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269 - 07.01.05


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Per le strade di Pepe Carvalho
Elisabetta Ambrosi


Chissà se aveva immaginato di morire così, Manuel Vàzquez Montalban, con l’immagine di un luogo pullulante di vite, tratti somatici, odori, rumori così diversi negli occhi. Forse l’aereoporto di Bangkok (città che non a caso fa da sfondo al suo Gli uccelli di Bangkok), un crocicchio di umanità vociante piena di desideri e speranze, proiettate nel viaggio imminente, è stato un letto di morte più consono allo scrittore catalano, che ha eletto le strette vie di Barcellona, affollate di prostitute, poveri e immigrati, a luogo privilegiato dei suoi romanzi, e del loro protagonista, l’ispettore privato Pepe Carvalho: così catalano da soffrire d’insonnia solo quando si reca nella “rivale” Madrid.
Barcellona, dunque, città aperta al Mediterraneo, all’Europa, alla diversità e al tempo stesso rinchiusa nella sua “barcellonità”.
“La gente sa che questa città è una patria che ciascuno possiede tramite l’egemonia della propria memoria. Molti sono nati qui. Altri sono venuti da lontano. Ma questa memoria possessiva cominciò il giorno in cui capirono, come gli antichi caldei, che in sostanza il mondo terminava con le colline che lo sguardo riusciva ad abbracciare”: così scrive Montalban nell’ultima pagina del volume, da lui definito una “cronaca soggettiva”, dedicato a Barcellona (Barcelonas, trad. it. Leonardo, 1991).

Città simbolo delle contraddizioni della modernizzazione, dove ai radicali cambiamenti urbani, sociali e culturali – incarnati, nella visione di Montalban, dalle Olimpiadi del 1992 – fanno da controcanto il persistere della povertà e l’immigrazione massiccia. “Ancora negli anni 80, in alcune zone di Barcellona si potevano trovare le stalle con le mucche”, scrive Quimarada nell’originale Piacere, Pepe Carvalho. Biografia autorizzata dell’investigatore più famoso di Spagna (Feltrinelli, 1997), racconto della vita di Carvalho, attraverso gli scritti di Montalban, talmente realistico e dettagliato nelle date e negli eventi da farne un personaggio storico completo, che stentiamo a credere esistito solo nella fantasia letteraria dell’autore.
L’infanzia e l’adolescenza nella Barcellona del dopoguerra, popolata di storpi e figure di miseria e disperazione, in una Spagna dove i treni erano “stretti, sporchi, duri, chi non trovava posto viaggiava seduto sui bagagli”; il rapporto lacerato con il padre in prigione per un lungo periodo e con la madre prematuramente scomparsa; il distacco dalla città per una lunga parentesi nel continente americano, dove il socialista Carvalho diviene agente della Cia; infine il ritorno negli anni Settanta nella sua città, che trova cambiata e tuttavia sempre povera e sporca.

Di qui, “negli ultimi 25 anni, dal suo ufficio nella Rambla, Pepe Carvalho è stato testimone privilegiato della lenta trasformazione del Barrio Chino, il quartiere che un giorno fu il suo paese dell’infanzia e dove continua a conservare buona parte delle sue viscere e dei suoi ricordi”, scrive sempre Quimirada. In quest’area di Barcellona, “delimitata dalla chiassosa Ramala, la commerciale calle Pelai, le circonvallazioni di Sant Antoni e Sant Pau e una parte dell’allora famoso e allegro Paral-lel” si svolgono le vicende di Pepe e i suoi rapporti con l’assistente e cuoco Biscuter e l’amante-prostituta Charo.
La zona della città vecchia, “un pentagono irregolare, tendente alla forma di un imbuto che trova nel porto il suo sbocco naturale” continua ancora oggi “a essere un territorio vago e perfino indesiderato, lasciato sempre fuori dai passanti che ci girano attorno con la timidezza propria di chi vorrebbe avere il coraggio di fare un passo decisivo ma non riesce mai a farlo. Anche se negli ultimi anni il municipio della città ha realizzato a colpi di scavatrice una politica rigeneratrice dai risultati notevoli, il mito di un quartiere marginale pieno di delinquenza e prostituzione persiste nell’immaginario collettivo di buona parte degli abitanti di Barcellona. Se per anni l’unica destinazione comune accettata da tutti era il mercato della Boquerìa, attualmente l’orizzonte si è aperto con l’apparizione di alcuni centri culturali e studenteschi” (Piacere, Pepe Carvalho, pag. 27). Vecchi proletari senza risorse, nuovi emigranti, pakistani e marocchini, studenti e artisti ora popolano gli spazi abitati da Carvalho, spingendo Montalban da un lato a denunciare l’ipocrisia di chi vuol dare di Barcellona una immagine di solo progresso, ignorandone le persistenti sacche di miseria, dall’altro a sperare che la città non si “normalizzi” troppo, perché il fascino che da secoli essa ha sempre esercitato risiede nella sua “promiscuità”.

