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274 - 26.03.05


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Letterature in cerca di identità

Ilaria La Commare



“Se la comunanza linguistica è virtualmente un fatto impossibile, in special modo dopo l’allargamento dell’Unione Europea, esiste allora qualcos’altro, un ideale europeo oppure un’idea europea?”, si chiede il finnico Jörn Donner. Donner è uno dei ventisei scrittori salito sul “TransEuropaExpress”, un treno tutto letterario che dal 23 al 26 febbraio scorso ha toccato i lidi della nuova Europa: quella dei venticinque di fatto, e dell’aspirante Turchia. Sotto la metafora del treno si cela una manifestazione inaugurata nelle sale dei Musei Capitolini e svoltasi tra l’Accademia d’Ungheria, il Goethe Institut e la Casa delle Letterature di Roma. Il viaggio del TransEuropaExpress si è dipanato lungo meridiani che hanno condotto veloci dalla Spagna di Rosa Montero alla Cipro di Panos Ioannides, dall’Irlanda di Colm Toíbín all’Estonia di Emil Tode, la Lettonia di Ma¯ra Za¯li¯te e la Lituania di Tomas Venclova. Passando per la Polonia di Stefan Chwin, la Slovacchia di Ivan S╣trpka, l’Ungheria di Gábor Görgey e l’Italia di Dacia Maraini. Ripartendo poi dalla Gran Bretagna di Jonathan Coe e dall’Olanda di Kader Abdolah, con stazioni di arrivo il Portogallo di Lídia Jorge e la Turchia di Emine Sevgi OŻzdamar.

Fatta l’Europa, bisogna fare gli Europei: ma quale soluzione per la giovine Europa? Se “Essere Europei è un referendum quotidiano”, dice lo sloveno Ales╣ Debeljak, e se “In questo continente “sempre più integrato” gli Stati nazionali continuano a crescere, mentre si rivendicano i caratteri originali delle culture e delle storie che hanno segnato le grandi e piccole nazioni europee” (Lucio Caracciolo, su la Repubblica, del 19 febbraio). Questi caratteri originali possono rappresentare delle minacce, ma c’è tuttavia “uno Spirito comune errante per i Paesi dell’Unione”, alla cui ambiziosa Recherche è stato chiamato il conclave dei ventisei scrittori. E stavolta i Graal e i Corani, i regimi economici e i simboli politici, gli universalismi e gli illuminismi, i protocolli ambientali e gli strawberry fields beatlesiani hanno fatto da sub stratum, cedendo il posto a un ensemble di lingue e di letterature. Che si sono incontrate per discutere di colei che da sempre va a braccetto con lo Spirito, ovvero l’identità.

Ci sono tanti modi d’intendere l’identità e di ragionarvi su, hanno messo in evidenza Lidia Ravera, Elisabetta Rasy, Christian Raimo, Nadia Fusini, Mario Fortunato e Maria Ida Gaeta, avvicendandosi nella direzione dell’orchestra del TransEuropaExpress. Quello dell’Ottocento era disciplinare e disciplinato, dice la Rasy, e implicava l’assenza di differenze fra sé e se stessi; nel Novecento invece l’identità viene concepita in maniera differente, si prende coscienza che siamo stranieri persino a noi stessi, e che anche l’io (singolo, non solo l’Io-Stato) è una sinuosa costruzione, che sceglie un’identità, infine. Ma mai perfettamente ivi identificandosi in pieno. Così anche gli Stati passano a un’identità sorgente da tante differenze, di scuola pessoiana, insomma. Questo emerge chiaramente dagli scritti inediti dei ventisei per il TransEuropaExpress, che raccontano da una parte, come le migrazioni e gl’influssi culturali abbiano fatto traballare il senso di nazionalità e sulla coscienza storica delle loro popolazioni. Ma dall’altra parte il Paese che ne deriva è multilinguistico e multiculturale, quindi l’arricchimento è notevole, sostengono coralmente. In questo quadro rimane lecito lo scetticismo di un’identità comune, espresso in sessione inaugurale dall’irlandese Toíbín con il suo “bisogna prima vedere chi siamo come individui e dove andiamo”. Altrettanto lecito pensare all’identità dell’arcipelago Europa in termini di polemos, se come dice anche Massimo Cacciari “la forma della ‘identità’ europea è agonica nella sua essenza” (la Repubblica, 8 luglio 2004). Il filosofo veneziano evidenzia anche, concordemente con Jacques Le Goff, come l’identità sia un processo: il mosaico da vetrata liberty tratteggiato dai ventisei, va, dunque, continuamente ritoccato. In questo modo l’identità contrastava, beneficiando di tutti i Ground Zero europei di cui hanno narrato in particolare l’austriaco Schindel e lo slovacco S╣trpka, potrebbe allora divenire positiva, come avalla la lussemburghese Goedert. O, ancora meglio: un’identità a cerchi concentrici. Intorno a una e più letterature che fanno da sponda. Deae ex machina.

