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255 - 12.06.04


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Quelle fotografie siamo noi.

Martina Toti


Vivere significa essere fotografati. Davanti a una torta di compleanno, o davanti a un caldo paesaggio estivo. Oppure davanti all’ultimo torturato iracheno, possibilmente in posa e con un ghigno stampato sulla faccia. Il ghigno è, ovviamente, dedicato alla foto-camera.
Susan Sontag - scrittrice americana tra le più conosciute - dedica a questa dura constatazione gran parte del lungo articolo Regarding the Torture of other, pubblicato sul N.Y. Times Magazine del 23 maggio.

Attivista dei diritti umani e autrice di alcuni saggi tra cui Sulla Fotografia (Einaudi, 2004) e più recentemente Davanti al dolore degli altri (Mondadori, 2003) - al quale l’articolo si ispira, Susan Sontag scrive che quell’espressione di soddisfazione dei soldati americani di fronte a vittime irachene nude e indifese è solo una parte della storia. Dietro c’è, in realtà, una soddisfazione profonda data dall’essere stati immortalati in un’immagine. E, più dietro ancora, c’è un’idea perversa di divertimento, che - contrariamente a quanto George W. Bush assicura - fa ormai parte “della vera natura, del cuore dell’America”.

Già quando scriveva On the Photography, la Sontag rilevava che “essere educati attraverso le fotografie è diverso dall’essere educati attraverso immagini più antiche e artigianali. Per un motivo almeno: ci sono tantissime immagini in più intorno a noi che reclamano la nostra attenzione”. Si è affermato così un nuovo codice visivo: la fotografia ha, infatti, alterato le nostre percezioni su che cosa vale la pena guardare e che cosa abbiamo il diritto di guardare. “Le fotografie rappresentano una grammatica o, ancora più importante, un’etica del vedere”. Ci danno l’idea di poter trattenere tutto il mondo nella nostra testa “come fosse un’antologia di immagini”.

Sono passati trent’anni, ormai, dall’uscita di quel saggio. Era il 1973. Oggi è l’era del reality-show. Tanti – soprattutto negli Stati Uniti - registrano meticolosamente ogni attimo della loro vita su immagini digitali da distribuire in giro via e-mail. Tanti non si allontanano mai dalla propria webcam. Il salto da una webcam in camera da letto alle foto-camere del carcere di Abu Ghraib potrebbe sembrare troppo lungo. Eppure è stato davvero brevissimo. Non a caso molte delle fotografie messe sotto accusa mostrano immagini con una fortissima componente sessuale. La Sontag ammonisce a non commettere l’errore di separare il disgusto per quello che le fotografie mostrano dal disgusto per il fatto che quelle fotografie sono state scattate. Sempre in On the Photography, la scrittrice affermava: “Le fotografie forniscono una prova. Qualcosa che noi veniamo a sapere, ma di cui dubitiamo, sembra essere provato quando ne viene mostrata una fotografia. Uno degli aspetti utili della macchina fotografica consiste nel fatto che essa incrimina.”. E questa volta non incrimina solo i torturatori, i soldati cattivi, ma incrimina la nostra stessa cultura.

Nell'era della fotografia, alla realtà si chiede sempre di più. La realtà può non essere abbastanza spaventosa, e perciò va potenziata. Si diceva infatti di una strana idea di divertimento, perversa e brutale che traspare dalle fotografie di Abu Ghraib. Un’idea che non è solo quella dei soldati torturatori, ma è anche quella che spopola in America. Tra i giovani fan di video-game violenti – uno fra tanti il famigerato Interrogating the terrorists. Tra i “nonni” delle confraternite universitarie. Tra le gang di quartiere. “In America fantasie e atti di violenza sono diventati un piacevole intrattenimento”, denuncia la Sontag. Divertente da morire.

Un uomo chiama Rush Limbaugh – contestato ma ascoltatissimo conduttore radiofonico statunitense - durante il suo show: “impilare uomini nudi è un giochetto da confraternita”. Limbaugh risponde: “Esattamente, è proprio quello che penso. Non è diverso da quello che succede a un rito di iniziazione degli Skull and Bones, e noi dovremmo rovinare la vita di quei ragazzi, dargli addosso semplicemente perché si sono divertiti. A questa gente sparano addosso ogni giorno. Si stavano divertendo. Hai mai sentito parlare di ‘sfogo emotivo’?” Risposta davvero sconcertante. Sui misteriosi obiettivi degli Skull and Bones – una società segreta ed elitaria fondata a Yale nel 1832 tra gli studenti dell’ultimo anno, che tuttora continua le sue attività con l’appoggio degli uomini più potenti del mondo - Bush e Kerry, secondo la Cbs, ne avrebbero fatto parte entrambi- ci si potrebbe scrivere un libro – e c’è chi l’ha già fatto. Ma su questo “sfogo emotivo” a cui allude Limbaugh un libro non basterebbe.
In Regarding the pain of other Susan Sontag ha scritto: “Quanto a chi guarda, (…) beh, è possibile scrutare a lungo quelle facce senza riuscire a comprendere il mistero, e l'indecenza, dello spettacolo a cui siamo chiamati ad assistere.” Diamo un’occhiata alle fotografie di Abu Ghraib. Consideriamole in un’ottica diversa. Come davanti a uno specchio. Quelle fotografie siamo noi.



 




 

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