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283 - agosto 2005


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La Polonia in un
bicchiere di vodka

Jerzy Pilch con
Mauro Buonocore



Se potessimo fare il ritratto di un Paese attraverso i suoi scrittori, la Polonia di Jerzy Pilch avrebbe il volto di un uomo che, dietro un velo di spontanea modestia, non riesce a nascondere un acume pieno di sarcasmo.
Si schermisce, lo scrittore, quando gli dico che vorrei parlare con lui di Sotto l’ala dell’Angelo Forte, il suo romanzo tradotto nei principali paesi europei e ora giunto anche in Italia pubblicato da Fazi editore; abbassa lo sguardo, sorride: “It’s a joke, just a student’s joke”, borbotta tra sé. Ma non è vero, e lui lo sa. Sotto l’ala dell’Angelo Forte è molto più di un gioco, è una storia di alcolismo e di amore, è il racconto di una resurrezione dal vizio che si celebra nella forza della letteratura e della scrittura, è un viaggio alle radici dell’animo umano che prende forma nei personaggi disegnati dalla penna di Pilch. E allora la modestia cede il passo all’ironia che viene fuori negli aneddoti presi dall’infanzia, dalla comunità protestante in cui è nato nel 1952 e in cui è cresciuto e si è formato, nel racconto del padre che misurava il talento degli scrittori con la lunghezza delle loro opere. Quando poi lasciamo la letteratura per iniziare a parlare dell’Unione europea, l’ironia si fa sarcasmo: “Se esiste una cultura che identifichi tutti gli europei? Non conosco l’Asia e la sua cultura, quindi non posso rispondere”. E se mi azzardo a parlare dei referendum che hanno bocciato la costituzione europea: “Quando penso a un referendum mi viene in mente uno dei più noti referendum che siano mai stati fatti, quello che chiamò le persone a scegliere tra Gesù e Barabba. Sono abbastanza contrario ai referendum”.

Ma la nostra conversazione, dicevamo, è partita dalla letteratura, dal libro che gli è valso in patria il prestigioso premio Nike, e soprattutto dal fatto che il romanzo è incentrato sul vizio, sulla compulsione dei suoi personaggi a ripetersi nell’errore, fino non saper riconoscerlo per abbandonarlo, fino a farne una virtù e a vivere in uno stato di normalità alcolica segnata da una citazione di Sören Kierkegaard: “il vero uomo è colui che desidera ripetere”.

Perché ha scelto proprio l’alcolismo come vizio per raccontare i suoi personaggi, cosa c’è di speciale nello scrivere del bere?

Mi sono concentrato nella cosa che conoscevo meglio. Raccontare con la voce di un ubriaco le storie di tanti ubriachi richiede un certo stile, un linguaggio che è legato allo stato di ebbrezza. Io ho utilizzato le mie naturali propensioni a un uso della lingua manierato, elaborato, complicato. Ma questo non significa che io scrivo sotto l’effetto dell’alcool, al contrario, utilizzo l’alcool perché si avvicina a uno stile che trovo naturale nella mia scrittura. Alla fin fine ho imparato prima a scrivere che a bere.

Il mio modo di scrivere potrebbe trovare un legame con Kierkegaard nella cultura protestante che mi ha formato sin dall’infanzia. Sono cresciuto a Wisla, una piccola comunità protestante, a stretto contatto con le sacre scritture, con traduzioni arcaizzanti della Bibbia, con i canti e i salmi che in qualche modo mi sono entrati nel sangue, nel patrimonio genetico. A Wisla incontrai una volta un mio coetaneo, gli chiesi come se la passasse, lui voleva dirmi che da due settimane non toccava alcool, ma la sua risposta fu: “Il mio cammino si è raddrizzato”. Ecco cosa intendo quando dico che la cultura protestante di Wisla ha condizionato il mio modo di scrivere.

Lei è molto noto in Polonia, e ora i suoi libri varcano i confini del suo paese. Che effetto le fa essere tradotto per lettori stranieri?

Mi fa molto piacere che i miei libri siano letti in Italia, in Francia, in Spagna, e questo mi fa sentire un po’ in dovere di scrivere in maniera più chiara, con frasi più brevi rispetto al mio abituale stile di scrittura.
Vede, sono abituato a scrivere frasi molto lunghe ed elaborate, e questo è probabilmente una cosa che ho ereditato da piccolo. Mio padre era una persona molto autoritaria, un ingegnere e un appassionato lettore, in particolare era un ammiratore di Thomas Mann. Allo stesso tempo, però, non riusciva a capire molto i libri di Mann, soprattutto il Dottor Faust; allora leggeva e rileggeva più volte una stessa pagina, prendeva appunti e poi me li mostrava, mi indicava il brano su cui si era soffermato e mi insegnava a distinguere un capolavoro da un romanzo qualsiasi: “I capolavori – diceva – li riconosci dalla lunghezza delle frasi; prendi il Dottor Faust, ad esempio: le frasi più lunghe sono quelle che ne fanno un vero capolavoro”. Mio padre, insomma, voleva insegnarmi che esiste una misura del capolavoro.

La Polonia è uno dei nuovi membri dell’Unione europea, e proprio l’allargamento ai nuovi paesi ha giocato un ruolo importante nella propaganda politica che ha condotto alla vittoria dei “no” nei referendum di Francia e Olanda e alla conseguente crisi europea sul tema della costituzione. Qual è la sua opinione?

Credo che ci sia un errore di base: la pretesa che tutti i cittadini europei conoscano la costituzione. Ritengo che questo sia un errore perché un cittadino medio non è obbligato a conoscere la costituzione in tutti i suoi aspetti. In Polonia la maggioranza dei cittadini ha votato per l’ingresso nell’Unione pur non conoscendo esattamente tutte le leggi e le conseguenze politiche ed economiche che questa scelta avrebbe portato. Si era diffusa un’idea più o meno vaga di quello che avrebbe significato l’ingresso nell’Ue, i polacchi avevano capito che si sarebbe potuto viaggiare tra i paesi dell’Unione senza passaporto, che i contadini avrebbero ricevuto dei sussidi, che prima o poi sarebbero entrati nell’euro, ma questo è un problema che in qualche modo hanno posposto, perché per loro non richiedeva soluzione immediata, non era un’urgenza.
Sono abbastanza contrario al referendum. Penso a quando in Palestina si votò a favore di Barabba e contro Gesù. Dal quel momento considero il referendum un modo sbagliato per prendere una decisione politica.

Lei, come cittadino polacco, cosa si aspetta dell’Unione europea?

Non ho particolari attese e speranze, però c’è da dire che l’Unione europea ha finanziato la traduzione italiana del libro, quindi spero vivamente che l’Ue continui a sostenere la traduzione e la diffusione dei miei libri.

 

 

 

 

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