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269 - 07.01.05


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Le capitali dell'immaginario
Paola Casella



Quante volte abbiamo viaggiato in luoghi lontani attraverso le immagini che ci appaiono sul grande schermo? Siamo stati in Vietnam con Apocalypse Now e nel Far West con gli spaghetti western di Sergio Leone - o almeno così abbiamo creduto, finché qualche guastafeste non ci ha informato che il Cuore di tenebra di Coppola è stato ricreato nelle Filippine e che Leone girava in Ciociaria. Il bello del cinema è proprio questo: non farci conoscere il mondo come è, ma come qualcuno l'ha immaginato, facendo leva sia sulle nostre attese che sulla nostra ingenuità.


Per questo anche le metropoli europee sono state rilette dal cinema in modo al contempo originale e folcloristico, come città dell'anima e insieme come capitali dell'immaginario collettivo. Di solito, succede quando è uno "straniero" a descrivere cinematograficamente un certo luogo, qualcuno estraneo alla realtà quotidiana di quell'ambiente, ma suggestionato dal suo fascino, così come è stato codificato nel tempo e nella fantasia della gente.

La Parigi di Moulin Rouge, ricreata dall'australiano Baz Luhrman, è un misto fra un quadro di Toulouse-Lautrec e una di quelle peccaminose cartoline che, nei primi anni del secolo, facevano da antesignane alle riviste pornografiche di oggi. Una Parigi bohemienne che era già apparsa nei musical di Vincente Minnelli e nei melodrammi di Richard Brooks, una ville lumière dove le luci, anche quelle dei lampioni dei quay, erano sempre rifettori di scena.

La Londra di La vera storia di Jack lo Squartatore è la stessa dei tanti Doctor Jekyll immaginati dal cinema americano dagli anni Venti ai giorni nostri, la stessa del Dracula di Coppola: nebbiosa, equivoca, a metà strada fra il rigore puritano e la perversione nascosta - di qui il proliferare di mostri dalla doppia identità, pronti a tirare fuori il proprio lato oscuro alla luce offuscata dei lampioni che, non più riflettori di scena, diventano, nell'Inghilterra di inizio secolo, barlumi di verità che attraversano una cortina di fumo.

La Vienna del cinema è ancora e sempre quella della Principessa Sissi, nostalgicamente imperiale, fastosa e dorata, nulla a che vedere con la vera capitale austriaca che, pur bellissima, è essenziale ed austera. Lisbona al cinema è un mito musicale (Lisbon Story di Wim Wenders), Ginevra è un paradigma di precisione e di esasperante pulizia esteriore (Film rosso di Kieslowski). Madrid è la capitale dell'equivoco dei film di Almodòvar, un caotico coacervo di identità ambigue e conflittuali. Berlino non è una realtà urbana ma un simbolo: di degrado morale (Berlin Alexanderplatz di Fassbinder), di devastazione postbellica (Germania anno zero di Rossellini), di fantasmagoriche possibilità (Il cielo sopra Berlino di Wenders).

Infine Roma è raccontata nel modo più indelebile da due "provinciali", l'emiliano Fellini e il friulano Pasolini, che ne innalzano a mito cinematografico principalmente i difetti: la cialtroneria in Fellini, la "coattaggine" in Pasolini. Niente a che vedere con la Roma oleografica raccontata dai film americani, o quella, altrettanto stereotipata, dei Poveri ma belli anni '50.

Nessuna di queste città immaginarie è esattamente quella che è, ma è quella che ci aspettiamo, che il cinema ha creato per noi, e che adesso si sovrappone alla realtà, qualche volta obliterandola. Tant'è vero che, quando vediamo sul grande schermo una città diversa da quella che ci è stata raccontata, magari più vera (un esempio per tutti: la Milano mitteleuropea di L'aria serena dell'Ovest), fatichiamo a riconoscerla, e quasi quasi, ci rimaniamo male.

 

 

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