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259 - speciale agosto 2004


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Come un mosaico.
La fotografia di August Sander
Mauro Buonocore

“La fotografia è come un mosaico: raggiunge una sintesi solo quando si può mostrarla tutta insieme”. E davvero, visitando la mostra “Ritratti. Fotografie di August Sander” ai Musei Capitolini di Roma, sembra di passeggiare tra le pietre di un mosaico: si cammina tra pareti sulle quali sono esposte decine e decine di fotografie e ognuna di queste occupa da sola uno spazio autonomo, proprio, e di ogni singola immagine si può apprezzare la fattura, la luce, la nitidezza dei contrasti tra i chiari e gli scuri. Ma allo stesso tempo ciascuna foto assume un valore assoluto, universale, se inserita nel contesto del progetto che l’ha partorita, un progetto che aveva l’ambizione di realizzare il ritratto di un’intera società attraverso i volti di singoli uomini, di singole donne.

Per Sander, uno tra i maggiori fotografi europei, vissuto tra il 1876 e il 1964, la fotografia era come un mosaico ma era anche uno strumento per indagare il mondo circostante e riprodurlo nelle sue dimensioni universali, proponendo la visione di un intero, di un totale composto da mille particolari. “Non ha senso guardare una sola foto”, sembra dire Sander a chi cammina di fronte ai suoi lavori, “non fermate la vostra attenzione sul volto di questo contadino, né sull’abito di questo avvocato: guardateli tutti, uno alla volta, per poi metterli insieme e avere così l’insieme della società cui apparteniamo. Questa è la Germania in cui viviamo”.

Nel 1929 il fotografo tedesco pubblicò un lavoro che aveva l’obiettivo di raffigurare la società tedesca di quegli anni e ritrarre volti di singoli o gruppi di persone che potessero racchiudere le caratteristiche tipiche di intere categorie sociali. Il titolo della raccolta era Antlitz der Zeit, Il volto del tempo la cui ricerca rappresentava il fulcro dell’idea che guidava il fotografo dietro l’obiettivo.

Raccolto allora in categorie precise, quasi tassonomiche, il lavoro di Sander ci mette di fronte agli occhi ritratti di contadini e delle loro famiglie, di artisti e della vita metropolitana, di borghesi di città, di industriali e dei loro eredi, di ambulanti e di artisti di strada. Quello che il fotografo lascia all’occhio di chi guarda le sue foto è il lavoro di riunire nella propria mente le tessere appese alle pareti della mostra in un mosaico che sia il ritratto compiuto della società. Frammentato in facce che hanno ciascuna qualcosa di assoluto - e che ripropongono il contadino, il borghese, l’industriale, l’operaio - il mosaico acquista forma ricomponendosi con l’osservazione di chi, di fronte a questi ritratti, saprà mettere insieme gli abiti dei poveri di campagna con le giacche perfettamente stirate dei signori di città, le macchine agricole che appaiono a volte sullo sfondo con gli eleganti interni di un salotto, le strade polverose con i cortili delle fabbriche; il mosaico sarà completo quando avremo notato che la pelle del contadino, crepata al sole del lavoro sui campi, si ammorbidisce un po’ sui volti degli studenti dell’università e si fa e morbida e disinvolta per il giovane uomo d’affari. Allora avremo raggiunto uno sguardo complessivo sulla Germania dei primi decenni del secolo, e nel panorama generale sapremo riconoscere le gradazioni diverse della natura umana contenute nella complessità della società contemporanea.

L’occhio di Sander guarda al reale, lo cerca in volti che elegge ad archetipi ed esemplari che racchiudono il significato di un’esistenza collettiva, di un’intera categoria sociale. Alcuni, oggi, fanno rientrare Sander tra gli esponenti della Neue Sachlichkeit, quella Nuova Oggettività che nella Germania degli anni Venti si rivolgeva alla realtà per descriverla nei suoi termini più crudi. Ma per capire bene l’opera di Sander seguiamo le parole che ha scritto per lui Alfred Döblin (una piccola perla da leggere tra le pagine del catalogo della mostra edito da Electa). Esistono tre gruppi di fotografi, scrive Döblin: “Ci sono fotografi che vedono artisticamente e per i quali il volto è soltanto materiale per un quadro; mirano a effetti di tipo artistico. (…) Poi ci sono fotografi che prosperano come piante di prato o di bosco lungo ogni strada (…) Cercano di dare un quadro il più possibile ‘somigliante’ della persona che si trova loro davanti, cioè sulla lastra dovrebbe essere fissato l’aspetto personale, privato, peculiare di quella persona. (…) E poi viene il terzo gruppo di fotografi. (…) che fa parte coscientemente dei seguaci del realismo”. E a questi, continua Döblin, appartiene Sander e tutti coloro per i quali il realismo non sta nella somiglianza del ritratto all’originale, non sta nella riconoscibilità del soggetto sulla foto rispetto alla sua reale natura, quanto piuttosto sta nel rappresentazione dei caratteri di una società intera, delle sue diversità, dell’universalità e della varietà della natura umana che la compone.

Ritratti. Fotografie di August Sander

Roma, Musei Capitolini,
dal 7 luglio al 19 settembre 2004-07-21
http://www.museicapitolini.org.

 

 

 

 

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