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271 - 12.02.05


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Dedicato agli scrittori
che ci bruciano le dita
Paola Casella


Stephen Vizinczey,
I dieci comandamenti di uno scrittore,
Marsilio, 315 pagine, euro 18,00


"I grandi scrittori non sono quelli che ci dicono di non giocare col fuoco, ma quelli che ci bruciano le dita". Agli scrittori che ci bruciano l'anima, oltre che le dita, Stephen Vizinczey dedica la raccolta di saggi che prende il titolo dal primo della lista, I dieci comandamenti di uno scrittore.

E già in quei dieci comandamenti appare evidente ciò che secondo Vizinczey è importante non solo per uno scrittore ma per un degno rappresentante del genere umano: ad esempio l'assenza di vanità e, al contempo, una coscienza di sé che riguardi più la dignità che l'amor proprio, e che sappia essere "presuntuosa" quando viene umiliata e offesa.

Tutta la raccolta di saggi è un inno alla libertà interiore, espressa, o meno, dai grandi nomi della letteratura occidentale, principalmente quella europea, che Stephen Vizinczey affronta con passione e rispetto ma senza alcun timore reverenziale, e soprattutto senza piaggeria. Parlando di Stendhal e Balzac, di Dickens e Dostoevskij, Vizinczey adotta lo stesso spirito critico schietto e senza peli sulla lingua che usa per le recensioni di saggi e romanzi contemporanei sul Times, la London Review of Books o il Sunday Telegraph.

Vizinczey è lui stesso un celebre scrittore, autore di quell'Elogio delle donne mature che è diventato un vero e proprio caso editoriale: pubblicato a spese dello stesso scrittore nel 1966 (perché nessun editore era disposto a darlo alle stampe), fu recuperato dal passaparola e recentemente ha vissuto una seconda nascita prima in Francia, poi nel resto d'Europa, diventando un best seller a distanza di quasi quarant'anni dalla sua prima uscita.

Dello scrittore di rango Vizinczey ha lo stile, romanzesco anche quando scrive un saggio letterario, e la passione, o meglio, il desiderio bruciante di comunicare a chi lo legge la passione per quanto lui sta raccontando, che sia la storia di un giovane ungherese (come Vizinczey, nato nel '33 in Ungheria ed esiliato in Canada nel '56, per poi trasferirsi in Inghilterra) in viaggio di scoperta di sé attraverso esperienze con donne intorno agli 'anta, o l'indipendenza di pensiero di Kleist o la viltà di Goethe.

Vizinczey fa pensare, diverte e commuove. Ma soprattutto fa venir voglia di riprendere in mano i classici e rileggerli con spirito nuovo, andando a guardare, ad esempio, il coraggio morale dei loro autori. "Non lascerai che passi un giorno senza rileggere qualcosa di grande" è il suo settimo comandamento agli scrittori, ma anche a quei lettori che vogliono aprire la mente a ciò che è bello e importante, non solo a ciò che è noto.

Così come "chiunque abbia avuto successo in letteratura c'è riuscito seguendo la sua strada", anche chi vuole capire qualcosa di sé e del mondo deve percorrere terreni non battuti - e codificati - da altri. Perché, scrive Vizinczey, "Sembra che gli spiriti indipendenti che leggono un libro alla luce del proprio giudizio e non alla luce delle opinioni consolidate siano rari ovunque".

Per dare un'idea di quale ri-lettura dei classici proponga Vizinczey, cito alcune sue folgoranti definizioni, tratte da I dieci comandamenti di uno scrittore:

Stendhal "mostra le continue tensioni che esistono nella nostra coscienza tra le reazioni che ci aspettiamo di avere e le reazioni che abbiamo in realtà".
Balzac "innalza i nostri cuori senza annebbiarci il cervello".
Sartre "sostiene che, lungi dall'essere ingabbiati, noi scegliamo persino il nostro passato, nel senso che nescegliamo il significato, quali cose del passato siano importanti e quali no".
"In tutta la letteratura mondiale nessuno scrittore si è spinto così lontano come Gogol' nell'esplorare la profondità della nostra inettitudine, la confusione in cui versa il genere umano, il pathos insito nei tentativi sbagliati".
"Tra i grandi romanzieri dell'Ottocento, tutti più o meno contaminati dalle false speranze, solo Dostoevskij, oggi, potrebbe alzarsi in piedi e dirci 've l'avevo detto!'".
Thomas Mann "valutava quel che facevano le persone in base all'effetto che producevano sugli altri. Questa visione epica della vita è anche l'unica che abbia valore morale".
Goethe "costituisce l'esempio supremo dell'artista venduto. Aveva il talento di un grande poeta e il carattere di un leccapiedi".
"Se Stendhal ci spiega come essere amanti, Kleist ci spiega come si diventa assassini".




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