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263 - 16.10.04


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Il potenziale politico dell'asse Kerry-Blair
Roberto Bertinetti con Massimiliano Panarari

Roberto Bertinetti insegna Letteratura inglese all’università di Trieste, è editorialista del quotidiano Il Messaggero, scrive per la rivista il Mulino e collabora al Gr3 della Rai. Il suo libro più recente è Dai Beatles a Blair. La cultura inglese contemporanea (Carocci). Ottimo conoscitore del mondo anglosassone, specialmente nella sua declinazione britannica, è anche un osservatore attento e acuto delle vicende della sinistra internazionale, ed è in questa veste che gli chiediamo alcune opinioni in vista delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Professor Bertinetti, all’epoca della Terza via l’asse Clinton-Blair pareva la stella polare del centrosinistra mondiale, il suo riferimento obbligato. Oggi lo scenario è profondamente mutato e il premier neolaburista inglese, nel nome della special relationship con l’alleato d’Oltreoceano, non ha esitato a sostenere l’avventura bellica irachena. Possiamo aspettarci ancora qualcosa di interessante - invece di un progetto egemonico - dalle due sinistre riformiste di lingua inglese?

Molto dipende dall’esito del conflitto in corso in Iraq e, naturalmente, dal risultato delle presidenziali americane. Il deficit di progettualità della sinistra negli Usa come in Gran Bretagna si è infatti rivelato assai evidente proprio sul piano della politica internazionale più che sul versante interno. Da questo punto di vista è molto probabile che Tony Blair abbia le responsabilità maggiori, perché la sua scelta di appoggiare Bush ha provocato profonde divisioni all’interno del New Labour e favorito il disegno dei neocon americani di spaccare l’Europa. Quando decise di sostenere l’unilateralismo della Casa Bianca, il primo ministro britannico aveva due obiettivi strategici: affiancarsi a Bush per tentare di condizionarne le scelte e riconquistare un ruolo di primo piano per la Gran Bretagna a oltre quarant’anni di distanza dalla crisi di Suez. Quanto accaduto dall’autunno del 2002 ad oggi dimostra che entrambi gli obiettivi sono stati mancati. E oggi Blair appare in difficoltà, anche se la vittoria alle politiche del 2005 non sembra, almeno per ora, in discussione. A testimoniarlo c’è, soprattutto, la reticenza di Blair nel prendere una posizione netta a favore di uno dei due candidati in corsa per la Casa Bianca. Per affinità politica dovrebbe sostenere Kerry, ma lo strettissimo legame con Bush gli impedisce di farlo. E così preferisce tacere, aspettando il risultato di novembre”.

Quali rapporti, a suo giudizio, si possono riallacciare tra il New Labour e il Democratic Party?

Il confronto e il dialogo tra i riformisti Usa e quelli britannici hanno qualche possibilità di produrre risultati concreti solo se alle elezioni americane vincerà Kerry e se i due leader riusciranno a stabilire tra loro un rapporto simile a quello che Blair aveva con Clinton. Ma anche in questo caso gli ostacoli da superare saranno numerosi, perché la crisi irachena ha prodotto ferite in ambito internazionale che avranno bisogno di molto tempo per essere curate. Senza contare che né la sinistra americana né quella britannica sembrano disporre di progetti condivisi per affrontare e risolvere i grandi problemi di questi anni: un nuovo disordine mondiale, una globalizzazione fatta di diversità che si affiancano ma hanno difficoltà a coesistere l’una accanto all’altra, la furia degli integralismi.

Le idee della Terza Via sembrano un utile punto di partenza per governare un ciclo economico espansivo, non certo per offrire risposte utili per il presente e per l’immediato futuro, almeno sul versante internazionale. Non a caso lo stesso Giddens ha più volte insistito nel corso degli ultimi mesi sulla necessità di superare quella formula, facendo cenno all’urgenza di individuare una Quarta Via. Potrebbe essere questo l’obiettivo culturale e politico della sinistra americana e britannica se alla Casa Bianca andrà Kerry. Ma non si sembra un obiettivo facile da raggiungere. Perché la situazione internazionale e il ciclo economico hanno ben poco in comune con la realtà degli anni Novanta”.

