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276 - 29.04.05


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Sopravvivere con pigrizia

Silvia Del Vecchio



Corinne Maier
Buongiorno pigrizia
Bompiani, 2005
pp. 158, € 9,90

Il lavoro nobilita l’uomo? Forse un tempo, ma oggi siamo stanchi. Nell’era della “religione d’impresa” e del giogo capitalista volti a “disumanizzare” le masse impiegatizie, dalla Francia arriva la moda della pigrizia, un’arte da sperimentare al più presto per accelerare il crollo del sistema aziendale imperante. È il consiglio di Corinne Maier, economista e scrittrice parigina, lavoratrice part-time per la EDF (Electricité de France) e autrice del fortunatissimo best seller Bonjour paresse (Buongiorno pigrizia). Dopo aver venduto trecentomila copie e svettato le classifiche francesi, il manualetto della Maier è in corso di traduzione in più di venti paesi, compresi i templi asiatici della produttività, e da poco è uscito in Italia per Bompiani.

Colletti bianchi di tutto il mondo unitevi, l’azienda per cui lavorate vi racconta baggianate, smontiamole insieme. Voi non siete che pedine e in questo grande gioco è soprattutto l’azienda a divertirsi. L’inno alla pigrizia della Maier, sulla scia del clamore venuto dai cugini d’oltralpe, ha catturando anche i lettori italiani. Certo bisogna pur guadagnarsi da vivere, ma il consiglio della Maier è proprio questo, non farsi fregare, anzi senza perdere il proprio posto di lavoro imparare a sfruttare l’azienda sviluppando un “disimpegno attivo”. Perché dare anima e corpo all’impresa accettando di ricoprire mansioni di responsabilità, se poi ci si ritrova semplicemente con «un mucchio di lavoro in più sulle spalle e solo un pugno di noccioline in busta paga»? Meglio defilarsi, fingere di lavorare, senza dare nell’occhio, partecipando il meno possibile.

«Ho scritto questo libro per divertirmi e per denunciare attraverso lo humour e l’ironia quegli aspetti del sistema delle grandi imprese, sia pubbliche che private, che mi sembrano assurdi», spiega l’autrice, offrendoci questo scanzonato ritratto della nostra epoca. «Il successo di Bonjour paresse è un segno dei tempi», ha fatto giustamente notare Michel Maric, economista e ricercatore universitario a Parigi. È un libro sui sentimenti di chi soffre sul lavoro, di chi a sue spese si è scontrato con il sistema imperante senza mai riuscire a comprenderlo, ricevendo solo ordini e inni alla dedizione. Ed è anche per quest’amarezza diffusa in molti impiegati che hanno scoperto di essere manipolati e ingannati dall’impresa, che il manualetto della Maier ha raccolto tanto successo, ha commentato Eric Albert, psichiatra e fondatore dell’Ifas - Institut français d’action sur le stress.

Risale già agli anni Venti dello scorso secolo l’Elogio della pigrizia del grande matematico Bertrand Russell, che aveva teorizzato l’ozio come valore alto per l’uomo, prefigurando la possibilità di non lavorare ma di essere mantenuti dallo Stato con un reddito minimo sociale: un’utopia collettiva finalizzata a un socialismo umanitario antindustrialista. Quella della Maier è invece un’utopia tutta individuale, dove il singolo rinuncia a cambiare la società, battaglia persa in partenza, per salvarsi personalmente sfruttando le contraddizioni del sistema.

La logica delle grandi imprese succhia la vita delle persone, soprattutto dei quadri intermedi, senza dar nulla in cambio se non il fascino dell’omologazione, del sentirsi “in” semplicemente acquistando gli status symbol imposti dalla società. Per poi magari essere espulsi all’arrivo del primo miglior offerente. L’azienda, scrive la Maier, cerca sempre nuovi giovani da educare alla religione d’impresa, cercando di disfarsi dei cinquantenni, uomini finiti, un’età invece in cui si comincia ad essere importanti nella politica e nella cultura. «Per i direttori delle risorse umane, Dostoevskij e Cézanne sarebbero da buttare», scherza l’autrice.

Dunque Corinne Maier ci illumina su come “vendersi” bene in ufficio, adottando alla lettera il gergo aziendale dominante e riuscendo, tra decine di riunioni inutili, documenti incomprensibili redatti per impegnare il tempo e altri riti altamente improduttivi, a sopravvivere facendo finta di lavorare. In sei agili capitoli, l’autrice mette alla berlina soprattutto i meccanismi gerarchici e la neolingua aziendale parlata ormai in tutto il pianeta, fondata su alcune banali ma efficaci regole: complicare ciò che può essere semplice, selezionare il proprio lessico per darsi più importanza e comunicare per ottenere un preciso effetto. Tra le pagine si sogghigna riconoscendo un mondo purtroppo noto a molti, fatto di funzioni inutili, poteri indiscutibili e carriere inspiegabili. Ma si tira anche un sospiro di sollievo concordando con l’atto di coraggio suggerito dalla Maier, «forse l’ultimo alla portata di noi naufraghi della Storia»: affrettare la caduta del capitalismo riscoprendo la bontà dell’otium, intramontabile mito latino.

 

 

 

 

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