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275 - 08.04.05


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I “colori” dell’inquietudine.

Paola Casella



”Non dipingo quello che vedo, ma quello che visto”.
Edvard Munch

In questa frase, volutamente sgrammaticata (anche nella lingua originale), più attenta ad evocare uno sgomento emotivo subcosciente che una riflessione passata attraverso il filtro (sporco) del cervello, c'è molta della ragione d'essere di Munch e della sua necessità di esprimersi come artista, e c'è anche un esempio, letterario invece che pittorico, della sua capacità di parlare direttamente alle parti più nascoste di noi, seguendo solo apparentemente le regole lessicali, e inventandosi invece un linguaggio la cui potenza innovativa è dimostrata non tanto dal successo che l'artista norvegese ebbe in vita, quanto dall'influenza che egli esercitò sulle generazioni a seguire.

"Dovevo cercare un’espressione per ciò che agitava il mio spirito”, scrisse Munch, e ciò che agitava il suo spirito era un'inquietudine profonda, un'attrazione macabra (ma mai morbosa) verso la malattia e la morte, e verso la sessualità come fonte di profondo disagio. Munch voleva - doveva - rappresentare il dramma dell'esistenza umana (o l'esistenza umana come dramma), gettando lo sguardo (il suo, e il nostro) dentro l'orrido che a volte si spalanca nelle nostre esistenze o anche solo (?) nel nostro animo profondo. Per questo i suoi dipinti provocano in noi contemporaneamente attrazione e repulsione, come un brutto incidente dal quale non riusciamo a staccare lo sguardo, arrivando a coglierne anche la bellezza, al di là dell'orrore.

La mostra "Munch 1863-1944", al Complesso del Vittoriano di Roma fino al 19 giugno, attraverso pitture ad olio, acqueforti, litografie, xilografie e ritratti fotografici racconta lo sguardo apparentemente torbido, e invece lucidissimo, dell'artista, la sua intensità ossessiva, la sua condanna a rappresentare la vita attraverso il suo contrario. Nel raffigurare i suoi soggetti nel momento della loro massima vulnerabilità fisica e psicologica non c'è la tentazione del sensazionalismo, ma un bisogno, anche quello ossessivo e ossessionato, di verità - un'ossessione anche culturale, secondo la tradizione nordica: dopotutto da lì veniva Severino Kierkegaard - che costringe l'artista a un estremo rigore, a una rincorsa continua dell'onesta espressiva. Il che contribuisce a spiegare perché Munch abbia spesso riprodotto lo stesso soggetto per approssimazioni successive, e abbia abbandonato molte sue opere ad uno stadio incompiuto: non, come avevano insinuato alcuni critici suoi contemporanei, per una mancanza di coraggio espressivo, ma per un rifiuto di trasformare l'approssimazione sincera in falsa certezza.

Sarebbe troppo facile raccontare Munch come un artista interamente spiegabile attraverso la sua colorita biografia. "Fragile di nervi, alla ricerca del piacere fino all'estremo, purosangue aristocratico”, come lo descrisse un altro critico della sua epoca, con malcelata spocchia, Edvard Munch apparteneva all'alta borghesia norvegese, e godette di tutti i vantaggi della sua condizione sociale - in particolare, la possibilità di studiare arte nelle capitali dell'epoca - finché i suoi demoni interiori non ebbero la meglio anche sul suo stile di vita. Notoriamente refrattario ai contatti sociali, al limite della misoginia, Munch fu vittima consenziente di innumerevoli e devastanti frequentazioni femminili e degli eccessi del bere, subì spaventosi tracolli economici, e dovette confrontarsi ripetutamente con quella sindrome depressiva della quale era stato già preda suo padre prima di lui.

Sarebbe facile dunque interpretare la sua opera come una forma di autobiografismo ossessivo, o addirittura di narcisismo portato all'eccesso. Eppure anche i suoi numerosi autoritratti (la collezione di fotografie che lo raccontano dalla giovinezza alla vecchiaia è la vera sorpresa della mostra) non si limitano a descrivere un'individualità ma aspirano all'universale, alla condivisione di una condizione che, secondo Munch, è umana, mai solamente personale. Così nelle bellissime fotografie dell'uomo che da giovane appare appena sullo fondo, attraverso vetri, cortine, figure femminili, e poi si offre all'obbiettivo a volto nudo, senza più nascondere la rabbia e l'impotenza di fronte alla crudeltà del vivere, non c'è autocompiacimento ma un disperato invito a riconoscere i segni visibili di un'inquietudine che fa parte di ognuno di noi, e nella quale, volenti o nolenti, ci dobbiamo specchiare.