Kerry viene accusato dalla destra repubblicana di essere “troppo francesizzato”, cioè troppo vicino alla cultura europea - più propriamente, troppo bostoniano e cosmopolita, troppo “aristocrazia liberal" (al punto che gli appassionati di alberi genealogici hanno rintracciato una sua discendenza diretta, via Padri pellegrini, dalla nobiltà inglese cinquecentesca, cosa che, peraltro, lo accomunerebbe alla dinastia Bush, la quale non ha davvero nulla di “popolaresco”). Come pensa si comporterà, se dovesse vincere, in politica interna?

Le differenze programmatiche tra Kerry e Bush sono molto ampie, come hanno sottolineato di recente anche dieci premi Nobel americani per l’economia sottoscrivendo un documento nel quale invitano a sostenere il candidato democratico. Del resto le scelte in materia fiscale dell’amministrazione Bush hanno permesso che il surplus finanziario lasciato in eredità da Clinton, pari al 2 per cento del Pil, venisse trasformato in un enorme deficit. I tagli alle tasse voluti dai repubblicani non hanno aiutato in maniera significativa la ripresa economica Usa e, soprattutto, hanno favorito solo le classi più alte. Senza contare che, per la prima volta dai tempi della Grande Depressione, il saldo complessivo dei posti di lavoro è negativo in misura molto ampia: dal 2001 ad oggi, dicono le statistiche, ne sono stati perduti circa un milione e duecentomila.

Kerry ha spesso sostenuto in campagna elettorale che la sua priorità è arrestare questa tendenza, aggiungendo che occorre una netta inversione di tendenza in ambito fiscale e nel campo degli investimenti in favore di quella enorme “middle class” americana penalizzata dalle scelte di Bush. Sotto un profilo politico più generale, sempre sul piano interno, ritengo potrebbe trarre lezione da quanto scrive Joseph Stiglitz nel suo ultimo libro, dedicato ad un’analisi della sua esperienza a fianco di Bill Clinton alla Casa Bianca. “Di tutti gli errori commessi durante gli anni Novanta, i peggiori sono stati quelli dovuti alla mancata coerenza con i nostri principi e all’assenza di una visione di lungo periodo”, sostiene Stiglitz, che accusa i democratici di essersi concentrati troppo sull’obiettivo dell’equilibrio di bilancio e di non aver fatto abbastanza per riformare il sistema sanitario, ridurre la povertà e garantire l’efficienza del welfare. E’ in questi ambiti che Kerry dovrà lavorare, in caso di successo, per marcare in misura evidente la propria differenza dai repubblicani.

E in politica internazionale cosa faranno i Democratici?

Su questa materia Kerry è apparso abbastanza reticente sino all’intervista concessa pochi giorni fa alla Cbs. Durante il colloquio con David Letterman e, in seguito, anche in una serie di interventi pubblici, ha precisato che i suoi primi atti alla Casa Bianca andrebbero in un’unica direzione: assicurare al mondo che l’America non intende seguire un percorso arrogante e unilaterale. E quindi ha aggiunto che, se eletto, metterà a punto un piano per riportare la pace in Iraq e stemperare le tensioni internazionali. Il problema è che, almeno per ora, non ha fornito alcun dettaglio di questo piano. E’auspicabile che lo faccia nei prossimi giorni. Perché una persistente elusività su un punto tanto importante e delicato potrebbe rivelarsi controproducente, rischierebbe di indebolirlo durante le ultime settimane di campagna elettorale.

Tornando al Vecchio continente, quale sarà il destino di Tony Blair e del suo eterno rivale Gordon Brown?

