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271 - 12.02.05


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“Nell’antica Grecia
le radici della nostra Europa”
Stephen Vizinczey con Paola Casella


Il nome di Stephen Vizinczey è entrato in voga l'anno scorso, quando anche in Italia è stato ripubblicato il suo romanzo Elogio delle donne mature (Marsilio), scritto e pubblicato per la prima volta nel '65 dall'autore. Dopo due settimane il romanzo aveva raggiunto la notorietà, soprattutto in Canada, dove aveva incontrato i favori di pubblico e critica. L'anno successivo ha sfondato in Inghilterra e, a seguire, in una dozzina di altri Paesi, ma non quelli latini, poiché i diritti del romanzo erano nel frattempo diventati oggetto di una lunga controversia legale.

Nel 1988 Elogio delle donne mature è stato scoperto in Spagna e in America Latina; nel 2001 è diventato un best-seller in Francia e Le Monde l'ha definito "un capolavoro". Anche in Italia è un caso editoriale (siamo già alla terza edizione, cioè più di 40mila copie vendute), confermando la modernità del pensiero del suo autore, e nel 2004 ha vinto il Premio Isola d'Elba.

A quel raffinato resoconto di un'educazione sentimentale che era anche un'educazione alla vita (e non semplicemente "una pietra miliare della letteratura erotica", come è stato chiamato), è seguito un altro romanzo, Un innocente milionario, che verrà pubblicato in Italia da Marsilio il prossimo anno. E per Marsilio è appena uscito I dieci comandamenti di uno scrittore, una raccolta di saggi di critica letteraria che include anche brani che esulano dal campo stretto della letteratura.

Il più commovente è Commento a una poesia, un ricordo di Imre Nagy, il primo ministro ungherese che divenne il punto di riferimento della rivoluzione del '56, cui lo stesso Vizinczey partecipò all'età di 23 anni per poi essere costretto all'esilio in Canada. Commento a una poesia è anche un breve excursus sul passato di un paese dal forte carattere nazionale e, come scrive Vizinczey, dall'indomabile "personalità storica". Un paese che è da poco entrato a far parte dell'Unione Europea.

Qual è la sua opinione circa la recente entrata del suo Paese d'origine nell'Unione? Crede che per l'Ungheria ci sia più da guadagnare o più da perdere?

In Ungheria sono pochissimi i palazzi che superano i duecento anni. Gli eserciti stranieri hanno distrutto tutto ciò che era stato costruito in precedenza, e anche gran parte di quello che è stato edificato negli ultimi due secoli è stato raso al suolo. Speriamo che l'entrata nell'Unione europea metta fine a questo - e anche alla condizione di inferiorità nella quale molti ungheresi si sono ritrovati dopo esser stati tagliati fuori dalla loro madrepatria a causa dei trattati di pace della Prima e della Seconda Guerra Mondiale. Uno dei vantaggi dell'Unione è che toglie notevolmente importanza agli ingiusti confini creati dai trattati di Versailles e di Trianon. La fusione culturale dell'Europa, che è già a buon punto, è un altro elemento positivo al 100% Per il resto, bisognerà vedere come evolverà l'Unione, e quanto margine avrà ciascun Paese membro per autogovernarsi. La storia insegna che i luoghi governati a distanza tendono ad essere governati male. Le grandi burocrazie non hanno mai fatto molto bene alle società.

Esiste una cultura europea?

