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283 - agosto 2005


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Il poeta e il
carnet dell’addio

Tatiana Battini



Imre Oravecz, Settembre, 1972
Edizioni Anfora, pp. 137, €12,00

Il libro dello scrittore e poeta ungherese Imre Oravecz è un piccolo scrigno pieno di ricordi e sensazioni. A cominciare dalla data, che dà nome all’opera e segna la fine del suo rapporto d’amore, Settembre, 1972, ogni pagina è costellata di numeri, profumi e luoghi che hanno accompagnato la coppia durante gli anni della felicità e dell’unione, della crisi e del rancore. Prologo ed epilogo di un amore: il primo sguardo, il bacio, il sesso, la dolcezza, il tradimento, la fine. Il protagonista - abbandonato da una moglie fedifraga e stanca della monotonia della vita coniugale - deve sottoporsi ad un vera e propria cura disintossicante dalla donna che ha amato con tanta dedizione e posseduto con tanta passione. Quasi fosse caduto vittima di un incantesimo il protagonista non riesce a vivere se non pensando a lei: cosa starà facendo, dove vivrà e con chi, quali luoghi visiterà, passerà mai sotto casa mia? Una quotidiana tortura psicologica che giorno dopo giorno risucchierà il soffio vitale del protagonista e lo trasporterà, svuotato di ogni interesse ed emozione, in una sorta di limbo in cui resterà prigioniero diversi mesi prima di trovare la forza di reagire e tornare alla vita.

Il libro quindi rappresenta il lungo addio dell’autore non soltanto verso l’amore, ma più in generale verso la felicità e la serenità del vivere quotidiano che, dal quel settembre 1972, hanno cessato di abitare le mura di casa Oravecz. Imre tenta con disperata ostinazione di elaborare il proprio “lutto”, scagliando contro le pagine di un diario tutta la rabbia e l’amarezza di cui sono fatte le giornate di un uomo abbandonato. Nonostante la frustrazione di sentirsi tagliato fuori dalla vita della ex moglie, il protagonista non demorde e continua a sperare in una riconciliazione aspettando una visita, una telefonata, una lettera. Effettivamente, il protagonista ha degli incontri erotici con la ex moglie dopo la rottura del rapporto d’amore, ma mentre l’una riesce a condividere il letto senza particolari traumi, l’altro sprofonda ogni volta in una depressione peggiore. Non avendo superato il dolore della separazione ed essendo ancora innamorato, gli incontri occasionali con la donna non fanno altro che straziarlo sempre di più. Una confessione di debolezza, questa del narratore, che, con estrema lucidità, ammette di non riuscire ad evitare a se stesso di soffrire, continuando a trascorrere del tempo con lei per poi stare malissimo.

Le lettere di cui si compone il libro sono il delirante resoconto di un’anima in pena che vede trascorrere i giorni, i mesi e addirittura gli anni, senza riuscire a distaccarsi dal ricordo di un amore. Mano a mano che il tempo passa, condivide periodi della propria vita con altre donne, si dedica all’educazione dei figli (il primo dei quali è il frutto del loro amore), continua la carriera di scrittore, eppure la sua mente torna spesso lì, dove il suo cuore non ha mai smesso di abitare.

A distanza di parecchi anni, una volta superata la crisi ossessiva dell’autore nei confronti del suo grande amore, Oravecz decide di tirar fuori dal cassetto il diario ed elaborarne il contenuto: “lo scrittore che era in me concluse l’opera che la sofferenza aveva iniziato”, si legge nella prefazione al libro. Ne è venuta fuori una raccolta di 92 brevi lettere scritte in prima persona, idealmente destinate alla donna amata. Lettere e annotazioni che, data la materia di cui trattano, sono immediatamente riconoscibili per il lettore che le scorre. E’ anche per questo che Oravecz ha pubblicato la sua sofferenza, sapeva bene che sarebbe stata universalmente compresa e partecipata: “era già come se non fossi io, ma qualcun altro, che tuttavia era me, il protagonista di una storia eterna, raccontata fino alla noia, che era ancora mia, ma ormai anche di altri…”.

La storia eterna cui accenna lo scrittore è un’arma a doppio taglio alla quale nessuno si sottrae, la trappola d’amore in cui cadono un uomo e una donna senza sapere come andrà a finire tra loro, se ci sarà da soffrire e, nel caso, chi dei due patirà maggiormente. Non è facile per uno scrittore cimentarsi con un sentimento così intimo e allo stesso tempo tanto condivisibile come l’amore, si corre continuamente il rischio di annoiare il lettore invece di emozionarlo, o peggio, di risultare semplicemente banale.

Le parole di Imre Oravecz non annoiano e non stancano il lettore, al contrario lo coinvolgono in un percorso che, più o meno lontanamente, gli suona familiare. Il dolore è parte integrante dell’esistenza di ognuno così come il piacere. Oravicz racconta la sua storia e quella storia è già la nostra vita.
La testardaggine con la quale tentiamo di tenere aperta una porta chiusa, l’umiliazione nella quale ci tuffiamo più e più volte prima di capire e arrenderci all’evidenza dei fatti, la rabbia e l’impotenza che sentiamo crescere dentro di noi quando tutto finisce per volontà dell’altro… è la storia eterna e tragica dell’amore che come prologo, sembra avvisarci Oravecz, avrà sempre per protagonista una coppia di innamorati.

 

 

 

 

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