A meno di clamorose sorprese, il loro destino è quello di continuare a governare in coabitazione il Regno Unito dopo le elezioni del prossimo anno, quando i laburisti otterranno quasi certamente un risultato storico: un terzo mandato consecutivo. E’ poi possibile che tra i due riprenda lo scontro interno per la leadership e, soprattutto, per stabilire chi sarà alla testa del New Labour dopo Blair, con l’attuale primo ministro forse intenzionato a candidare per la sua successione Alan Milburn, ex ministro della Sanità appena rientrato nell’esecutivo con l’incarico di coordinare la campagna elettorale del 2005. A sette anni di distanza dalla prima vittoria laburista nel 1997, credo vada comunque sottolineato che sul piano politico i punti di contatto tra la visione di Blair e quella di Brown hanno senza alcun dubbio prevalso su un dissenso che pure, in alcune circostanze, è apparso evidente.

Le scelte strategiche del New Labour sono state compiute di comune accordo e ad entrambi spettano i meriti dei successi ottenuti sul piano interno. Brown, del resto, non ha certo avuto un ruolo di secondo piano nel favorire, alla metà degli anni Novanta, la rivoluzione culturale che trasformò il vecchio Labour, sempre sconfitto dai conservatori a causa di una radicalità programmatica poco attraente per la classe media, in una forza capace di conquistare il consenso degli elettori moderati e, soprattutto, di impostare e gestire un ciclo di sviluppo che ancora non manifesta segnali di rallentamento. I numeri premiano il lavoro di Blair e di Brown: la Gran Bretagna vanta il più alto tasso di crescita in Europa, il minor numero di disoccupati e conti in ordine. Le battute d’arresto del New Labour alle amministrative o alle suppletive hanno radici soprattutto nella scelta del governo di intervenire in Iraq al fianco di Bush, mentre il giudizio sulle riforme volute dall’esecutivo resta buono. La linea politica del New Labour per il futuro appare, insomma, già tracciata nel solco della continuità con quanto già fatto sino ad oggi. E non sarà certo un cambio di leadership, quando avverrà, a farla mutare in maniera davvero significativa.

Esauritasi la spinta propulsiva e appannatasi la stella della “rivoluzione della Third way”, quali sono le tendenze e i temi del dibattito culturale interno alla left britannica? In poche parole, Hutton sostituirà Giddens o gli spin-doctor continueranno a esercitare un ruolo decisivo nell’ambito della sinistra cool inglese?

Penso che anche a questo riguardo sia opportuno operare una distinzione netta tra la politica interna e quella estera del New Labour. Per quanto riguarda il dibattito sulle riforme già realizzate e su quelle allo studio, l’attenzione continua ad essere concentrata sulla ricerca del giusto equilibrio tra Stato e mercato, tra azione pubblica e privata, tra il livello centrale del governo e quello locale, tra la responsabilità collettiva e quella individuale, soprattutto per quanto riguarda il processo in atto di revisione del welfare. Si tratta di ambiti che non vedono differenze nette tra il pensiero di Hutton e quello di Giddens, che fanno apparire i laburisti inglesi decisamente all’avanguardia in Europa.

Diverso è, invece, il discorso sulle scelte fondamentali in politica estera. Qui sembra difficile individuare un punto di sintesi tra le diverse posizioni. Mi limito a citare tre esempi: il rapporto con l’America, il ruolo della Gran Bretagna in Europa, la discussione sull’ingresso del Regno Unito nell’area della moneta unica. Su questi temi all’interno del New Labour ci sono molte posizioni ed è difficile che venga trovata in tempi brevi una linea unitaria. Nonostante si tratti dei nodi più importanti da sciogliere per una sinistra britannica che, almeno nelle intenzioni dei suoi leader, non ha certo messo da parte l’ambizione di proporsi come guida politica delle forze riformatrici dell’intero continente europeo.

 

 

 

 

 

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