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274 - 26.03.05


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Swiss democracy o
la democrazia che vacilla

Riccardo Venturi



Di quale democrazia parliamo quando parliamo di democrazia? Cosa vuol dire, ad esempio, che a pochi giorni dalle elezioni in Irak, Zarqawi, leader di Al Qaeda, ha dichiarato “guerra alla democrazia”, opponendosi a coloro che tentano di esportarla proprio attraverso la guerra? O ancora, come si chiede l’artista Thomas Hirschhorn (Bern, 1957), quale futuro per la democrazia in un paese come la Svizzera, che sembra non conoscere conflitti? Per indagare più a fondo quanto “la democrazia generi la propria vulnerabilità”, Hirschhorn ha allestito una mostra al Centro culturale svizzero di Parigi. Investendo per due mesi tutto lo spazio disponibile ad eccezione del soffitto e riempiendolo di materiale eterogeneo, ha finito per trasformarlo in una sorta di squot.

Sui pannelli colorati che fanno da mura scorrevano colte citazioni di teoria politica, slogan da graffiti metropolitani, collages di ritagli di giornale. L’arredo era completamente rivestito con lo scotch marrone da imballaggio, trasformando l’ambiente in una sorta di baraccone tirato su con materiali di scarto. Per far passare un messaggio è del resto sufficiente un cartone e un pennarello. Lo scopo era chiaramente quello di allargare – o di far esplodere – la funzione del centro espositivo; per questo stridevano ancor più i blasoni dei cantoni svizzeri che scandiscono il percorso, appesi ai muri come insegne secernenti bianchi ectoplasmi.

In realtà ci siamo trovati all’interno di una fucina, di un laboratorio politico – disordinato, polivalente e antigerarchico – che traeva linfa vitale dal coinvolgimento del pubblico, per cui erano predisposte diverse attività quotidiane, proprie più ad un forum pubblico che ad una manifestazione: la stampa di un quotidiano redatto dall’artista nei locali della mostra, distribuito gratuitamente all’ingresso, che moltiplicava ulteriormente il montaggio di informazioni; il ciclo di conferenze del giovane filosofo berlinese Marcus Steinweg il quale, compreso a fondo quanto l’agire politico investa nel più intimo la costituzione del soggetto, si serve di un approccio multidisciplinare e bulimico à la Slavoj Zizek. E ancora, uno spazio per i dibattiti e la lettura, grazie ad una biblioteca di filosofia politica poco attenta alle ripartizioni accademiche; senza dimenticare infine la rappresentazione teatrale ispirata al Guglielmo Tell di Schiller, con la scena madre in cui un attore vomita in un’urna elettorale e mima di orinare su una gigantografia del consigliere federale della destra popolare Christoph Blocher, eletto da poco più di un anno.

Prevedibile la polemica, la cui eco ha valicato i confini nazionali, con la fondazione “Pro Helvetia” – principale finanziatrice dell’evento costato 120.000 euro nonostante i materiali impiegati – che rischia di perdere il sussidio finanziario elargito dal ricco stato elvetico. Se aggiungiamo lo sdegno del mondo intellettuale e l’assenza di rappresentanti dello stato svizzero al vernissage, lo scandalo è completo – e la pubblicità assicurata. Dal suo canto, Hirschhorn ha avuto buon gioco a dichiarare, dal palco di un’istituzione pubblica che rappresenta la Svizzera in un paese della Comunità europea, che per motivi politici non esporrà mai più nel suo Paese natale, così come già fa in Austria sulla scia dell’artista Robert Fleck.

Hirschhorn considera l’arte come movimento di resistenza che, lontano da ogni geometria politica, domanda l’impossibile e in cui, possiamo aggiungere, l’attacco e la riflessione si danno insieme. Per questo è inutile rimproverargli – come pur ha fatto un giornale come L’Humanité – di aver mal digerito alcuni testi canonici della filosofia politica, perché l’importante non è articolare un discorso teorico quanto saper usare questi testi, metterli in circolazione, lasciare che si contaminino. Per questo l’ipertrofica discarica di Hirschhorn - artista-chiffonier - fatta di ‘taglia e incolla’, somiglia alla deleuziana “macchina da guerra”, ovvero a “un certo modo di occupare, di riempire lo spazio-tempo, o di inventare nuovi spazi-tempo”, come fanno tanto i movimenti rivoluzionari quanto le pratiche artistiche.

Anziché cavalcare le polemiche più o meno pretestuose (potremmo ad esempio rimproverare, particolare sfuggito ai più, la presenza della “Fondazione Nestlé per l’arte” tra i finanziatori della mostra) ci sembra così più importante ritenere la strategia di Hirschhorn, dove ciò che conta in un gesto artistico non è affatto la qualità contenuta quanto le energie che lo attraversano e che si propagano. Schierarsi contro il proprio Paese esponendo in una galleria privata non è la stessa cosa che farlo in uno spazio che di quel Paese è una vetrina. Cosa comporta l’esposizione in uno spazio pubblico? In altre parole, il cuore del problema, come ha ricordato giustamente Nathalie Heinrich, è la politica culturale delle istituzioni statali, come lo stanziamento di fondi pubblici o la sovvenzione di spazi consacrati a manifestazioni artistiche.

A tale proposito Heinrich parla di un “paradosso permissivo” per cui è l’istituzione stessa a finanziare – e dunque a incoraggiare – un’attività rivolta contro se stessa. Come se lo spazio pubblico fosse infettato da un virus auto-immunitario. Ci troviamo insomma davanti all’ennesima torsione dello stato avanzato del capitalismo, in cui la trasgressione è incitata allo stesso tempo che riassorbita e dunque neutralizzata. E’ nella messa a nudo di questo dispositivo che risiede il carattere più eversivo della mostra di Hirschhorn. Una pratica artistica che invero attraversa tutto il Novecento - dalle Avanguardie in poi - segnato dalla graduale presa di coscienza della stretta morsa di questa logica e dall’approntamento di pratiche che riescano a sottrarvisi.

 

 

 

 

 

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