La cultura europea è la gloria dell'umanità. Al di là del suo valore artistico, ha generato una coscienza di sé e del mondo assai superiore a quella prodotta da ogni altra civiltà, una coscienza che stimola tanto l'affermazione individuale quanto il senso di comunità. Naturalmente sto parlando dei periodi di grandezza della cultura europea, non di ciò che esce oggi dal televisore. L'umanità, in Europa come in qualsiasi altro luogo, è per lo più dominata dall'ignoranza, dalla pigrizia mentale, dall'avidità, dalla brama di potere e distruzione, dal fanatismo, dall'odio e dall'irrazionalità. Persino durante il Rinascimento, che dopotutto ha generato ciò che la maggior parte della gente considera oggi la civiltà europea, ci sono stati momenti oscuri. L'istinto di distruggere è forte quanto quello di creare: si dice che Botticelli abbia bruciato alcuni dei suoi quadri durante il dominio di Savonarola a Firenze. Ma ciò che i genii europei hanno creato, dai tempi dell'antica Grecia ai giorni nostri, rimane ancora la miglior fonte di ispirazione per una società onesta che consenta agli individui di crescere e di trovare la felicità.

Secondo ciò che scrive ne I dieci comandamenti di uno scrittore, lei sembra pensare che l'Ungheria abbia sempre avuto molto più in comune con l'Europa occidentale che con la Russia.

Sicuramente. Due secoli fa la lingua ufficiale dell'Ungheria era ancora il latino. Oggi, sotto ogni profilo a parte quello linguistico, l'Ungheria resta un Paese latino, che emotivamente e nel proprio atteggiamento verso la vita, ha più in comune con l'Italia e la Francia (e aggiungerei la Spagna, anche se fino a poco tempo fa era troppo lontana perché la maggior parte degli ungheresi ne sapesse qualcosa) che con qualsiasi altro Paese al mondo. Io sono diventato uno scrittore inglese, la mia patria è la lingua inglese, ma le mie sensibilità si sono formate nel corso di un'infanzia ungherese, e il mio lavoro ha i suoi principali sostenitori in Francia, Spagna e America Latina. Spero che potrò aggiungere l'Italia a questa lista, quando mi conoscerete meglio anche qui.

Lei ha scritto che gli ungheresi sono "soggetti ingovernabili" (il che è stato detto anche degli italiani). Che cosa comporterà questa caratteristica nel contesto dell'Unione europea?

Spero che darà luogo a un'Europa più libera, più creativa e più allegra. Essere ingovernabili significa che ognuno pensa con la propria testa e fa conto su se stesso. Senza gente così, non ci può essere una comunità dinamica. Nel mio libro cito il grande poeta ungherese Attila József, che ha scritto: "Il comandante che mi guida è dentro di me". Questo tipo di individualismo sta alla base della creatività - addirittura della produttività. Più l'Unione sarà unita dalle idee invece che dalle regole, più avrà successo e sarà vitale.

Ne "I dieci comandamenti" lei scrive che l'Ungheria ha arginato il diffondersi dell'Islam, che rischiava di estendersi all'Austria e all'Italia. Come vede una futura entrata della Turchia nell'Unione europea?

Con la più grande inquietudine. Non sono uno di quegli europei interessati all'Unione come veicolo per vendere i propri prodotti a un mercato più grande. Una società sana - un Paese sano - deve avere dei punti di riferimento in comune, deve condividere alcune convinzioni e alcuni assunti rispetto a ciò che rende bella la vita - in breve, una comune base culturale. Che nel caso dell'Europa è quella greco-romana, giudaico-cristiana, nella sua accezione migliore.

Ammettere nell'Unione la Turchia, che con i suoi 71 milioni di abitanti ne costituirebbe lo Stato più popoloso, rischia di rivelarsi un disastro. Malgrado Kemal Ataturk e gli ultimi modernizzatori, la società turca, per leggi e costumi, è ancora governata dalla fede piuttosto che dalla ragione. Il 90% della Turchia è situata in Asia Minore. Ha confini porosi con l'Iran, la Siria e l'Iraq, ed è sotto l'influenza crescente dell'Islam militante, che è nemico di ogni sfumatura di pensiero e di ogni convinzione degli attuali Stati membri dell'Unione europea. Se la Turchia entrerà a far parte dell'Unione, dovremo ribattezzarla Unione Eurasiatica.

Che ne è del multiculturalismo?

