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276 - 29.04.05


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Quei favolosi anni ’50

Giorgia Capoccia



C’erano una volta gli anni Cinquanta: gli anni della Vespa e della Lambretta, di Coppi e di Bartali, Togliatti e De Gasperi; gli anni di Pasolini, Gadda, Bassani, Moravia; gli anni della conquista del K2 e della tragedia dell’Andrea Doria; l’Italia di Carosello e delle utopie industriali. Anni sì di scommesse e di incertezze, ma soprattutto anni di speranze: il baratro della guerra e dell’occupazione nazista ce lo eravamo lasciato alle spalle e si guardava avanti ad un paese da ricostruire, a bisogni da inventare e da soddisfare, ponendo le basi dell’esplosione economica e culturale del decennio successivo.

Un decennio lungo per un secolo breve, così sono stati definiti gli anni Cinquanta, durante il quale l’Italia povera ma bella scommette sulla propria creatività e diventa “grande”. Sono questi gli anni raccontati da Anni Cinquanta: la nascita della creatività italiana, in mostra a Palazzo Reale a Milano. Tremila metri quadrati di spazio espositivo – senza contare l’area antistante Palazzo Reale, dove l’insolita presenza di una motrice dello storico treno Settebello dà vita ad un suggestivo cortocircuito visivo con lo sfondo del Duomo – ospitano – divise in otto sezioni, curate tra gli altri da Paolo Mereghetti, Guido Vergani e Giampiero Bosoni più il suggestivo allestimento introduttivo della Sala delle Cariatidi ideato da Alberto Marangoni - più di settecento opere che raccontano l’arte, l’architettura, il design, la fotografia, il cinema, la moda, la società italiana dal 1948 al 1960, l’anno in cui le Olimpiadi arrivano a Roma e l’Italia è pronta a mostrare il suo nuovo volto di paese moderno agli occhi del mondo.

“La nuova arte richiede la fusione di tutte le energie dell’uomo nella creazione e nell’interpretazione. L’essere si manifesta integralmente, con la pienezza della sua vitalità”, scrive Lucio Fontana nel Manifesto Bianco (poi Manifesto Tecnico dello Spazialismo) del 1946 e nelle sue parole premonitrici c’è sintetizzato tutto lo spirito della nuova creatività e i motivi del suo successo. Negli anni Cinquanta l’arte e l’industria si fondono dando vita ad un connubio magico: nell’urgenza della ricostruzione postbellica è vivo il bisogno di una rigenerazione dei costumi e delle forme e si crea allora uno spazio dove l’utopia e la ricerca sperimentale sposano le rinnovate esigenze della produzione industriale grazie alla lungimiranza di una classe di capitani d’industria “illuminati” e personalità artistiche capaci di intercettare i cambiamenti epocali della società, come Giacosa e la sua Cinquecento, come Castiglioni, Ponti, Sottsass, il ludico Munari, Albe Steiner, Zanusso.

Bellezza, praticità, funzionalità le parole d’ordine – e anche “portatile”: la radio portatile, la macchina da scrivere davvero portatile, la Olivetti “lettera 22”, davvero leggera e anche bella con le sue linee tese e pulite - in un mondo in continua e febbrile trasformazione, dove dall’osteria si passa al bar sport e ci si muove a bordo di un sogno comprato a rate, l’utilitaria, con cui magari cento all’ora non li fai, ma ottanta sì: il disegno industriale perde la maschera dell’anonimato e diventa design, vera e propria arte al servizio della società; arte e industria non sono più due mondi separati. «Stile Industria»: forme e stile nella produzione, non solo il nome di una rivista specializzata ma un vero e proprio modo di essere, la forma mentis di un decennio.

