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259 - speciale agosto 2004


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Cent’anni tra il bene e il male
Luca Sebastiani

Tzvetan Todorov,
Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico,
Garzanti, pagg. 408, euro 10,00

Qual è l’eredità del secolo appena trascorso? Cosa ha segnato il corso del Novecento? Al volgere del millennio in pochi si sono sottratti alla tentazione di dare una risposta “esauriente” a questi interrogativi. Spesso, però, la selezione dei fatti del passato e la costruzione del loro senso sono serviti più che altro a puntellare personalissime tesi sul presente e il futuro, trasformando il discorso storico in un mezzo operativo che ha appiattito il lungo periodo sull’attualità, sulla contingenza della lotta politica contemporanea.

Per un africano o un abitante del Sud del mondo il Novecento sarà stato il secolo della decolonizzazione; per un armeno quello del genocidio del proprio popolo. Per qualcun altro sarà stato il secolo della tecnica; per altri quello in cui è iniziato il movimento di liberazione delle donne; per altri ancora quello della medicina, della scienza, delle guerre mondiali, dell’arte astratta, della musica seriale, ecc. Per l’abitante dell’isola che non c’è, infine, sarà stato un secolo come il precedente e come quello che lo seguirà.
Si vede bene che a una distanza così ravvicinata un discorso che possa avviarsi sulla strada dell’oggettività rimane un compito arduo. Noi stessi, i nostri padri e i nostri nonni abbiamo avuto un’esperienza particolare del Novecento ed è inevitabilmente questa a determinare il punto di osservazione a posteriori. Ogni bilancio storico del secolo trascorso dovrebbe allora palesare preliminarmente la propria particolare parzialità, così come fa Tzvetan Todorov nel prologo di Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico, volume appena ristampato da Garzanti in edizione tascabile.

Libro documentario, libro inchiesta che si muove tra storia e filosofia politica, il volume, con il quale Todorov vinse il Premio Nonino 2002, rispecchia il metodo dello scrittore bulgaro il quale ha sempre rivendicato il proprio diritto all’attraversamento delle discipline come mezzo di rottura degli schemi ideologici prestabiliti.
Nato e vissuto per una parte della sua vita in Bulgaria, francese d’adozione, Todorov, europeo doc, vede che “l’avvenimento centrale” del secolo scorso non può che essere “la comparsa di un nuovo male, di un regime politico inedito, il totalitarismo, che, al suo apogeo, ha dominato buona parte del mondo”, e quello che intende interrogare e riempire di senso è proprio “la lezione dello scontro fra il totalitarismo e il suo nemico, la democrazia”. Il campo d’indagine è delimitato dalla data della nascita del primo regime totalitario della storia, quello bolscevico nel ’17, e dall’implosione di questo nell’89. In mezzo, la nascita degli altri regimi, quello nazista in primis, e la lotta con la democrazia con tutte le variazioni delle alleanze possibili, compresa quella tra nazisti e comunisti con il patto Molotov-Ribbentrop.

Prima morale: la comparsa del totalitarismo ha messo in questione una certa idea teleologica della storia, ancora fortemente in voga, secondo cui questa non sarebbe altro che una progressione lineare continua, ascendente. Questi regimi comparsi nel cuore dell’Europa hanno segnato il passo rispetto a ciò che li precedeva, erano sicuramente peggiori e ciò dimostra come la storia non sia sottoposta ad alcuna semplice legge “né, forse, ad alcuna legge tout court”.
Le democrazie liberali che oggi conosciamo non sono che il frutto di un lungo processo che ha portato all’affermazione di due principi fondamentali: l’autonomia della collettività e quella dell’individuo. L’autonomia politica della collettività si realizza nella rivoluzione francese e in quella americana. In Francia il potere viene strappato dalle mani dei monarchi e viene riposto in quelle del popolo, “tuttavia il risultato non è brillante: il terrore regna al posto della libertà”. Il potere del popolo è rimasto assoluto come quello dei sovrani, l’autonomia collettiva non è stata limitata da quella dell’individuo.

“L’individuo, non meno della collettività – scrive Todorov – aspira all’autonomia; per preservarla, bisogna proteggerlo non solo dai poteri a cui non partecipa, ma anche dai poteri del popolo: questi ultimi devono estendersi fino a un certo limite (il «bene comune»), ma non oltre”. È l’unione, la mediazione tra collettivo e individuale attraverso il pluralismo di una Stato laico che sancisce la nascita della modernità politica.
La democrazia è sin dall’inizio accusata dai conservatori per il suo individualismo che distrugge i valori comuni e il tessuto sociale della comunità, creando orde di solitari infelici e nichilisti. Queste critiche rimangono innocue fino a quando rimangono nell’alveo della nostalgia (il passato era meglio del presente, lo affermavano anche Flaubert e Baudelaire), “le cose cambieranno nella seconda metà del secolo, quando l’ideale sarà estratto dal passato e proiettato nel futuro. È in questo contesto che si preparerà il progetto totalitario. Esso riprenderà in effetti le critiche che i conservatori rivolgono alla democrazia – distruzione del legame sociale, scomparsa dei valori comuni – e si proporrà di rimediarvi con un’azione politica radicale”.
Tra documenti, storia, filosofia e politica, Todorov indaga il carattere di questi regimi, mettendone in luce gli aspetti ideologici quali lo scientismo, il velo del mito comunitario che cela società fortemente gerarchizzate, il monismo assoluto che si contrappone al pluralismo democratico con l’assolutizzazione del capo e del partito, e che si conservava attraverso il terrore, la censura e il disconoscimento dell’alterità.

Ma ora che la Democrazia ha vinto sul totalitarismo, possiamo dirci immuni da questo pericolo? Per lo scrittore bulgaro assolutamente no, visto che negli anni Novanta è tornata a diffondersi la “tentazione del bene” con le varie guerre umanitarie e bombe intelligenti. La tentazione di quel bene che in molti credevano di comprendere nel passato e per raggiungere il quale si sono giustificate tutte le nefandezze possibili. Non bisogna guardarsi solo dalle tentazioni del male, come dicevano i pensatori cristiani, ma spesso anche da quelle del bene.

Il secolo passato non è stato, ovviamente, solo tenebra e Todorov lo sottolinea contrappuntando i capitoli del libro con le biografie di alcune figure che hanno rappresentato in qualche modo il versante “luminoso” dell’umanità. Vasilij Grossman, Margarete Buber-Neumann, David Rousset, Romain Gary, Germane Tillion, ma anche Primo Levi. In quest’ultimo e nella sua categoria della “zona grigia” Todorov coglie una profonda verità dell’animo umano: non esistono il bene e il male assoluti, il bianco da una parte e il nero dall’altra; non esistono uomini del bene e uomini del male; in ognuno c’è un po’ dell’uno e un po’ dell’altro e tutti rientriamo, con le varie gradazioni di tonalità, nella zona grigia. Antimanicheo e umanista, Todorov è convinto, con Montagne, che l’esistenza umana resterà sempre, per fortuna, aggiungiamo noi, “un giardino imperfetto”.

 

 

 

 

 

 

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