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277 - 16.05.05


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Quei magnifici viaggi
dell’immaginazione

Giuseppe O. Longo
Con Tatiana Battini



In qualche modo ci ricorda da vicino Jules Verne. Forse perché Giuseppe O. Longo riesce a fare della sua esperienza una sintesi tra scienza (insegna Teoria dell’informazione all’Università di Trieste) e letteratura (ha finora pubblicato tre romanzi e quattro libri di racconti, alcuni dei quali sono stati tradotti in tedesco, francese, inglese, gaelico e portoghese-brasiliano). Forse perché riesce a collocarsi tra due mondi, quello scientifico e quello umanistico, che spesso sono vissuti in netta contrapposizione (suo un saggio nella recente riedizione del libro di Snow, Le due culture, Marsilio – I libri di Reset, a cura di Alessandro Lanni). E’ per tutto questo che abbiamo cercato il prof. Longo per raccogliere dalle sue parole un ricordo di Jules Verne a cento anni dalla sua scomparsa.

Verne è stato uno scrittore prolifico, precursore dei tempi, ha  immaginato macchine spaziali e sottomarine che nel ventesimo secolo sono  state effettivamente create. Ha percorso tutto l’Ottocento, il  secolo affascinante della tecnica e dello sviluppo, traendone linfa per  i suoi migliori romanzi di fantascienza e avventura. Che idea ha lei, uomo di  scienza e umanista come lui, della figura di Verne? 

E’ stato uno scrittore notevole, se non per lo stile certo per l’invenzione narrativa, di grande forza immaginativa, capace di tessere trame avvincenti, molto prolifico. Allo stesso tempo aveva un vero e proprio culto per la razionalità e la verosimiglianza, tanto che fece ricorso alla fantasia più sbrigliata solo in rare occasioni. Per esempio nel romanzo Dalla Terra alla Luna immagina che i viaggiatori spaziali siano sparati da un cannone, i cui effetti sui corpi degli sventurati astronauti sarebbero devastanti. Credo che Verne fosse consapevole di ciò, ma gli occorreva comunque un mezzo per farli arrivare sul nostro satellite... E’ curioso, per noi che osserviamo le cose a distanza di più di un secolo, pensare che Giulio Verne sia stato considerato per lo più uno scrittore per ragazzi. Le cose sono cambiate in seguito, forse perché mano a mano che la tecno - scienza attuava le proprie idee, si capiva quante anticipazioni contenessero i suoi romanzi. Verne non scrisse solo per ragazzi, anzi. Spesso si accosta lo scrittore al suo contemporaneo inglese H. G. Wells, ma tra i due ci sono differenze cospicue. In primo luogo Wells era un grande prosatore, mentre Verne scriveva in modo più semplice, appunto “per farsi capire da tutti”. E poi Wells aveva una visione negativa o quantomeno problematica della scienza e della tecnica, mentre Verne manifestava un entusiasmo che a noi appare dolcemente ingenuo. Forse lo si può accomunare a Edgar Allan Poe, lo scrittore visionario che Verne conobbe e ammirò, tanto che alcuni suoi romanzi e racconti traggono evidente ispirazione da quelli dell’americano.
Si pensi a Cinque settimane in pallone, che si ispira a La frottola del pallone di Poe, o ad alcuni episodi di Ventimila leghe sotto i mari che ricordano Una discesa nel Maelstrom, e si potrebbe continuare.

L’interpretazione poetica ed eroica che Verne  dà alla scienza è quasi commovente, a pensarci ora che sappiamo come si è  evoluta la scienza e abbiamo sperimentato anche il male che può causare. Ma  lei si sente vicino alla visione di un uomo così fortemente ottimista nei confronti del  futuro, del progresso tecnologico? 

L’ottimismo di Verne riguarda la scienza, la tecnica, ma anche l’umanità in generale. Questa sua visione, francamente ingenua, soprattutto alla luce di quanto è accaduto in seguito, cambiò alquanto verso la fine della sua vita, diciamo dopo il 1880. Si mostrò sempre più preoccupato delle sorti dell’umanità, forse anche influenzato dall’atmosfera di fine secolo, che si tingeva di foschi presagi. Basta pensare al suo ultimo scritto Parigi nel XX secolo che è pieno di visioni fosche e pessimiste sullo sviluppo della società francese, dominata dalla tecnologia e dal denaro. Questo romanzo, scritto peraltro quando Verne era giovane, era stato rifiutato dal suo editore, forse perché troppo pessimistico. L’opera si credeva fosse andata perduta, ma fu ritrovata da un pronipote molti anni dopo la morte dello scrittore in fondo a un baule.
Per quanto mi riguarda, nei confronti della tecno - scienza aderisco
più a una visione critica che ad una ottimistica o addirittura entusiastica. Ma è difficile se non impossibile paragonare i nostri tempi con quelli dello scrittore francese: sono passati molti decenni, sono accadute molte cose, la nostra consapevolezza critica è aumentata, e se è vero che molte delle invenzioni preconizzate da Verne sono state sviluppate e diffuse, è anche vero che l’uomo non si è molto avvicinato al traguardo della felicità. In ogni caso, la tecno - scienza di oggi è lontanissima da quella ottocentesca, che Verne aveva sotto i propri occhi e che costituiva per lui la base di partenza per i voli immaginativi. Basti dire che non c’era il computer, e mi pare che in tutta la sua opera non ci sia nessun accenno a una “macchina” del genere, come del resto non mi pare che ci sia neppure nei romanzi di Wells. Eppure, mentre Verne e Wells scrivevano, Charles Babbage, un eccentrico e geniale inglese, aveva progettato e tentava di costruire la sua “macchina analitica”, un computer di grande potenza…

