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263 - 16.01.04


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Una svolta sì ma non linguistica
Alessandro Lanni

Nella notte tra venerdì 8 e sabato 9 ottobre, è morto a Parigi il filosofo Jacques Derrida. Era da tempo malato di un tumore al pancreas. Era nato a El-Biar, un sobborgo di Algeri, il 15 luglio del 1930 da una famiglia ebrea sefardita, pied-noir, di sinistra. Un'identità culturale multipla sulla quale riflette nel magnifico libretto Il monolinguismo dell'altro. "Ho una sola lingua che non è la mia" diceva per sintetizzare quel suo status di francofono senza essere francese, ebreo nato in un paese musulmano. Una condizione di "spaesamento" rivendicata con saggezza.

E' stato uno dei più importanti, profondi e influenti pensatori del XX secolo. Un influsso che, come per tutti i grandi, si è dimostrato anche nella messe di critiche fondate o infondate che ha ricevuto in cinquant'anni di carriera filosofica.
Fin dagli esordi difficili nell'istituzione scolastica (fu bocciato un paio di volte alla prova d'ammissione all'Ecole Normale) Derrida si appassiona alla filosofia. E inizia dall'abc nella Francia di quel periodo: Edmund Husserl e la sua fenomenologia estremo tentativo di mirare alle "cose stesse". Al maestro di Heidegger, dedicherà una serie di studi mirabili, interpretazioni originalissime come la poco nota introduzione all'Origine della geometria di Husserl oppure La voce e il fenomeno. Segue le lezioni di Michel Foucault che ancora non era alle prese con il pensiero "archeologico" e che per un periodo, molti anni dopo, diventerà suo avversario. O a quelle del grande interprete di Hegel, Jean Hippolyte. In quegli stessi anni, frequentano le aule e i corridoi di rue d'Ulm, il giovane sociologo Pierre Bourdieu, Louis Althusser marxista sui generis e amico del giovane Jacques, il filosofo e storico della scienza Michel Serres. Scrive Le Monde che è morto l'ultimo dei grandi filosofi del '68. Stagione che Derrida tuttavia visse più da spettatore che da protagonista delle manifestazioni e delle occupazioni.

"Jacques Derrida è stato uno dei maggiori protagonisti della cosiddetta svolta linguistica". Così scrive Emanuele Severino nel suo addio al filosofo sul Corriere della Sera. Mica vero. Si legga in proposito il botta e risposta con John Searle - lui sì, bandiera del variegato mondo del linguistic turn - raccolto in Limited Inc. Due mondi che più lontani non si può. E' tanto lontana da Derrida l'idea che tutto sia linguaggio, che il linguaggio sia l'orlo del mondo, che dedica una delle sue opere più importanti a smontare tra l'altro anche quest'idea. Se di svolta si deve parlare, si potrebbe parlare piuttosto di "svolta grafica". Infatti alla fine degli anni Sessanta, Derrida sdogana alla filosofia un concetto e uno strumento che due millenni e mezzo di platonismo avevano relegato nell'empiria e allo studio al massimo degli antropologi: la scrittura. Con una serie di opere che culminano nella Grammatologia (1967), il libro forse più celebre del filosofo, l'opera che è stata anche definita la Critica della ragion pura di Derrida, non solo per il carattere rivoluzionario, ma anche per una certa analogia sotto il segno del trascendentale. E' qui che compaiono prepotentemente termini chiave per tutta l'opera di Derrida. "Traccia" e ancor di più "decostruzione" croce e delizia di tutti i filosofi da trent'anni a questa parte. La voce, la parola, la phonè, al centro della cultura occidentale andrebbero rimesse al loro posto, ossia subordinate alla scrittura. E' solo la scrittura, nel senso esteso di qualsiasi inscrizione di una traccia grafica, a rendere possibile una separazione come quella saussuriana tra "significante" e "significato", ma anche di quelle più tradizionalmente filosofiche come "reale" e "ideale", "empirico" e "trascendentale". Altro che ingenuo "tutto è segno", "non c'è niente al di fuori del testo" con cui è stato banalizzato il suo pensiero. Derrida ha ripetuto il gesto kantiano. A quali condizioni si può dare un'esperienza? A quali condizioni si può dare significazione? A patto che ci sia una traccia, risponde il filosofo, basta che ci sia scrittura, qualunque essa sia.

Dagli anni Settanta ebbe grosso successo negli Stati Uniti, per la verità più presso i dipartimenti di humanities che tra i filosofi. "Considero Jacques Derrida il più ingegnoso e affascinante dei filosofi contemporanei" ha scritto Richard Rorty, forse il pensatore americano più noto al grande pubblico. Un apprezzamento, quello del teorico della post-filosofia, che tuttavia ha confinato spesso Derrida nel ghetto del relativismo, dell'irrazionalismo. E ha fatto diventare la decostruzione una macchietta filosofica.

Negli ultimi lavori, dicono in molti quasi per intravedere un ripensamento, Derrida sarebbe tornato ai valori dell'Illuminismo. Come per esempio il recupero del cosmopolitismo kantiano, strumento per uscire dal momento di crisi mondiale e dallo stallo delle istituzioni sopranazionali. Addirittura c'era stato un riavvicinamento con Jürgen Habermas, suo antico avversario, nel dialogo scritto con Giovanna Borradori Filosofia del terrore. "Pensare contro se stessi", diceva Nietzsche e su questa scia illuministica al quadrato si è posto per tutta la vita il filosofo della decostruzione. "Non c'è peggior oscurantista - ha detto in un'intervista Maurizio Ferraris, collega e amico di Derrida - di quello che si crede un illuminista perfetto, l'incarnazione del progresso e della razionalità. Dunque bisogna ragionare, analizzarsi, continuare il lavoro. E questo è il significato dell'illuminismo di Derrida, che è poi la frase di Rousseau che Kant citava nel suo saggio sull'Illuminismo: "Svegliati, esci dall'infanzia"".

 

 

 

 

 

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