“Dai trovatori della Provenza medievale agli scrittori dissidenti dietro la cortina di ferro la letteratura ha espresso la sensibilità personale, la vita individuale della coscienza e la resistenza ai modi di vivere e di pensare imposti e tirannici”, scrive il danese Grøndahl. E non solo: “come a teatro, la lettura obbliga a porre lo sguardo sugli altri”, e “anche se non sarà mai un sostituto della vita, aiuterà i lettori a dare un senso al mondo in cui vivono”, dice la Goedert. Di difficoltà, è innegabile, ancora ce ne sono: l’Europa è rimasta una sorta di Torre di Babele, ove tuttora esistono un gran numero di piccole isole linguistiche, che costituiscono delle barriere, o comunque delle sfide. Anche perchè il mercato delle traduzioni è spesso deficitario (in molti Paesi le traduzioni degli scrittori stranieri oscillano tra il due e il sei per cento dei libri pubblicati), denunciano Coe e la Maraini. La soluzione non risiede però nella ricerca di una koiné, dice ancora la Goedert, perché ogni lingua possiede quell’alchimia di tradizione (gli Sloveni, ad esempio, hanno mantenuto la lingua con la quale, in origine, parlavano ai cavalli) e melodia che la rende unica. La soluzione è una questione di prospettive capaci di coniugare tutte le facce del multiculturalismo, e si annida nelle strade d’Europa impregnate della presenza dell’artista letterato. Da Beckett a Proust, a Kafka e Musil.

Quell’Europa che viene percepita in maniera così simile da chi sta ai suoi confini e da chi ne è fuori: dalle parole della spagnola Montero e dell’iraniano Abdolah (che vive ora in Olanda) emerge l’idea di un’Europa quale area ed oasi libera, democratica, garantista dei diritti, giusta, e dunque quale obiettivo desiderabilissimo. “Le persone di cultura islamica hanno sempre pensato all’Europa come un gioiello”, scrive Abdolah (giungendo infine a formulare l’ipotesi di un cammello a Roma), e la Montero la dipinge come una sorta di California di eco steinbeckiana.

E se la soluzione per la tanto dibattuta questione dell’identità venisse proprio dagli ultimi a farne parte, i Paesi dell’Est? Il belga Toussaint suggerisce di prendere ulteriormente le distanze, addirittura con una “deviazione in Asia”: passare per la Cina per leggere meglio il greco, così da raggiungere “l’indispensabile distacco per re-interrogare una realtà diventata troppo familiare”. Sembra avere ragione Jeremy Rifkin quando afferma “Il Sogno europeo, insomma, è il tentativo di creare una nuova storia” (in Il sogno europeo, Arnoldo Mondadori, 2004). Con lo scarto tra il pensiero europeo (“ragionevole”, alla Cartesio) e quello cinese tracceremo poi le linee di un nuovo canone europeo, continua Toussaint. Un canone il cui baricentro sta, paradossalmente, fuori dall’area dalla Zona Europa, quindi?

“Lo dirò in modo esplicito: la vera Europa per me è l’Europa che esita. E che, malgrado le esitazioni, riesce ad agire con efficacia”, tra la difficoltà delle decisioni, una consapevolezza a volte “disarmante”, certi dubbi pieni di scrupoli, ma sempre forte di un’autoironia critica, scrive il polacco Chwin. L’ungherese Görgey racconta dell’usanza dei Greci di lasciare, accanto alle statue degli dei, un piedistallo vuoto. In attesa del “dio sconosciuto”. Si apre, così, quello “spazio morale che alcuni chiamano semplicemente lo spazio della coscienza europea. E proprio in ciò io identifico il vero spirito europeo”, dice ancora Chwin, partendo da una poesia del poeta polacco Herbert in cui dice “Nike è bellissima nel momento / in cui esita”.

 

 

 

 

 

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