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260 - speciale agosto 2004


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Ma la Francia è un'eccezione culturale?
Emmanuel Goût

Emmanuel Goût, ex presidente di Telepiù ed ex manager Fininvest, è ora Presidente e Amministratore delegato di Cinecittà World.Quello che segue è un estratto del suo intervento al convegno "Obiettivo cinema" organizzato a Roma dalla Fondazione Glocus.

Il legame tra stato e cinema in Francia risale ad André Malraux, ministro della cultura nel 1959, il quale creò un conto di sostegno all’industria cinematografica avvicinando il Centro nazionale di cinema al Ministero della cultura. Le difficoltà attuali della cinematografia francese potrebbero essere le risultanti di tre problemi fondamentali, di cui due sono esportabili alla realtà italiana, il terzo invece è più tipicamente francese.
Le due questioni più generiche riguardano il sistema di finanziamento, che ha raggiunto quasi il livello di apnea, e l’evoluzione delle tecnologie di diffusione e riproduzione, che rendono obsoleti i meccanismi attuali. Il terzo, cioè il problema più tipicamente francese, è il sistema di indennità che regola gli “intermittenti” dello spettacolo e tutte quelle professioni che vi gravitano intorno. Dobbiamo ricordare che gli obiettivi del sistema francese erano sia economici che culturali e tali furono anche i risultati, almeno in un primo momento: oggi non è più così, soprattutto dal punto di vista economico.
Gli obiettivi effettivi, corrispondenti alle attese dei corporativismi – le professioni del cinema – sono sempre stati rigorosamente raggiunti ed i film sono diventati sempre più numerosi, quale che sia l’apprezzamento del pubblico. L’obiettivo produttivista – far lavorare le imprese, proteggere i posti di lavoro quali che siano i costi culturali e finanziari – tutto è stato sacrificato per il suo raggiungimento. Così l’industria cinematografica francese, o meglio il sistema di eccezione culturale, diventa il frutto della gestione pianificata tra professionisti e funzionari, i quali costringono il grande e piccolo schermo nella trappola di un sistema che non esiste più, senza preoccuparsi né del pubblico né dello spreco di talenti, energie e soldi.
Ecco i 7 peccati mortali del sistema francese secondo un famoso politico francese di centro destra che è anche un buon conoscitore dell'industria cinematografica:
1) l’ascesa dei costi di produzione, che tra il 1980 e il 200 sono aumentati del 770%;
2) la sovrabbondanza della produzione: cento film l’anno dei quali la metà non mobilita più di 25mila persone;
3) l’inarginabile potere dei corporativismi che, come dimostrano gli ultimi movimenti sociali, sono assicurati e ricevono qualsiasi forma di sostegno sia dalla destra che dalla sinistra: un vero e proprio ricatto alla cultura;
4) una politica, quella dell'eccezione culturale, che fa della Francia stessa un’eccezione e spesso pone problemi nell’ambito delle transazioni internazionali - e qui nasce la rifessione: perché eccezione e non esenzione? Perché solo il cinema e non anche altri prodotti culturali?
5) questa politica culturale corrisponde ad una grande tradizione militare francese: molti conosceranno il concetto della linea maginot, che avrebbe dovuto difenderci dall’invasione tedesca e che invece è sempre stata aggirata. Lo stesso è successo con le invasioni hollywoodiane delle reti televisive francesi;
6) quella francese è una politica che fa pagare un prezzo molto elevato anche alla nostra diplomazia: la difesa dell’eccezione culturale ha il suo prezzo di scambio, che si traduce in una sicura perdita su altri versanti;
7) l’eccezione culturale in prospettiva europea non favorisce gli scambi: nonostante quello che può sembrare in Italia, che è un ottimo mercato per il cinema francese, con una penetrazione del 6%, nel resto d’Europa e del mondo la presenza del cinema francese è minima, con quote del 3,7% in Spagna, dell’1,6% in Germania, e omeopatica nel resto del mondo. Risultati molto scarsi, se consideriamo che nel 1912-'13 il cinema francese era presente sull’85% degli schermi mondiali.
Il politico propone allora, per la comprensione della situazione francese, la metafora del gallo, dello struzzo e del pellicano. Il gallo è l’orgoglio francese: siamo il secondo cinema del mondo, dicono in Francia, senza preoccuparsi della confidenzialità omeopatica del cinema francese all’estero e dei numerosi flop di massa sul territorio nazionale. Vogliamo pensare che i nostri film e i nostri festival di cinema francese possano sostituirsi al biglietto di entrata delle sale? Questo lo struzzo che si rifiuta di vedere la realtà.. Il pellicano, infine, è lo stato, primo sportello di finanziamento del cinema francese: il contenuto stesso dei film ne è influenzato, perché a decidere delle sceneggiature sono le commissioni o, nel migliore dei casi, le reti televisive.
Una rivoluzione copernicana va organizzata. Le regole della democrazia al servizio della cultura devono opporsi allo sfascio demagogico e agli interessi corporativisti: Canada e Danimarca offrono due interessanti spunti di riflessione, visto che tengono conto anche del gusto del pubblico e che prevedono meccanismi sancitori. Su questo in Italia, nell’ambito della legge sul cinema, si stanno facendo alcuni sforzi di modernizzazione.
Luc Besson ritiene che, affinché il cinema francese possa continuare a crescere, è necessario che almeno ogni mese un film francese riesca a interessare il pubblico. La sua società di produzione, fuori dei meccanismi assistenzialistici, rappresenta indubbiamente una strada imprenditoriale: il cinema non si limita agli sceneggiatori, ai produttori, agli artisti, ai tecnici, ci sono anche i distributori, le sale, gli studios, i critici e soprattutto il pubblico.
In un convegno a Perugia evocai a suo tempo un paragone con il protezionismo che ha regolato l’import di macchine giapponesi in Europa e in particolare in Italia: l'apparato produttivo italiano non sarebbe stato in grado di competere con automobili più sicure, più belle e quindi fu decisa una barriera. Questo ebbe un esito positivo, fornendo l’incentivo ai grandi produttori europei a modernizzare i loro veicoli: quando caddero le barriere protezionistiche, Fiat e Peugeot avevano creato delle auto ormai più competitive, riuscendo ad impedire un’invasione dall’oriente. Applicare i modi della produzione cinematografica francese all’industria automobilistica sarebbe invece come produrre 4 milioni di auto per 3 milioni di utilizzatori e quindi buttare 1 milione di macchine.
Il nostro ruolo oggi è invitare ad una profonda riflessione su come ottimizzare il rapporto tra cinema, finanziamento e pubblico, sottolineando l’effetto positivo dell’affermazione dell’eccezione culturale. Non vedo perché solo il cinema debba godere di questi privilegi: la musica, la letteratura, anche alcuni cibi, devono essere considerati al di fuori dei trattamenti standard (riservati ai prodotti industriali, ndr).
Un esempio positivo ci viene dalla Russia: senza trovarsi in presenza di meccanismi particolari a favore del cinema, quest’anno la Russia, per la prima volta, produrrà tre film con budget superiori ai 10 milioni di dollari. Al botteghino russo, la settimana scorsa, un film russo – Nightwatch – ha battuto Spiderman 2: in un paese non così lontano, gli imprenditori hanno deciso di investire nel cinema per fare film vincenti sul loro territorio e sul territorio internazionale.


 

 

 

 

 

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