Tutta l'opera di Munch, come scrive Maria Teresa Benedetti nel suo saggio "Il colore dell'anima", incluso nel catalogo di presentazione della mostra al Vittoriano, narra la "costruzione di un linguaggio, che diventa sempre più paradigmatico di un sentimento universale... un linguaggio potente ed autonomo, che diverrà per l’artista strumento di indagine delle esperienze psicologiche del profondo". "Munch", scrive ancora Benedetti, "traccia una sorta di autobiografia dell’anima per immagini".

Lui stesso del resto spiegava che i suoi quadri raffiguravano “intenzioni, idee, tentativi, cose non spiegate, concetti che non hanno ancora preso forma”. E la forma delle cose, dei paesaggi, delle persone, trasformati in figure geometriche e linee contorte, parla di disagio, di tormento, di angoscia esistenziale.

Il soggetto più famoso dell'artista norvegese, "L'urlo" (la mostra del Vittoriano ne esibisce una litografia) più efficacemente riassume la volontà di Munch di restituire intatta a chi guarda la sensazione di angoscia allo stato puro. Così l'artista racconta la genesi di quel ritratto emotivo: “Camminavo lungo la strada in compagnia di due amici, il sole calava, il cielo divenne improvvisamente rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai contro un parapetto, stanco da morire, sulla città e sul fiordo di un blu scuro c’erano sangue e lingue di fuoco, i miei amici si allontanavano, io tremavo di angoscia, e sentii un lungo urlo infinito attraversare la natura.”

"Munch cercò di dare forma al mondo invisibile della psiche, ma senza cercare l'unità tra forma e significato", scrive Øivind Storm Bjerke nel saggio "Il maestro del 'non finito'", anch'esso incluso nel catalogo della mostra. Se c'è un linguaggio iconografico al quale l'artista norvegese attinge, è quello dell'incubo, paradossalmente riconoscibile da tutti, anche se ognuno di noi lo ricorda come un'esperienza privata, chiusa dentro un universo involontario dentro il quale ci sentiamo completamente soli.

Certamente Munch non fu un caso isolato, fu figlio del suo tempo, dei fermenti ideologici, filosofici, espressivi che lo precedettero, e che lo avrebbero accompagnato e seguito. La mostra al Vittoriano racconta efficacemente anche il percorso dell'artista attraverso il suo tempo, attraverso influenze e tentazioni, sperimentando sempre, non solo a livello tecnico - nel campo della grafica, del disegno, della pittura, della fotografia, della scrittura - ma anche a livello narrativo. " Nella storia dell'evoluzione dell'arte europea", scrive Storm Bjerke, "Munch non è un innovatore ma un eclettico che sperimentava codici già collaudati, dando loro nuove valenze".

"Munch compie i primi passi del suo percorso artistico nel ristretto ambiente culturale di Christiania (che nel 1925 diventerà Oslo), per poi procedere attraverso le esperienze dell’avanguardia francese, da cui trarrà quegli stimoli che faranno di lui un precursore, diventando così, a sua volta, una fonte di ispirazione", racconta Storm Bjerke. Fondamentale la parentesi Impressionista, ben documentata dall'esibizione romana, e la scoperta di Van Gogh, dalle cui linee contorte e scalpellate ("Notte stellata" è del 1889, "Campo di grano con corvi" del 1890) derivano direttamente le curve concentriche e le linee ossessivamente parallele de "L'urlo" (1895). Importanti anche i soggiorni berlinesi di Munch, non solo per lui, ma anche per i suoi sucessori. Come scrive Benedetti, l'artista "trasmetterà la gestualità, il fermento della materia, lo spazio incombente delle sue opere a larga parte della pittura della seconda metà del secolo, dall’Informale, all’Espressionismo astratto, alla Transavanguardia.


"Munch 1863-1944",
dal 10 marzo al 19 giugno 2005.
Complesso del Vittoriano,
via San Pietro in Carcere (Fori Imperiali), Roma.
La mostra è curata da Øivind Storm Bjercke e Achille Bonito Oliva.

Orari: lunedì-giovedì, 9:30-19:30, venerdì-sabato, 9:30-23:30, domenica 9:30-20:30.
Ingresso: intero €9 - ridotto €7.
Informazioni: tel. 06-6780664.
Catalogo: Skira.

 

 

 

 

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