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263 - 16.10.04


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Non c’è arte senza nazione
Eugenia Petrova


Dal 15 ottobre 2004 al 30 gennaio 2005, a Verona presso la Galleria d’Arte Moderna, è possibile visitare la mostra Kandinsky e l’anima russa: centotrenta opere di straordinaria intensità, fra le più significative della storia dell’arte russa dall’Ottocento ad oggi. Dai pittori ‘ambulanti’ dell’800, alle avanguardie dei Kandinsky, Malevich, Goncharova, alla visionaria iconografia di Chagall, ai linguaggi contemporanei.
Il pezzo che segue è un estratto dalle pagine del catalogo della mostra.

Da qualche dettaglio impercettibile riconosciamo in un’opera d’arte il suo substrato nazionale. «Oh, questi sono ovviamente italiani», «Sì, questo quasi sicuramente è un artista americano», «Direi che qui si nota lo stile tedesco». Giudizi di questo tipo sono molto diffusi, e non solo tra gli esperti. Il fatto che anche i normali appassionati d’arte percepiscano i tratti distintivi delle diverse scuole nazionali, conferma la loro reale esistenza. Questi tratti, espressi nelle preferenze tematiche e nelle scelte cromatiche e plastiche, riflettono le caratteristiche della poetica di ogni popolo.

Sotto questo profilo, la Russia non fa eccezione. Ma l’arte di questo paese, purtroppo, è poco conosciuta all’estero. Il lungo isolamento della Russia - allora Unione Sovietica - nel XX secolo ha limitato le possibilità di mostrare, studiare e di conseguenza capire la sua arte. Per la stessa ragione, si è formata l’opinione superficiale di un carattere derivativo dell’arte russa, a partire dall’epoca di Pietro il Grande, quando essa fece il suo ingresso nell’«unione artistica europea». Di fatto, fino alla fine del XVII secolo l’arte figurativa russa consisteva praticamente nella pittura di icone che, assieme all’architettura religiosa, occupava quasi tutto lo spazio del mondo visivo.

In Russia, il Settecento fu in realtà più europeo che russo: tale era l’orientamento di Pietro il Grande, che aspirava, in tutto, ad avvicinare la Russia all’Europa. Un orientamento seguito, con alcune varianti, anche da Caterina II, la principessa tedesca Anhalt-Zerbst divenuta imperatrice nel 1762. Voltaire e Diderot determinarono, sotto molti aspetti, le idee etiche ed estetiche della società colta dell’epoca. Tra gli architetti e gli artisti si contavano più stranieri che russi. La giovane generazione di pittori e scultori che entrò nell’Accademia di Belle Arti, inaugurata nel 1764, studiò all’inizio con i francesi, gli italiani e i tedeschi che insegnavano nei diversi corsi. Tutto il sistema dell’educazione artistica dell’epoca era imperniato su principî europei. Fino alla fine del XVIII secolo, tra i temi che ispiravano gli artisti russi raramente apparivano soggetti nazionali. Essi conoscevano meglio i motivi mitologici e biblici della storia patria. Il disegno da calchi antichi, conservati nell’Accademia di Belle Arti, o la copia di stampe da originali italiani o francesi, conferivano uno stile europeo alle opere dei maestri russi di quel periodo. Anche se, ovviamente, non era possibile passare «in un secolo dal Domostroj dell’arciprete Silvestr’ all’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert» senza che restassero tracce di tradizioni ormai secolari[…].

Gli eventi bellici dell’inizio dell’Ottocento, la vittoria della Russia sulle armate napoleoniche e, di conseguenza, il suo nuovo ruolo in Europa, stimolarono l’attenzione verso la storia patria. Molti nobili colti dell’epoca si appassionarono alla raccolta di antichità archeologiche e di monumenti della cultura nazionale. Dall’inizio del secolo, sulla stampa si comincia a discutere attivamente dell’eventuale creazione di un museo d’arte nazionale (allora come oggi, l’Ermitage era orientato verso la cultura occidentale). All’inizio degli anni venti, Pavel Svin’in, diplomatico, collezionista e giornalista, crea il primo nucleo privato del «Museo russo», per il quale acquisisce rarità storiche, quadri e sculture che, a tutt’oggi, sono l’orgoglio delle collezioni del Museo russo di San Pietroburgo, della Galleria Tret’yakov di Mosca e di altre raccolte.
Sull’onda di questo interesse verso l’aspetto nazionale, nella vita artistica russa compare Aleksey Venetsianov, autore di opere uniche, che ritraggono non solo la vita quotidiana, ma anche il carattere spirituale del semplice uomo russo. A differenza degli allievi dell’Accademia di Belle Arti, Venetsianov ritraeva dal vero la vita comune, le baracche – Aia -, l’atmosfera di una casa di proprietari terrieri - La mattina della possidente -, le contadine e i contadini delle campagne circostanti impegnati nei lavori quotidiani. Ma egli non dipingeva solo dal vero. Nel suo studio c’erano sempre calchi di antiche sculture. All’inizio della sua carriera, egli copiava all’Ermitage le più importanti opere d’arte dei maestri italiani. Venetsianov considerava come scopo principale della sua attività artistica l’affermazione di un ideale nazionale di bellezza e spiritualità. Nella sua Mietitrice, una tela di piccole dimensioni, è raffigurata l’immagine icastica di una contadina russa, espressione di un ideale che richiama i maestri del Rinascimento italiano. Ai suoi allievi, Venetsianov insegnava a osservare la natura e a trarne ciò che sentivano più vicino alla loro anima, come avrebbe fatto Vassily Kandinsky quasi un secolo più tardi.

Evidentemente, è per questo motivo che la cosiddetta scuola di Venetsianov riuniva artisti tanto diversi fra loro. Grigory Soroka è un lirico, e i suoi paesaggi sono intrisi di uno stato d’animo, tipicamente russo, di sommessa tristezza. Nikifor Krylov, invece, è un ottimista pieno di gioia di vivere, amante dei freddi inverni russi, della neve che scricchiola sotto gli stivali. Una tipica scena della campagna russa - una conversazione di contadine vicino al pozzo – viene organicamente inserita da Krylov in un paesaggio di lontani orizzonti, ammantati in bianche vesti di neve (Inverno russo). Le tele di Venetsianov, così come quelle dei suoi seguaci, vennero esposte alle mostre allestite a Pietroburgo tra il 1820 e il 1840, ed esercitarono una notevole influenza sull’intera generazione degli artisti russi della metà del XIX secolo. Fra questi Pavel Fedotov che, come Venetsianov, seguì i corsi serali dell’Accademia di Belle Arti, nel tempo libero dal servizio militare. Attorno a Fedotov si svolgeva la vita concreta dei suoi commilitoni, dei suoi amici e conoscenti: in quell’atmosfera, egli vedeva soggetti e temi meritevoli di essere ritratti nell’arte coeva più di quanto non lo fossero i motivi biblici e mitologici, allora in voga nell’ambiente degli artisti vicini all’Accademia. La domanda di matrimonio del maggiore (1851 circa), La vedovella (1851) e altri temi si ispirano alla vita reale, anche se in essi serpeggia sempre una componente moraleggiante, consona alle questioni sociali dell’epoca. In questo senso, Fedotov era vicino a Hogarth, che amava e studiava. Ma le sue tele si ispirano a soggetti tipicamente russi, pullulano di tipi e atmosfere russe. Da queste opere, così come nella letteratura di quegli anni - Nikolay Gogol’, il primo Dostoevsky -, emerge uno sguardo attento e acuto sulle condizioni di vita e sul destino dell’uomo medio, con le sue gioie e le sue miserie.

 

 

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