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283 - agosto 2005


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Sotto l’ala ubriaca
della scrittura

Mauro Buonocore



 

Jerzy Pilch, Sotto l’ala dell’Angelo Forte,
Fazi Editore, 2005, pagg. 212, € 13,50

 

E se scrivere fosse un vizio?
Leggendo Sotto l’ala dell’Angelo Forte del polacco Jerzy Pilch, viene da chiederselo, viene da chiedersi se sia possibile pensare alla scrittura come a un vizio irrinunciabile. In effetti il protagonista Jurus’ è uno scrittore e allo stesso tempo un alcolista incallito che entra ed esce da un centro di degenza per persone che hanno la stessa sua viziosa passione etilica. Tutti, tutti i ricoverati del reparto hanno una storia da raccontare, la loro schiavitù da condividere, e tutti hanno tra di loro una cosa in comune. In continuazione sono caduti tra le braccia del vizio, hanno cercato di evitarlo, di abbandonarlo, di dimenticarlo e di rialzarsi, ma tutti sono tornati a inciampare per poi rialzarsi, a fare qualche passo sulle proprie gambe per poi sentirle vacillare e cadere di nuovo. E bevono, tornano a bere e a bere, a compiere sempre lo stesso gesto guidati da una compulsione che cresce dentro di loro e non li abbandona.

Ma non pensate che questo libro sia semplicemente una storia sul bere. C’è qualcosa di più che fa dell’alcool un pretesto per raccontare, per scrivere. Jurus’, protagonista e narratore, ci racconta con la sua penna le storie di Colombo lo Scopritore, di Don Giovanni Ziobro, del Terrorista più Ricercato del Mondo, della Regina di Kent e del loro rapporto con l’inflessibile dottor Granada che cura la loro degenza assistito da Mosè, alias “Io l’Alcol”, e dall’infermiera Viola; e allo stesso tempo, con la sua stessa penna, Jurus’ racconta quelle storie ai suoi colleghi di degenza. Il reparto di alcolisti cronici è, infatti, una casa del lavoro creativo in cui, per sconfiggere il vizio, si impara a dominarlo attraverso i racconti della propria vita, attraverso la memoria e la scrittura. Leggiamo così storie surreali e incredibili di un mondo che sembra capovolto, che sembra camminare a testa in giù nell’ossessione etilica. Un mondo in cui la normalità è affogata nell’alcool tanto che il narratore stesso si chiede perché mai la maggior parte delle persone non beva. È un mondo ubriaco, alcolizzato, e fuori da quel mondo c’è la via per uscirne dopo il lungo viaggio nella memoria, c’è Alberta che rapisce il cuore al vizio e lo riconsegna alla vita, c’è la scrittura per raccontarsi e raccontare storie simili alla propria.

E scrive Jurus’, scrive sempre. La sua scrittura prende il passo dell’alcool: barcolla, inciampa, si ripete, si impasta come la lingua di un ubriaco e salta di ricordo in ricordo, di racconto in racconto, facendo saltare con sé i nostri occhi di lettori. Se far scrivere un ubriaco richiede uno stile di scrittura che sappia parlare da ubriaco, Pilch è riuscito perfettamente in questo, e merito dobbiamo renderne (noi lettori italiani) alla traduzione di Lorenzo Pompeo e Grzegorz Kowalski. Ma ancora di più, Pilch è riuscito a stabilire un legame stretto tra le storie etiliche che racconta e la scrittura intesa come racconto, ma soprattutto intesa come intimo ragionamento dell’anima. Jurus’ scrive sempre, scrive di tutti, scrive a nome di tutti, e anche di questo non sa fare a meno: prende la penna e racconta, e così disegna il suo percorso fuori dal vizio, preso per mano dall’amore di Alberta che, guarda caso, è una poetessa. La letteratura si fa così vizio, compulsione a ripetere, ma, a differenza dell’alcolismo, la penna non alimenta il demone, ma lo annulla semplicemente facendo il suo mestiere, raccontando.

Scrivere e bere camminano insieme tra le pagine di questo libro, camminano insieme anche nelle numerose citazioni etiliche di autorevoli letterati, Bukowski, ovviamente, ma anche Nabokov e Bellow, Cioran e Joyce, Dostoevskij e Kierkegaard. In ogni bottiglia di vodka scolata da Jurus’ c’è un episodio della sua infanzia, in ogni bicchiere svuotato il racconto di un delirio, in ogni goccia di alcool si ripete la penna di Pilch, fino all’ultima pagina quando, finita la lettura, ci ripromettiamo di tornare, prede del vizio, a prendere un’altra bottiglia, aprire un altro libro, e leggere ancora e ancora.

 

 

 

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