Con Jules  Verne nasce il romanzo scientifico: Dalla Terra alla Luna, Viaggio al  centro della Terra, Ventimila leghe sotto i mari, I 500 milioni della  Begum, sono tutte opere che , come precisò lo stesso Verne, partono da basi  strettamente scientifiche per poi allontanarsene e giungere nel regno della  fanta-scienza. Quale tra le opere dello scrittore preferisce e  perché? 

Non ho certo letto tutto di Verne, non avrei potuto, se si pensa che, tra romanzi e racconti, la sua opera comprende un’ottantina di volumi... Ma qualcosa ho letto, e come è capitato a molti, da ragazzo. Recentemente ho acquistato alcune sue opere in originale e mi sono riproposto di rileggere, o di leggere per la prima volta i suoi racconti, per vedere che impressione mi fanno. Tra i libri che più ho apprezzato posso annoverare Ventimila leghe sotto i mari e Viaggio al centro della Terra, che sono accomunati dal tema del viaggio in luoghi inaccessibili e dall’esplorazione dell’ignoto. Sono libri “sotto”: sottomarino uno e sotterraneo l’altro, dunque introducono in una dimensione diversa, una dimensione che è terrestre ma anche aliena, inquietante, quasi magica. Soprattutto il secondo è un libro di grandissima suggestione, quel fantastico mare sotterraneo abitato da creature preistoriche! Io ho sempre avuto un debole per i dinosauri...
Insomma, con Verne è facile farsi prendere dal gioco dell’immaginazione, se si sospende l’incredulità, se non si assume l’atteggiamento critico che rischia di rovinare tutto il divertimento come un acido corrosivo. I libri di Verne sono davvero godibili. Certo, se si va un pochino oltre, oltre il viaggio, l’avventura e l’invenzione, beh, allora si rischia di rimanere un po' delusi. Ben altro spessore hanno le opere di H. G. Wells e E. A. Poe.
E’ comunque notevole che un uomo come lui, che aveva
viaggiato piuttosto poco - non dimentichiamo che la sua prima evasione, quando aveva undici anni, fu duramente repressa dal padre, tanto che fu solo dopo molti anni che riprese a viaggiare - compensasse scrivendo tanto a proposito di viaggi e di esplorazioni. Viene alla mente Emilio Salgari, che non si mosse mai di casa e con i suoi libri fece viaggiare i lettori fin nei luoghi più esotici della terra.

Verne ha immaginato un tipo di  società che non ha mai potuto vedere con i propri occhi: lo  Shuttle (a forma di proiettile), il sottomarino, un’energia senza  fiamma, etc. Tra tutte, qual è stata l’intuizione più geniale, secondo lei?

Le anticipazioni interessanti di Verne sono tante, è difficile
sceglierne una cui dare la palma dell’originalità. C’è per esempio la
famiglia dei dispositivi mediatici: la “macchina chiacchierona”, il
videotelefono, il cinematografo, il giornale parlato, tutti presentati nel romanzo d’anticipazione Nell'anno 2889 ( e già l’idea di collocare una vicenda a distanza di mille anni è di un’audacia e di un ottimismo incredibili...). Poi c’è l’idea di comunicare con le intelligenze extraterrestri (come ad esempio in “Dalla Terra alla Luna), che è diventata molto popolare dopo la seconda guerra mondiale e continua ad attirare interesse e investimenti.

Secondo lei come giudicherebbe, Verne, la nostra società iper–tecnologica, se potesse  vederla? 

E’ difficile mettersi nei panni di un'altra persona, soprattutto di un uomo scomparso un secolo fa, quindi è impossibile immaginare che giudizio darebbe Verne della nostra società. Forse, dopo aver osservato un po' il panorama circostante, si sarebbe messo a scrivere un centinaio di libri dopo aver illustrato decine e decine di mirabolanti invenzioni che avrebbero potuto aprire la strada a un nuovo stadio evolutivo della nostra società tecnoscientifica: forse però con meno ottimismo di un secolo fa.

 

 

 

 

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