Arte di tutti, arte per tutti, design di tutti, design per tutti e architettura per tutti: questi i terreni fondamentali della trasformazione. Come in un nuovo Rinascimento, l’uomo e gli spazi dove vive e si muove e lavora sono al centro della ricerca e della sperimentazione tanto tecnologica quanto artistica. Lo spazio lavorativo, per l’architettura – sono gli anni dello sviluppo del terziario e l’impiegato che lavora in ufficio diventa il propulsore dell’azienda e sono anche gli anni dei complessi industriali utopistici “alla Olivetti” – e lo spazio abitativo, catalizzatore dei consumi, per il design diventano i luoghi dove dare vita a una sofisticata ricerca progettuale, una ricerca proiettata in avanti, verso il moderno inteso come superamento del passato – sono gli anni della sperimentazione sui materiali, gli anni della plastica e della morbidezza delle forme futuribili e un giradischi da salotto è più vicino a un’astronave da fumetto che non al vecchio imponente massiccio mobile radio di prima della guerra – ma allo stesso tempo una ricerca responsabile verso la tradizione, alla quale si guarda cercandone una rilettura critica. Ortodossia dell’eterodossia: c’è spazio per tutto negli anni Cinquanta.

Anni Cinquanta: anni di trasformazioni, di rivoluzioni e Boogie Woogie non è solo un ballo o il titolo di un quadro di Guttuso. Euforia creativa, spazi e mondi da ricostruire dal nulla, grandi convergenze e grandi divisioni, su tutti i fronti, in politica come nell’arte, quest’ultima con i suoi nuovi realismi, i suoi concetti spaziali, i nuovi fronti, gli in-formalismi: Fontana, Burri, Capogrossi, Afro, Pirandello, Manzù, Guttuso, Pomodoro, Manzoni, Rotella per nominare solo i maggiori esponenti delle arti plastiche e visive di questo decennio.

Un nuovo rinascimento, si diceva, dove l’uomo torna al centro: l’uomo e i suoi bisogni, reali o indotti, l’uomo e i suoi consumi. La donna e i suoi bisogni e consumi: arrivano in quegli anni in Italia i primi elettrodomestici con il loro sapore d’oltreoceano, la lavatrice, il frigorifero, la televisione. Televisione per pochi, almeno all’inizio, la trovi nei bar e se sei fortunato c’è qualcuno nel palazzo che ce l’ha già e allora ci si riunisce la sera, tutto il condominio, a guardare Lascia o Raddoppia? e Il Musichiere, altrimenti si va al cinema: nel 1955 si toccano cifre mai raggiunte – e purtroppo mai più ripetute – con più di 10.500 sale cinematografiche sparse per la penisola per un totale di 819 milioni di biglietti staccati. Si va al cinema e si cerca uno specchio dove rivedere se stessi, tanto nella produzione di genere quanto in quella d’autore, nelle commedie di Totò e Fabrizi come nei grandi melodrammi, tanto nei sogni di Fellini quanto nei primi romanzi già della crisi di Antonioni.

Consumo, commercio, pubblicità: gli anni Cinquanta sono gli anni di Carosello in tv; gli anni dell’esplosione della grafica e del new advertising, la pubblicità come scienza, la pubblicità come arte. E anche questa nuova arte ha i suoi autori e si muovono anch’essi in un terreno tra sperimentazione autonoma e confronto con la tradizione: c’è Franco Grignani con i suoi dinamismi di sapore futurista, e i suoi retini; c’è l’advertising umanistico di Michele Provinciali e c’è Armando Testa, elegante affabulatore capace di sintesi iconografiche ormai entrate a far parte dell’immaginario collettivo proprio non solo di chi quegli anni li ha vissuti.

Icone di un decennio appassionato, quelle in mostra a Milano fino a luglio: icone di un decennio la cui creatività e idee hanno influenzato tutto quello che è stato dopo, noi compresi. La bici di Coppi e la bici di Don Camillo, gli abiti di Pucci e delle Fontana, le foto di Berengo Gardin, il prototipo in mogano della 500, l’architettura a misura d’uomo di Figini e Pollini, le utopie di Sottsass. Simboli di quello che eravamo e che potremmo essere, a cui guardare magari con nostalgia e, perché no, con la speranza che una nuova rinascita dell’italian style non sia troppo lontana.

Anni Cinquanta: la nascita della creatività italiana
4 marzo – 3 luglio 2005
Milano, Palazzo Reale
Piazza Duomo 12
www.annicinquanta.org

 

 

 

 

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