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264 - 30.10.04


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Una pagina oscura della nostra storia nazionale
Paola Casella

Amedeo Osti Guerrazzi,
Poliziotti - i direttori dei campi
di concentramento italiani 1940-1943
,
Cooper, pp. 173, Euro 14,00

"Del personale dei campi non si sa praticamente nulla, tranne che proveniva dal ministero dell'Interno e che, in genere, era formato da personaggi abbastanza mediocri, di cui sono rimaste scarse tracce anche nelle memorie degli internati". Da questa premessa Amedeo Osti Guerrazzi è partito per affrontare la ricerca necessaria a mettere insieme un saggio informato e informativo come Poliziotti (Cooper), che va a scoprire chi erano i direttori alla guida dei campi di concentramento italiani fra il '40 e il '43.

Prima di tutto c'era la necessità di illuminare un angolo buio della nostra storia. Poi la curiosità profonda di scoprire se è vero che spesso il male ha come unico tratto saliente la banalità. E infatti i ritratti che Osti Guerrazzi, giovane docente di Lettere e Filosofia a La Sapienza, ha tratteggiato nel suo breve ma intenso libriccino, raccontano storie comuni di oscuri funzionari e ordinari travet che, ricevuto un incarico inglorioso, hanno occupato la poltrona loro assegnata con gradi diversi di acquiescienza, senza però mai dimostrare un vero coinvolgimento ideologico.

Negli oltre 50 campi di concentramento italiani erano rinchiusi stranieri provenienti da stati nemici, antifascisti, ebrei, "ex jugoslavi" e zingari, trattenuti su ordine diretto del ministero dell'Interno (e spesso senza la mediazione di alcun intervento giudiziario). In questi campi non furono mai esplicati i livelli di ferocia e la volontà genocida esercitati nei campi tedeschi. La situazione era caratterizzata "non da una disciplina particolarmente dura, ma dalla difficoltà, soprattutto per gli internati poveri, di sopravvivere in condizioni estremamente difficili".

Osti Guerrazzi ha ritrovato i fascicoli relativi a 36 poliziotti posti a capo dei campi, e ha scelto di concentrare l'attenzione su 13 uomini, ognuno identificato con un soprannome che fornisce talvolta un sunto delle motivazioni del suo essere lì. Come a Spoon River, c'è il Mazziere e il Giocatore, il Nipote del vescovo e l'Antifascista, il Poeta e il Fallito, lo Specialista e lo Sfortunato. E ci sono i tratti comuni. Quasi tutti i direttori erano meridionali piccolo-borghesi, "figli di impiegati, insegnanti o agricoltori"; che avevano ottenuto un solido impiego statale (il classico "posto sicuro") tramite raccomandazione (allora detta "premura"), e a dispetto di quella "premura", si erano ritrovati a svolgere un compito scomodo presso "una destinazione sgradita, dove la vita era spesso difficile e il lavoro gravoso e privo di soddisfazioni".

Il momento decisivo, dal punto di vista morale, per questi "poliziotti" che avevano accettato l'incarico più per eseguire un ordine che per scelta vera e propria, fu l'8 settembre. I direttori "sapevano benissimo che, una volta in mano dei tedeschi, la sorte degli (internati) ebrei sarebbe stata segnata", e questo li costrinse di fatto "a prendere posizione". "Coloro che scelsero 'di non scegliere'", dice Osti Guerrazzi, "furono veramente pochi". Ciò che sembra aver accomunato questi uomini è stata la volontà di "non esporsi", un atteggiamento "specchio dell'ignavia di una pubblica amministrazione immobile ed 'eterna'".

 

 

 

 

 

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