Parlando qualche anno fa dei cambiamenti relativi alle Olimpiadi del 1992, Montalban ha detto: “La città vive una fase di transizione dal passato al futuro, forse diventerà una metropoli ancora più grande, forse muteranno i suoi rapporti col territorio circostante. Ma, per il momento, si tratta di semplici profezie senza riscontro. Intravedo fioche luci e ombre scure. La maggior parte degli sforzi economici si sono concentrati nella creazione di poderose infrastrutture pro olimpiade, mentre i bisogni dei quartieri operai e degli immigrati sono stati relegati in secondo piano, in attesa di un tempo che forse non arriverà mai”. E tuttavia è lo stesso autore che, con gli occhi di Carvalho, guardando la sua Barcellona cambiare, scrive: “di fronte, la chiesa di Santa Monica portava segni evidenti della chirurgia estetica che stava per trasformarla in museo d’arte contemporanea di Catalogna, e, alle sue spalle, il piccone piombava sul quartiere del Raval per aprire le strade da cui evacuare i cattivi odori della droga e dell’Aids, l’immigrazione del Maghreb e quella nera. Finché ci saranno puttane giovani, ci sarà arte contemporanea, si disse” (Il centravanti è stato assassinato verso sera, Feltrinelli, 1993, pag. 28).

Da questa doppia consapevolezza scaturisce l’ironia con cui Carvalho guarda a chi inneggia a una Barcellona splendente, come lo zelante conferenziere Basté de Linyola de Il centravanti è stato assassinato verso sera: “Barcelona più che mai e, Barcelona, fatti bella. Più che mai, perché mai come ora possiamo spiccare un salto nel futuro messo in moto dalla sfida olimpica, e Barcellona, fatti bella, perché questa città sarà la vetrina della Catalogna e della Spagna nel millenovecentonovantadue ed è in gioco un’immagine pubblicitaria nel gran mercato universale dell’immagine. E questo compito va eseguito con serietà e responsabilità democratica” (pag. 92).
Si tratta della stessa ironia che Montalban rivolge a chi crede di poter afferrare la vita e rivolgerla dall’interno, afferrandone l’essenza e mostrandola nella sua chiarezza, senza indecisioni. Relatività, ambiguità, nostalgia, sensazione di non poter afferrare mai le cose: questi i sentimenti che accompagnano i lettori di Carvalho, il detective che brucia i libri nel camino, d’estate e d’inverno. E lo fa proprio perché essi sono incapaci di insegnargli a vivere.

Così, in una ironica citazione nella citazione contenuta nel Il centravanti è stato assassinato verso sera, Montalban gioca in parte a decostruire se stesso, in quanto scrittore di libri, come se volesse ricordarci che essi hanno senso solo se raccontano di una dolente umanità, senza moralismi o anche tentativi di decifrazione filosofica dell’esistenza: “Carvalho gironzolò per le strade riconoscendo tutto, passando in rassegna le strade della sua intera vita, di quasi la sua vita intera, e tutto era proprio a posto. Entrò persino nei negozietti di libri usati e toccò quella cultura mummificata ricordando vecchie esperienze tattili della sua tappa di drogato della cultura. Pizzicò con gli occhi un frammento di un grosso e lussuoso volume su Barcellona (si tratta, appunto, di Barcelonas di Montalban, ndr), da cui sporgeva un’etichetta con lo scandaloso prezzo originale corretto dalla pietà riduzionista del vecchio libraio di libri vecchi: ‘È mai possibile il mito dell’uomo libero nella città libera? Per il momento Barcellona si umanizza ad ogni tratto che recupera o costruisce per la passeggiata del corpo, quella relazione di spazio tempo che dà un senso al non aver nulla da fare né da temere, né da aspettare, quel che potremmo chiamare il desideratum beatifico’“.
Alle pompose parole del testo, Carvalho reagisce in maniera quasi wittgensteiniana, consapevole che nessuna lettura della vita, così come di una città o di chi ci vive, ci aiuta. E che dunque solo l’azione stessa, e l’incontro con l’altro, è ciò che è possibile e insieme sensato. “Poteva essere d’accordo o no, ma non si prese il disturbo di deciderlo. Frustrò l’attesa di acquisto del venditore uscendo dal negozio ormai decisamente in cerca di Charo”.

 

 

 

 

 

 

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