qualcosa di più «teoretico», cioè di più «filosofico», del gioco del calcio? Riflettete. È un gioco di squadra e, come tutti i giochi di squadra, esige una «politica» intersoggettiva: bisogna assegnare i compiti e i ruoli secondo «giustizia», come diceva Platone; cioè tenendo conto delle disposizioni naturali di ogni giocatore e poi della sua buona volontà di apprendere e di collaborare; e ci vuole un leader, un capitano-filosofo che metta la sua intelligenza ed esperienza al servizio dell’interesse collettivo, cioè della vittoria finale.

Ma per far questo occorre una straordinaria capacità di «visione», un peculiare theorein che certo si affina col tempo, ma che è in gran parte una virtù innata, qualcosa che non si impara e che è piuttosto un «dono» divino o più che naturale. Si tratta della mai abbastanza lodata capacità di «vedere il gioco», di immaginarne idealmente le possibilità e di anticiparne intuitivamente gli sviluppi.

Se in una squadra non c’è almeno un giocatore (meglio ovviamente se più d’uno, ma non troppi) dotato di questa facoltà «visiva », allora il calcio, da gioco intelligente e creativo, diviene noiosa e banale esibizione di muscoli cursori da parte di undici giovanotti pieni magari di fiato e di buona volontà, ma poveri di idee e di reale spirito calcistico e sportivo.
Modello di quel che voglio dire fu un giocatore sudamericano di molti anni fa, che giocò mezzala nel grande Milan di allora e che si chiamava Schiaffino (di certo ignoto ai più giovani, poiché la fama sportiva è per lo più di breve durata). Schiaffino era fisicamente l’uomo più normale, cioè in questo senso mediocre, del mondo. Non era alto né robusto; non era veloce e non possedeva talenti atletici speciali: solo l’indispensabile per fare, con appropriato allenamento, il calciatore.

Ma era l’intelligenza «teoretica» del Milan. Non guardava mai la palla che aveva tra i piedi: teneva sempre alta la testa per capire dove era bene lanciarla. Come potesse poi trattarla con tanta finezza e maestria, per così dire a occhi chiusi, era una delle sue misteriose specialità.
L’altra era quella di muoversi quasi inavvertitamente, «silenziosamente», per tutto il campo, col passo di un felino: sempre orientato a trovarsi esattamente là dove il gioco avrebbe richiesto e sarebbe parato, cioè dove nessuno per lo più lo aspettava o poteva prevedere che andasse. E così Schiaffino governava l’intera partita: avanzava o arretrava, attaccava o difendeva a seconda delle situazioni e delle circostanze, del vantaggio o dello svantaggio della sua squadra sull’avversario.

Lo ricordo in certe partite casalinghe: si avvicinava la fine e il Milan non riusciva a segnare. Allora Schiaffino, insensibilmente, avanzava di molto la sua posizione in campo; lui che non era e non poteva essere né uno sfondatore né un saltatore, si incuneava ostinatamente nell’area avversaria, abilissimo nello smarcarsi e nell’evitare i colpi duri dei difensori, alla ricerca disperata del gol. E potete stare certi che nove volte su dieci lo trovava, magari proprio di testa, lui che era una spanna buona più basso del più basso dei difensori avversari.
Sapeva, all’occorrenza, fare tutto. Abilissimo nel dribbling essenziale, non vi ricorreva a vanvera e non ne faceva mai uno di troppo; correttissimo nel gioco, in caso di necessità atterrava l’avversario senza tanti complimenti ma anche senza violenza: lo mandava per terra «razionalmente» e basta; leader assoluto e ammirato, non rimproverava mai nessuno: indicava la via semplicemente con l’esempio.

A mio avviso fu uno dei giocatori più grandi di tutti i tempi.
Potrei mettergli accanto Bernardini, Mazzola padre, Puskas, Platini o Beckenbauer (non a caso molto ammirato da Heidegger): giocatori che, a loro
volta, sapevano fare tutto, che usavano indifferentemente entrambi i piedi, ma soprattutto che usavano la testa, che tenevano invariabilmente «alta» a «vedere» l’azione.
E già che ci sono, consentitemi di dire: l’attuale infatuazione, tipicamente
«mediatica», per Maradona è semplicemente ridicola. Che Maradona fosse a suo modo un grande giocatore è indubbio, ma con evidenti limiti (a cominciare dalla sua incapacità di usare entrambi i piedi, donde infinite giravolte per portarsi il pallone sul sinistro, con danno non solo «estetico», ma soprattutto per la rapidità efficace dell’azione).

Maradona era un giocatore atipico, «estroso» e «inventivo»
come molti del suo genere; ma non era in alcun modo un leader del tipo
«teoretico» che sto dicendo. E come giocatore atipico, allora bisogna
ricordare, su tutti e prima di tutti, il grande, grandissimo, insuperato Pelé, che con una gamba sola faceva tre Maradona.
E così ho esibito un altro aspetto «filosofico» del calcio: la furia «dialettica» e «critica» che caratterizza ogni tifoso (come potete vedere e constatare, io, tifoso da sempre del mio glorioso Bologna, non faccio eccezione).

 

 

 

 

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