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269 - 07.01.05


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Benvenuti nella metropoli delle diversità
Chiara De Felice


La mappa della metropolitana di Londra è falsa. Sì perché nel tentativo di dare un’immagine comprensibile ed esaustiva della città, gli spazi e le distanze sono stati compressi senza seguire alcuna scala. Niente di meglio che un’astrazione, dunque, si è potuto fare per riassumere la città dai mille volti. Numerosi sono stati i tentativi di catalogare e tracciare mappe di quella City che per definizione mal si presta a simili operazioni. E allora via le Rough Guide, dimenticatevi delle Lonely Planet e mettetevi sulle orme di autori come Iain Sinclair (Lights out for the territory, purtroppo non tradotto in Italia) e Michael Moorcock (Madre Londra, Fanucci, pag. 512), dalla parte del territorio piuttosto che da quella delle mappe, seguendo le impressioni frammentate dello stroller - letteralmente il “passeggiatore” – più che la visione d’insieme del cartografo. Esiste, infatti, un modo di vedere la città come un testo, un sistema di segni che adeguatamente decifrati rendono visibile l’invisibile. La psicogeografia, inventata dall'Internazionale Situazionista negli anni Cinquanta per criticare l’urbanismo, è oggi un tipo d’indagine usata da artisti, pensatori radicali, e, a livello accademico, professori di geografia; è una ricerca che si serve di metodi non scientifici come la deriva, ovvero vagare senza meta cercando di captare le emozioni suscitate dall’ambiente.

Chiunque vada a passeggio per una città, dunque, può assumere la veste di “psicogeografo” e tracciare la cartografia delle proprie emozioni. Quelle, ad esempio, che ti colgono a Bloomsbury quando, ancora sulle tracce di Virginia Woolf e del suo circolo letterario, svolti l’angolo di Russel Square e ti trovi di fronte alla maestosità del British Museum; oppure dal caffè della Tate Modern quando contempli il mistero del Millennium Bridge - il ponte più sottile del mondo -; o ancora quando ti aggiri affamato per Chinatown esaminando centinaia di menù incomprensibili. Recentemente è stata tradotta in italiano la biografia di Londra di Peter Ackroyd (Londra, Frassinelli, pag. 704) già best seller nel Regno Unito: è un’opera vastissima che riporta alla luce migliaia di figure, edifici, storie, dettagli, testimonianze, interpretazioni attraversando storie e leggende che si nascondono dietro ogni strada e vicolo della capitale.

E se vi affascinano i complotti massonici, e non siete facilmente suggestionabili, una cosa da fare assolutamente è ricostruire il percorso dei delitti di Whitechapel con una copia di From Hell (di Alan Moore, editore Magic Press) alla mano: mentre uno dei più grandi fumettisti inglesi di tutti i tempi formula un’ipotesi sulla vera identità di Jack lo Squartatore, sullo sfondo si agita una Londra cupa, messa a punto da architetti occulti e massoni lungo diverse epoche, in cui ogni piccolo dettaglio (dalla schiacciante cupola di St.Paul ai cavalli d’ottone montati su ogni carrozza) rende testimonianza della oscura magia sottesa alla città. Il percorso nella Londra occulta potrebbe poi continuare alla ricerca delle sei chiese che l’architetto Nicholas Hawksmoor costruì nei quartieri dell’East End, e che sia Ackroyd che Sinclair ritengono siano avvolte da un potere maligno.

Se invece, come William Gibson, credete che le cospiracy theories e l’occulto servono a confortare l’uomo perché presentano un mondo più facilmente comprensibile del mondo reale, allora cedete al romanticismo della Londra upper-middle class delle commedie di Richard Curtis e passate da Notting Hill (ma non cercate la libreria dell’omonimo film con Hugh Grant, intanto perché l’hanno chiusa e poi perché vi prenderebbero per i soliti italiani), oppure risalite per Holloway Road in direzione dello stadio dell’Arsenal: se siete fortunati, troverete il “thirty-something” Nick Hornby, orfano del suo stadio (che hanno spostato di qualche chilometro) ma non del suo studio che è sempre lì nella “sofisticata Islington”, tra una kebab house e un cinema riservato alla programmazione asiatica, abitata dalla “chattering class” (o settore dei media) protagonista dei suoi romanzi.

Tra gli altri autori che hanno fatto di Londra il centro della loro poetica, Hanif Kureishi non è pop-rock come Michael Moorcock, né un instancabile camminatore sciamanico come Iain Sinclair né mitologico-apocalittico come Alan Moore, ma è stato lo specchio della comunità asiatica londinese degli anni ’60 e ‘70. Di padre pakistano e madre inglese, ha documentato la popolazione che vive ai margini della città, la cui immigrazione ha cambiato la consistenza sociale di molti quartieri e ne ha descritto la difficoltà a trovare un senso di appartenenza. I suoi protagonisti sono giovani di bassa estrazione sociale, privati dei loro diritti, immigrati da ex colonie britanniche, intellettuali sinistroidi, omosessuali e quegli individui che attraversano trasversalmente classi, etnie e confini sessuali.

Qualunque percorso decidiate di fare a seconda del mood che vi accompagna, alla fine del giro e sulle immancabili note di A foggy day (in London town) vi accorgerete che, nella metropoli delle diversità, la nebbia, non c’è neanche più…

 

 

 

 

 

 

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