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272 - 26.02.05


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La Repubblica delle
donne turche
Ayse Kulin*



Nel 1979 partecipai, in qualità di rappresentante per la Turchia, alla conferenza di Amnesty International a Cambridge. Ricordo che mi affannavo da una sala all’altra per partecipare agli incontri delle diverse aree geografiche, da quella asiatica a quella meditterranea, da quella europea a quella mediorentale; quando, stremata, giunsi nella sala asiatica, un cinese mi disse: “Cara mia, sei all’incontro sbagliato, gli europei sono al secondo piano”. Allora, in quella circostanza, la mia mente si fermò a riflettere quanto
effettivamente la gente turca abbia una fisionomia molto simile a quella europrea, anche se, la nostra stirpe è figlia di un melting pot di elementi multiculturali che ci ha arricchito e reso particolarmente empatici nei confronti delle diversità.
E anche la stratificazione culturale della nostra società è molto varia. Se da una parte infatti, i nostri ceti abbienti possono solitamente contare su una formazione di stampo occidentale, ampie parti di popolazione, tra cui moltissime donne, sono ancora analfabete, mentre le nostre amministrazioni si stanno adoperando affinché questo arretramento culturale possa essere eliminato.

E in questa varietà rientra anche la mia storia. Da un punto di vista meramente intellettuale posso definirmi anglosassone, poiché la mia formazione è avvenuta dapprima in un collegio americano a Istanbul e, successivamente, a Londra. Il mio temperamento però è molto mediterraneo: gesticolo molto, rido forte, piango facilmente, consumo molto olio d’oliva….
La mia fede, poi, è musulmana, di conseguenza credo nel destino e la mia anima è molto turca: eppure provengo dallo stesso panorama storico dal quale gli europei traggono origini. Gli ottomani e gli europei sono coesistiti, a volte guerreggiando, a volte in pace, come è successo dal quattordicesimo al ventesimo secolo e, ancora prima, durente l’Impero Romano d’Oriente. Insomma, per lunghi secoli siamo stati parte della stessa storia, qualcuno tuttavia asserisce che si è trattata di una relazione fra avversari: ma non è forse vero che anche la storia d’Europa è una storia di nemici? La Francia e l’Inghilterra non hanno forse combattuto la Guerra dei cent’anni? La Francia e la Germania non si sono forse contrapposte per ben tre volte, nell’arco di settant’anni?
Come è dunque possibile che la Turchia non fa parte dell’Europa adducendo come argomento le opposizioni che storicamente hanno contrapposto i turchi a eserciti e popolazioni europee?
Forse una risposta la possiamo trovare nel fatto che siamo musulmani; ma se la religione cristiana è così vincolante, allora perché ci sono stati tanti spargimenti di sangue nel passato del Vecchio Continente?
Una parte della cultura europea deriva dalla cristianità, ma esiste anche una eredità forte ed evidente che deriva viene dall’illuminismo.
Oggi le donne a Londra sono una parte importante, attiva e partecipe, nella società. Ma quando agli inizi del Novecento le suffragette volavano sui cieli della capitale inglese con una mongolfiera lanciando volantini a fini propagandistici e lottavano per ottenere il diritto di voto, le donne ambivano agli stessi ideali, nutrivano eguale consapevolezza del proprio ruolo e della propria importanza.

el 1923 la Repubblica Turca è stata fondata su principi laici, il sistema giuridico si è basato sui sistemi francese e italiano, dando vita a risultati superiori rispetto anche a Paesi come Spagna, Germania, Italia, Francia e Belgio. Forse abbiamo delle differenze culturali, ma anche all’interno della stessa Europa vi sono differenze in tal senso. La Spagna è forse uguale alla Danimarca? La Gran Bretagna, l’isola con la Chiesa d’Inghilterra, all’Italia? Quel che è importante in questa Unione, non è la differenza storico-culturale ma l’obiettivo, lo scopo, che al di là dei vantaggi economici deve essere individuato nei valori della democrazia, del diritto e della pace.

Io spero sinceramente che la Turchia possa entrare nell’Unione Europea, affinché il destino di 35 milioni di donne turche possa tingersi di azzurro.
L’estate scorsa ho partecipato ad una iniziativa organizzata da una fondazione nelle località sud occidentali del nostro Paese. Ci siamo occupati di quattromila ragazze, io personalmente ho visitato e intervistato cinquanta di queste famiglie, ho visto case povere, ho parlato con ragazze tra i nove e i ventidue anni, e ho ascoltato i loro punti di vista sulla scuola, le loro speranze e le aspettative per il futuro. Sono stata orgogliosa di scoprire che ogni ragazza che è andata a scuola, desiderava continuare il percorso formativo ad ogni costo. Ogni ragazza che aveva imparato nozioni sull’igiene, sul controllo delle nascite e su migliori standard di vita, voleva trasmettere questa conoscenza alla famiglia, ai vicini e alla propria comunità. Il loro desiderio più forte, non era quello di stabilirsi nei grandi centri, ma quello di ritornare nelle proprie case per migliorare la qualità di vita dei villaggi.
L’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, porterebbe un miglioramento dell’istruzione, creando tra i nostri giovani una nuova forza positiva per il Paese.

Le donne fanno parte di un altro mondo, dove i valori di riferimento sono diversi da quelli degli uomini; negli occhi delle donne le guerre non sono battaglie fra eserciti gloriosi, ma soltanto città bombardate, sangue sparso e paesaggi devastati. Le donne perseguono la pace, amano la cooperazione e hanno grande compassione; d’altra parte, non va dimenticato che l’Europa si trova innanzi al problema demografico dell’invecchiamento dell’età media e, si stima, necessiterà di sei milioni di immigrati all’anno a partire dal 2015. Perché, allora, non unire la popolazione giovane e dinamica della Turchia dopo averla fornita delle giuste competenze?

L’idea dell’inconciliabilità fra cristiani e musulmani, che spesso si radicalizza in posizioni manichee, in realtà può e deve tramutarsi in una sinergia tra le due diverse culture, in un valore aggiunto per entrambe le civiltà. Un valore che, con gli oltre dodici milioni di musulmani turchi, porterebbe l’Europa ad un rinnovato e più importante ruolo nei rapporti con il Medio Oriente. L’Occidente condanna il razzismo e persegue ideali fondati sull’uguaglianza: è giunta l’ora di metterli in pratica. La nostra epoca è quella della conoscenza, della tecnologia, del rapido scambio di informazioni; tutto ciò può essere ancora più sinergico se l’humus nel quale si sviluppa è condiviso e aperto il più possibile. Dobbiamo unire le nostre mani alle vostre e saremo parte del grandissimo viaggio nella storia dell’Europa; riscatteremo 35 milioni di donne turche pronte a fare un miracolo per noi tutti, con la loro energia positiva e la loro volontà di arrivare a un mondo migliore.

 

Ayse Kulin, scrittrice, autrice di numerose raccolte di racconti e di quattro romanzi, è tra le voci più apprezzate della letteratura turca contemporanea.

Questo articolo è l'intervento tenuto da Ayse Kulin al convegno internazionale Turkey and the European Union:reason for a historic choice, organizzato a Bruxelles presso la sede del Parlamento europeo dal Partito Radicale Transnazionale, Alde e No Peace without Justice.

 

 

 

 

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