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262 - 02.10.04


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A Venezia ha vinto l'Europa
Paola Casella

Malgrado la nutrita presenza del cinema asiatico in concorso - e parliamo di miti del cinema orientale come Hou Hsiao-Hsien e Im Kwon-taek -, malgrado alcuni nomi di spicco del cinema americano nella sezione principale - Todd Solondz, Jonathan Glazer -, all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia ha trionfato l'Europa: Leone d'oro e Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile al film inglese Vera Drake; Gran premio della regia e Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile allo spagnolo Mare dentro; Premio Mastroianni ai due giovani protagonisti dell'italiano Lavorare con lentezza. Solo uno dei premi principali, il meritatissimo Leone d'argento al coreano Binjip, è uscito dai confini dell'Unione.

Vera Drake di Mike Leigh è un dramma di impianto classico, che segue le vicende di una donna di mezza età e di modesta estrazione sociale che, nella Londra degli anni Cinquanta, pratica aborti clandestini senza alcun tornaconto personale, confrontandosi quotidianamente con l'iposcrisia di facciata della società inglese di quell'epoca. Mare dentro narra le vicende di un tetraplegico galiziano che sceglie di terminare la propria vita ponendosi contro la legislazione di un paese laico solo in teoria, la cui giurisprudenza poggia invece ancora su basi fortemente cattoliche. Infine Lavorare con lentezza di Giudo Chiesa ricorda la Bologna fine anni Settanta, dove le ideologie si avvicinano al tramonto e l'energia giovanile scocca le ultime scintille.

Questi film sono europei non solo nella collocazione geografica ma soprattutto nello stile, nonostante almeno uno dei registi - Alejandro Amenábar, autore di Mare dentro - abbia alle spalle esperienze hollywoodiane e non disdegni i metodi e gli stratagemmi narrativi del cinema d'oltreoceano. In che senso possiamo parlare di stile europeo? I tre film già citati, pur nella varietà di ispirazione e "mano" registica, mostrano alcuni elementi comuni. Innanzitutto una certa lentezza, che permette alle singole storie di dipanarsi secondo i loro ritmi: il caso del film di Chiesa (che paradossalmente si intitola proprio Lavorare con lentezza) è occasionalmente più veloce, ma per scelta tematica - la frenesia degli ultimi fuochi della Bologna contestatrice, che si alterna al ritmo più lento delle vicende individuali dei protagonisti.

I dialoghi sono ricchi e ben articolati, mai superficiali, e contengono in sé quell'azione che gli americani delegano interamente al movimento, agli spari e alle evoluzioni degli stuntman. Una volta Almodòvar disse: "I nostri effetti speciali sono le emozioni": anche i film vincitori a Venezia sono stati densi di emozioni, nude ed esplorate nel dettaglio, con una calma e una franchezza che sono ormai tabù nei grandi film hollywoodiani, e infrequenti anche nel cinema asiatico, che è generalmente più rarefatto e più obliquo nella descrizione dei sentimenti (né è la riprova anche Binjip, la favola firmata da Kim Ki-duk vincitrice del Leone d'argento, che è praticamente un film muto, dove si allude ai sentimenti più che mostrarli).

Se si considera che in giuria c'erano Spike Lee e Scarlett Johansson, più due europei in gran parte americanizzati come il regista - presidente di giuria - John Boorman e il montatore Pietro Scalia, nonché la produttrice cinese Xu Feng, è interessante osservare che la scelta è tuttavia caduta su pochi titoli europei che poco attingono al cinema del resto del mondo, e tutto alla tradizione del Vecchio continente.

 

 

 

 

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