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275 - 08.04.05


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Spiraglio italiano
per la bella tv

Luca Sebastiani



Arte sbarca in Italia. Non in maniera definitiva, certo, che sarebbe chiedere troppo a una penisola televisiva come la nostra che difende con le unghie la propria “eccezione culturale”. Quello del canale franco-tedesco in Italia è solo e ancora un piccolo primo timido passo che accende, comunque sia, un lumino di speranza nel bistrattatissimo italico pubblico televisivo, che già da ora potrà godere di un prodotto di qualità e verificare quello che fin qui era stato da noi solo un sospetto: si può e ci si può intrattenere, si può e ci si può informare anche con la tivvù!

La famosa teoria, che è quasi una mistica, del virtuosissimo domino più-tette-uguale-più-pubblico-uguale-più-pubblicità-uguale-più-soldi-uguale-più-reality-uguale-più-pubblico-uguale-più-pubblicità-uguale-più-soldi-uguale-più-quiz-uguale-una-politica-che-può-farsi-i-fatti-suoi-senza-scocciature, trova nella programmazione di Arte, in onda dal venerdì alla domenica per tre ore al giorno su RaiSat Premium, una contraddizione oggettiva. Non che quei tempi ridotti in quello spazio periferico possano compromettere la dinamica succitata e la ramificata e complessa struttura che la sorreggono, ma possono altresì dare un saggio e indicare una strada che altrove è stata percorsa con apprezzabili risultati, e, allo stesso tempo, smascherare la portata ideologica di ciò che da noi viene contrabbandato come verità.

Sono tredici anni che Arte fa televisione culturale senza raccolta pubblicitaria, senza il bisogno cioè di vendere un pubblico ad un detersivo scambiando i termini del rapporto tra gli uomini e le cose. Si dirà: “Com’è possibile? O hanno inventato la macchina del moto perpetuo o è un complotto”. E poi: la teoria del domino muove dal presupposto che il pubblico televisivo voglia, aspiri e agogni alle tette e ai detersivi, cioè a dire, è tutto quello che una tribuna di barbari incolti può sognare. E allora: forse il pubblico franco-tedesco sarà più civilizzato, o comunque abbastanza annoiato da concedersi il lusso aristocratico di un canale che parli tediosamente di archeologia e pittori fiamminghi.

Niente di tutto ciò. Il canale – il cui nome non è quel che da noi, formati sulle gesta classiche degli eroi de L’isola, si crede essere il sinonimo di noia, ma una sigla che sta per Association Relative à la Télévision Européenne – il canale, dicevamo, si è costituito nell’aprile ‘91 in Gruppo europeo d’interesse economico (Geie) con un partenariato tra Francia e Lander tedeschi, le cui rispettive Arte France e Arte Deutschland detengono le quote. La finalità della rete è contenuta nero su bianco nell’articolo 2 del Contratto di formazione e viene garantita nella sua applicazione da una serie di strutture di gestione e controllo. Recita molto semplicemente il suddetto articolo: “Il Gruppo ha per obiettivo di concepire, realizzare e diffondere, o far diffondere, attraverso il satellite o con tutti gli altri mezzi, emissioni televisive aventi carattere culturale e internazionale nel senso più largo, e proprie a favorire la comprensione e l’avvicinamento dei popoli europei”.

Finanziata esclusivamente dai rispettivi canoni francese e tedesco, piano piano, passo passo, Arte è diventata negli anni sempre più grande, ha conquistato pubblico infiltrandosi dapprima in piccoli spazi satellitari, poi televisivi pubblici e ora conta un pubblico medio giornaliero di un milione di persone, con un incremento nei soli due ultimi anni di un sonante +25%. Interessati al rilievo non solo culturale dell’operazione, ai due storici partner si sono via via associati altri canali statali europei: RTBF in Belgio, SRG SSR in Svizzera, TVE in Spagna, TVP in Polonia, ORF in Austria, YLE in Finlandia, NPS nei Paesi Bassi, BBC in Gran Bretagna e SVT in Svezia.

Mentre la costruzione di uno spazio politico europeo comune sembra incontrare sulla propria strada ostacoli sempre maggiori e lo slancio europeista perde troppo spesso d’intensità di pari passo al calo della volontà politica degli attori implicati, la televisione europea sembra di contro avere il vento alle spalle. Arte ne è l’esempio, piazza virtuale d’incontro e confronto di lingue, linguaggi e culture, che riproduce, rendendola manifesta e cosciente di sé, una realtà che già c’è, quella degli europei che si confrontano con le stesse preoccupazioni, aspirazioni e sogni.

Dal suo esordio ad ora, Arte ha prodotto 1500 documentari – dall’attualità geopolitica ai grandi temi religiosi, dalle curiosità al costume all’approfondimento storico-culturale – ha coprodotto film che hanno raggiunto i maggiori festival cinematografici del mondo; ha diffuso cinematografie di qualità, ha intrattenuto con serate a tema, informazione e rubriche varie.

E ha dimostrato che la tv è uno strumento che dà risultati che rispecchiano il progetto di chi lo maneggia; che, infine, come ha dichiarato lo stesso Jérôme Clément, presidente di Arte, “la televisione non è lo specchio del suo pubblico ma del suo sistema politico. Il pubblico si può farlo evolvere in una direzione o in un’altra”.

La televisione, quella italiana, ha la volontà di rintuzzare i sogni e l’intelligenza del suo pubblico negli stretti orizzonti e negli asfittici desideri di gloria di un quiz?
La volontà, appunto. Altro che il dilemma canone o raccolta pubblicitaria, pubblico o privato, spettatore o inserzionista.

 


 

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