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274 - 26.03.05


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Giacomelli a Parigi.
La poesia dello scatto
Luca Sebastiani



E’ un universo in equilibrio quello di Mario Giacomelli, in bilico tra realtà e astrazione. Un’astrazione reale, appunto. Nella sua opera, nell’evoluzione della sua opera, il referente esterno non si annulla mai nell’assoluto di una forma interiore. La realtà è ancora lì, si vede, si tocca. E si vede e si tocca grazie proprio all’intervento del soggetto che ne mette in risalto, con la sua sovradeterminazione formale, un aspetto particolare, una sua idea; un’idea che è l’incontro stesso dell’oggetto e il soggetto in un quid terzo che si materializza nella foto.

Qui caso e controllo, propri del mezzo, permettono di cristallizzare il flusso di luce e di ombre in un equilibrio che ha del miracoloso: dentro e fuori il tempo, fisico e metafisico, idea e cosa. La terra e la carne si incontrano in una sofferenza che è propria dell’una e dell’altra. Nelle rughe di questa e di quella si coglie il dolore fatale di una necessità universale meccanica e indifferente, ma anche, allo stesso tempo, un senso di profonda compassione e umanità. (“Le rughe della terra come le rughe della pelle mi insegnano delle cose che non sapevo”).

I bianchi e neri del fotografo marchigiano, a cinque anni dalla sua scomparsa, sono in mostra alla Biblioteca nazionale di Francia che ha voluto rendere omaggio a Giacomelli con un’esposizione dal titolo di Métamorphoses (Metamorfosi), antologica di 165 scatti, a Parigi fino al 30 aprile, che ben mette in risalto l’omogeneità e la continuità di una ricerca durata cinquant’anni.

Un’esperienza artistica peculiare, un percorso singolare, quello del maestro di Senigallia, di un isolato che si è sempre considerato un dilettante, un “fotografo della domenica”. Dal suo paese e dalle sue terre si è sempre mosso poco e lì, per tutta la vita, ha cercato e trovato l’ispirazione per il suo mestiere appartato rispetto al milieu fotografico italiano. Un modo di vivere il proprio lavoro che ricorda l’esperienza di un altro grande marchigiano, Giacomo Leopardi, la sensibilità del quale risuona nella fotografia di Giacomelli non solo indirettamente.

Intere serie di scatti, presenti anche qui a Parigi, sono infatti ispirate dalle poesie del recanatese. Come L’infinito. O come A Silvia, il senso della quale è stato reso con rappresentazioni di finestre senza infissi o murate, crepate o sformate, che nell’icasticità dell’esposizione e dell’inquadratura fanno percepire la presenza di un’assenza, della morte. “Sonavan le quiete/ stanze, e le vie dintorno,/ al tuo perpetuo canto”, scriveva Leopardi. “Sonavan”, appunto, come la vita passata e le antiche speranze risuonan nella parola poetica e nel segno fotografico dei due marchigiani.

Nella serie Presa di coscienza sulla natura (1954-2000), fotografie che solo per approssimazione estrema potremmo chiamare “paesaggi”, c’è un’immagine in particolare che spiega bene la vicinanza dei due, tematicamente e filosoficamente. Una luna bassa che, sospesa tra cielo e terra, rischiara le colline arate marchigiane. “Dolce e chiara è la notte e senza vento, / e queta sopra i tetti e in mezzo agli orti / posa la luna, e di lontan rivela / serena ogni montagna”. Chiarità e serenità, rese da Leopardi con una sintassi piana e un ritmo lento, diventano in Giacomelli una composizione di estremo rigore formale, con una fissità senza tempo che inquieta e con una luce “teatrale” che muta la Natura in un palcoscenico vuoto e indifferente alle “umane cose”.

Non solo Leopardi però. Sono molti i poeti che Giacomelli ha amato e con i quali ha virtualmente lavorato. Serie di foto sono costruite intorno a Eugenio Montale (Felicità raggiunta, si cammina, 1986-1988), a Mario Luzi (La notte lava la mente, 1994-1995), all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master (Caroline Branson, 1971-1973), a Emily Dickinson (Io sono nessuno, 1992-1994), a Sergio Corazzini (Bando, 1997-1999), fino a Jorge Luis Borges (La mia vita intera, 2000).

I curatori dell’esposizione hanno presentato parte di questi lavori, insieme a quelli più celebri come Scanno (1957-1959), Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1954-1983), Paesaggi (1954-2000), Presa di coscienza della natura (1954-2000), Lourdes (1957), Io non ho mani che mi accarezzino il volto o I pretini (1962-1963), tutte serie sulle quali Giacomelli ha lavorato tutta la vita, su cui è continuamente tornato per strutturare le foto in narrazioni. “Per me non è importante la foto singola - scriveva lo stesso autore - ma la serie, il racconto”.

In tutti gli scatti, come dicevamo, la realtà viene trasformata in forma astratta, anche se mai completamente. Anche nei primi lavori, quando il riferimento al dato reale è più evidente, come nel caso dei contadini de La buona terra (1964-1966), o nei paesani di Scanno, l’immagine di Giacomelli non è mai realistica, ma del reale è semmai la metamorfosi, come recita giustamente il titolo della mostra. Un reale che si metamorfosa in un’idea soggettiva. Un’idea soggettiva che si metamorfosa in un reale.

“Io voglio entrare nelle cose. Credo all’astrazione nella misura in cui mi permette di avvicinarmi un po’ più al reale”. Infatti quello del marchigiano non sarà mai un formalismo freddo. Dalla realtà si parte e, dopo la mediazione dell’idea e della composizione formale, a quella si torna con una partecipazione umana che emerge soprattutto nella seria di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, scatti presi in un ospizio, ritratti di corpi sofferenti da cui emergono occhi di sbigottita meraviglia. “Più che quello che avevo davanti volevo rendere quello che avevo dentro di me”. Questi corpi segnati dal tempo vengono ripresi in inquadrature che ricordano Mantegna e con un’intensità materiale e carnale che ricorda i lavori di Burri.

Con il procedere della ricerca il processo di astrazione diviene sempre più estremo e la composizione prende un posto sempre maggiore. La foto diventa un campo su cui si organizzano tracce e spazi, che continuano, tuttavia, a mantenere una loro riconoscibilità materiale, tra informe che diventa forma – come Nella sezione dell’albero (1999) da cui emergono profili umani – e la forma diventa informe. “Quello che non si comprende è che non sono io che faccio le immagini, sono le immagini che mi scelgono”.
La mostra di Parigi dà spazio anche al Giacomelli più incline alla leggerezza e all’assurdo. Lo si vede nella famosa serie de I pretini che giocano spensierati, con una leggerezza accentuata dalla mancanza di sfondo e dal parere i loro giochi sospesi in aria. Lo si vede, il gusto dell’assurdo, nelle ultime serie, I miei aiutanti di lavoro nel 2000 e I miei compagni di poesia nel 2000, in cui il maestro marchigiano mette in scena animali di pezza, manichini e trivialità varie. Un teatro dell’immaginario che ben corona l’universo coerente e riconoscibile di un artista che dalla “periferia”, la campagna marchigiana, ha saputo dare alla fotografia una dignità artistica nuova.

 

 

 

 

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