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278 - 31.05.05


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L’eterno arco del pensiero
Paul Ricoeur

Nel 1999 Paul Ricoeur riceveva il Premio Balzan per la filosofia con questa motivazione: “Per aver saputo raccogliere in unità tutti i temi e i suggerimenti più importanti della filosofia del Novecento, e rielaborarli in una sintesi originale, che fa del linguaggio - in particolare poetico-metaforico - il luogo della rivelazione di una realtà non manipolabile da noi, bensì interpretabile in modi diversi e tuttavia coerenti. Attraverso la metafora il linguaggio attinge quella verità che fa di noi ciò che siamo, nella profondità del nostro essere”.
Quello che segue è il discorso tenuto a Berna dal filosofo francese in occasione della consegna del premio.


Signora Presidente della Confederazione svizzera,
Signore e Signori,

Vorrei innanzitutto dirvi quanto mi sento onorato, e quanta gioia ho provato nell’apprendere di essere stato designato vincitore del Premio Balzan per la filosofia.
Per esprimere la mia gratitudine, permettetemi di dire qualche parola sul ruolo che attribuisco alla filosofia nella nostra cultura. Non è forse proprio la filosofia che viene onorata nella mia persona?
Il filosofo ha innanzitutto la responsabilità di conservare e trasmettere l’immenso patrimonio che la storia della filosofia ci ha tramandato fin dai presocratici oltre 2500 anni fa. Questo retaggio non deve essere considerato come una zavorra, un peso morto, ma come un tessuto vivente di quesiti e di dottrine. Questo primo compito della filosofia ha come scopo profondo quello di mantenere sempre sveglia la capacità di stupirsi. È nelle questioni che esulano dal discorso quotidiano che la filosofia ritrova nel suo immenso passato il gusto e il senso di ciò che c’è di grave e di fondamentale nel nostro essere.

In secondo luogo, la filosofia deve restare aperta alle scienze e allo spirito scientifico. È, questo, l’aspetto epistemologico del suo compito. Mi sembra che le relazioni con le scienze si sviluppino su due piani diversi. A un primo livello, la filosofia si interessa alle procedure obiettive tramite le quali la scienza verifica i suoi modelli. La grande lezione impartita dalle scienze esatte alla filosofia è quella di aggiungere ad ogni creazione ed invenzione la prova della verifica, la prova del reale. Non si tratta allora soltanto dei risultati proposti dalle scienze, ma talvolta di una visione del mondo, come quelle elaborate da studiosi quali Galileo, Newton, Einstein. La filosofia è, quindi, chiamata a confrontare il suo discorso tradizionale con le visioni del mondo che la scienza ha elaborato. Ma la filosofia deve anche considerare l’attività scientifica come una delle numerose attività pratiche. Bisogna imparare, a questo secondo livello, a decifrare il dinamismo delle scoperte scientifiche attraverso le loro innovazioni, le loro perplessità, e anche le loro polemiche. A questo proposito, resta senza risposta la domanda: dove sta andando la scienza? Essa scopre il suo cammino man mano che lo traccia. Bisogna, allora, saper articolare questa pratica teorica insieme con le altre attività teoriche e pratiche che si collocano al di fuori del settore scientifico: nel settore morale, politico, giuridico, ma anche in quello delle lettere e delle arti. Il grande accordo va dunque cercato al livello del linguaggio e dei suoi molteplici usi. Ed è proprio nei punti d’intersezione fra questi usi molteplici del linguaggio, che si riesce a percepire l’orizzonte del senso, sul quale si stagliano a grande distanza le possenti idee del Vero, del Giusto, del Bello, alla cui luce si proietta l’umanità dell’uomo.

In terzo luogo, la filosofia si scopre essa stessa una pratica teorica, il più delle volte legata all’esercizio pubblico del discorso nell’ambito dell’insegnamento universitario, o nel settore più vasto del mondo dell’editoria. Sotto questi vari aspetti ha il compito di esercitare una riflessione disinteressata sulla dimensione morale dell’azione. Questa riflessione viene attuata a più livelli, dalle speculazioni sul bene e il male, all’obbligo morale e ai divieti, fino alle applicazioni concrete in settori tanto precisi quali l’etica medica, la giustizia penale o la decisione politica. La riflessione morale si muove, quindi, in uno spazio molto vasto, dall’etica fondamentale alla saggezza pratica. È questa l’occasione per il filosofo di considerare se stesso come un cittadino che si interroga su che posto occupi la filosofia, e sul proprio ruolo nella società. La sua responsabilità principale è quella di salvaguardare la qualità della discussione nell’ambito pubblico, insistendo continuamente a favore di un’etica della discussione che riconosca e tuteli il diritto della parte avversa di far sentire i suoi argomenti migliori. A questo proposito, i filosofi devono considerare conclusa l’epoca in cui alcuni di loro potevano assurgere a tribuni del popolo. Oggi il ruolo dei filosofi sembra più modesto ma può essere più significativo: ritrovano il loro posto nelle équipe pluridisciplinari, dove il contributo della filosofia è quello di suscitare il rigore nell’argomentazione e l’onestà intellettuale.

Se dovessi raggruppare questi tre compiti della filosofia, li metterei su un grande arco. A un’estremità collocherei il pensiero speculativo, retaggio di una lunga tradizione, nato in Grecia e nel Medio Oriente mesopotamico ed ebraico, e giunto fino a noi attraverso gli scambi e i conflitti fra pensatori ebrei, cristiani e musulmani del Medioevo, poi l’epoca classica inaugurata da Cartesio e Locke, poi l’illuminismo europeo e il grande idealismo tedesco assieme alla sua controparte romantica. All’altra estremità dell’arco collocherei la saggezza pratica e i suoi consigli in situazioni d’incertezza. Fra questi due poli – quello della speculazione e quello della prudenza – si situa la riflessione sulla scienza ai suoi due livelli: epistemologico e pragmatico. È il giusto equilibrio fra questi compiti che può assicurare alla filosofia un futuro degno del suo passato plurimillenario.

 

 

 

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