255 - 12.06.04


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L'Europa? Un sogno sudamericano

Daniel Burman con Paola Casella


Un figlio sempre in fuga, che sogna di lasciare l'Argentina riacquistando la nazionalità polacca dal nonno scampato all'Olocausto. Un padre che ha lasciato Buenos Aires per andare a combattere, e poi a vivere, in Israele, da dove cerca di ricontattare il figlio abbandonato in fasce. E' questa la coppia al centro di El abrazo partido (L'abbraccio perduto), l'ultimo film del regista argentino Daniel Burman, ma lo scopriremo solo poco a poco: per tutto il film seguiremo Ariel - il figlio, interpretato dall'uruguayano Daniel Hendler, che per questo ruolo ha meritato il premio come Miglior attore all'ultimo Festival di Berlino - nel corso delle sue peregrinazioni attraverso un centro commerciale, La Galeria, un ricettacolo di varia umanità: paraguayiani, boliviani, italiani, coreani, e la nutrita comunità ebraica della quale fanno parte sia Ariel che il regista del film.

Daniel Burman ha solo trentun'anni, ma è già alla sua quarta regia, ha partecipato a numerosi festival internazionali e con El abrazo partido ha appena vinto l'Orso d'Argento-Gran Premio della Giuria a Berlino. E' anche produttore: insieme a Robert Redford - Burman aveva sviluppato la sceneggiatura di un suo precedente film, Todas las azafatas van al cielo, con il sostegno del Sundance Institute - ha coprodotto I diari della motocicletta del brasiliano Walter Salles, e ha partecipato - accanto ad Amedeo Pagani che, con la sua Classic, coproduce tutti i film di Burman - alla produzione di Garage Olimpo di Marco Bechis.

Il suo approccio al cinema e alla vita è cosmopolita da sempre, e Burman trova in Europa i finanziamenti per tutti i suoi film: oltre alla Classic per l'Italia, partecipano alla coproduzione la Paradis Film francese e la Wanda Vision spagnola. "Quando vengo in Europa a negoziare una coproduzione", dice il regista, venuto a Roma per presentare El abrazo partido, "le trattative sono simili a quelle che conduco in Argentina. Il rapporto è semplice e lineare, lo scambio è chiaro ed equo: io ti do un chilo di pere e tu mi dai un chilo di mele. Quando tratto con i nordamericani, invece, non so mai di che cosa stiamo parlando. Per vendere un film in Europa non ho bisogno di fare il nome di grandi star, mentre negli Stati Uniti bisogna sempre promettere la luna".

Per il protagonista del suo film, la luna sembra invece essere l'Europa.

L'Europa, per la generazione di Ariel (classe 1973, ndr), rappresenta una sorta di fantasia di fuga, anche se quelli che, dall'America Latina, ci sono andati davvero spesso sono tornati delusi perché è un esilio economicamente difficile da affrontare. La parte autobiografica del film riguarda proprio il desiderio del protagonista di acquisire una nazionalità europea: quando ero più giovane, nel bel mezzo della crisi argentina, come molti miei coetanei ho cercato di diventare europeo, e siccome l'unica parentela che potevo vantare nel vecchio continente era un nonno polacco, ho cercato di ottenere il passaporto per la Polonia. Non essendo mai stato in Europa, non distinguevo comunque un polacco da un italiano o da un francese.

Ma perché l'Europa esercita un'attrattiva così forte per un argentino?

Non si tratta tanto dell'Europa in sé, quanto del fatto di poter coltivare una speranza in un momento di crisi. In questo senso l'Europa era diventata una specie di El Dorado, un luogo dell'immaginazione che funzionava come un guscio protettivo per chi, come noi, si trovava ad affrontare un brutto periodo.

Nel suo film, l'Europa fa da specchio all'Argentina e l'Argentina fa da specchio all'Europa. Quanto era importante questo gioco di specchi all'interno della trama?