La vera forza di un'unione, quale essa sia, non è la dimensione ma la coesione. Paesi grandi come l'India sono un caos proprio perché sono troppo grandi e contengono troppe lingue diverse, troppe religioni opposte. Ci vorranno secoli per creare una coesione fra l'Unione già così com'è, con le sue molte lingue, anche se c'è l'ausilio di una comune cultura greco-romana, giudeo-cristiana. Tirar dentro una cultura aliena come quella della Turchia trasformerebbe inevitabilmente l'Unione in un'altra Jugoslavia. Come ho scritto in un altro mio saggio, The Rules of Chaos, "ci sono unioni che non fanno altro che dividere". Detto questo, aggiungo che sono favorevole alle negoziazioni attualmente in corso, perché dureranno anni e questo servirà a ridurre il gap culturale e politico fra l'Europa e la Turchia.

Pensa che sia opportuno inserire nel testo della Costituzione un richiamo ai valori cristiani alla base dell'Unione?

Dipende da quali valori cristiani. Sono convinto che le religioni e i libri sacri, se presi alla lettera, conducano alla follia, alla tirannia e all'omicidio. Ogni qual volta tutto ciò che riguardava la cristianità è stato preso come oro colato, ci siamo trovati di fronte a uno dei flagelli dell'umanità. Il motivo per cui l'Islam rischia di essere avvertito come una minaccia per l'Europa - o addirittura per la civiltà - è che centinaia di milioni di persone prendono i suoi insegnamenti e i suoi testi sacri alla lettera dando origine ad una visione fondamentalista e integralista. E' anche il problema degli integralisti ebrei e dei cristiani fondamentalisti. Ma in generale le religioni cristiana ed ebraica sono forze del bene nella nostra società, perché oggigiorno la maggior parte degli ebrei e dei cristiani non vedono i testi sacri come la parola di Dio da prendere alla lettera, ma come miti ispiratori molto vitali che incarnano le verità principali dell'esistenza umana - verità senza le quali non potremmo sopravvivere.

Ci faccia un esempio.

In The Rules of Chaos scrivo che, da un punto di vista filosofico, la Chiesa aveva ragione e Galileo aveva torto. Il centro dell'universo per l'uomo è la terra, per lo stesso motivo per cui il centro dell'universo per un pesce è l'acqua. Se avveleniamo la terra oltre ogni possibilità di recupero, la nostra specie si estinguerà. Ma la verità più importante che ci ha insegnato la religione è che l'uomo non vive di solo pane. Credo che l'ateismo, il razionalismo, la tradizione greco-romana temperata dal giudeo-cristianesimo - o, se preferite, il giudeo-cristianesimo temperato dal razionalismo - siano l'essenza della cultura europea, una cultura di individualismo e di coscienza sociale che costituisce la nostra eredità più preziosa.

Sono anch'io un prodotto di quella cultura. Fino all'età di circa nove anni sognavo di diventare il primo papa ungherese (ho tratto ispirazione da questo episodio della mia infanzia per un brano di Elogio delle donne mature). Ma già nella prima adolescenza ero diventato un non-credente, un razionalista che cerca di non fidarsi di ciò di cui non sa nulla. Certamente sarei contento di vedere inserito nella Costituzione europea un accenno al principio che l'uomo non vive di solo pane, per fare un po' di opposizione a quel materialismo barbarico, di per sé un credo militante e fanatico letale come ogni altro, che considera il prodotto nazionale lordo come il fine ultimo della vita e che pensa che tanto le decisioni private quanto quelle pubbliche debbano essere operate sulla base di considerazioni puramente economiche.

Appena arrivato a Montreal nel 1957, ho sentito alla radio il concerto di violino di Beethoven che veniva interrotto da una pubblicità della Coca-Cola, e non mi sono ancora riavuto dallo shock. Penso che porcherie come questa siano un vero sacrilegio, e sarei felice se la Costituzione dell'Unione mettesse fuori legge attacchi alle nostre sensibilità devastanti come quello.

 



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