Era fondamentale, tant'è vero che era molto dettagliato anche in sceneggiatura - una sceneggiatura di ferro, che ho scritto insieme a Marcelo Birmajer (e che è stata premiata al Festival di Rotterdam, ndr) - e che è stato ripreso visivamente attraverso la scenografia e la regia: molti personaggi vedono la loro immagine riflessa sulle vetrine del centro commerciale, che a loro volta si riflettono l'una nell'altra. La storia di El abrazo partido funziona per cerchi concentrici, e la complessità delle relazioni fra i personaggi si rivela solo poco a poco. E' un film pensato come un trompe l'oeil, con tanti tranelli per sviare e poi riacchiappare gli spettatori.

La Galeria è una sorta di microcosmo etnico dove convivono varie etnie. Mi ha ricordato Alila di Amos Gitai, che raccontava la convivenza sofferta di varie etnie in un quartiere di Tel Aviv. Con la differenza che in El abrazo partido prevale l'armonia.

Sì, nelle mie intenzioni La Galeria è una metafora per la mescolanza pacifica delle varie etnie in Argentina. Noi siamo abituati alla compresenza del diverso, e la tolleranza è un atteggiamento che ci viene spontaneo. Ci può capitare di detestare uno perché non ci piace la sua faccia o la sua auto, ma non perché non ci piace la sua nazionalità o la sua razza. In questo siamo diversi dall'Europa, che è ancora una società esplusiva: la società argentina tende all'integrazione.

Il cinema argentino sta attraversando una fase felice: penso, oltre a lei, a Lucretia Martel, che ha partecipato al Festival di Cannes con La niña santa, o a Juan José Campanella, il regista de Il figlio della sposa, che nel 2002 è stato candidato all'Oscar come Miglior film straniero.

Il cinema argentino attualmente gode di buona salute, e sta trovando un mercato sia in patria che all'estero. Paradossalmente si è sviluppato durante gli anni della crisi, in modo autarchico, senza l'aiuto dello stato. Dico paradossalmente perché di solito le cinematografie forti sono quelle che trovano un sostegno nell'apparato statale. Per fortuna è stata appena passata una nuova legge che offre sostegno alla cinematografia nazionale, anche se è una legge non ancora commensurata alle esigenze vere del cinema e allo stato di sviluppo del mio Paese. I finanziamenti al cinema provengono comunque per la maggior parte dalla tassa applicata sul costo dei biglietti, non dal budget totale dello stato, che ha ben altre priorità. Per quanto riguarda il successo del nostro cinema all'estero, va detto che ci sono ancora molti film argentini di ottima qualità che non riescono ad uscire dai confini nazionali per banali problemi di costi.

Qual è la cinematografia che l'ha maggiormente influenzata?

Qualcuno mi ha soprannominato il Woody Allen argentino, un po' perché sono anch'io ebreo - anche se mi definisco un ebreo agnostico - un po' perché uso lo humour, anche quello yiddish, per parlare di temi difficili. Mi piace molto Woody Allen, lo considero uno dei grandi scrittori del Ventesimo secolo - mentre lo stimo meno come regista - e credo che abbia avuto il grande merito di restituire importanza alla parola nel cinema, che deve essere solo immagine. Ma la sua influenza sul mio lavoro si ferma lì, e di sicuro non cerco di imitarlo. Ho subìto l'influenza di molte altre cinematografie, fra cui quella italiana: infatti in El abrazo partido ho inserito un omaggio a I girasoli e, contestualmente, a Marcello Mastroianni e Sofia Loren. Più che un'influenza cinematografica, comunque, parlerei di influenza morale: il coraggio di parlare di questioni molto semplici che riguardano la vita quotidiana, dell'umanità a livello minimo, della situazione politica e sociale di un Paese attraverso la sua gente.

Cosa significa per lei fare cinema?

Sono un grande edonista, provo proprio un piacere fisico a raccontare storie, a scrivere una sceneggiatura e a manovrare la macchina da presa. Per un ebreo agnostico come me, è come trovare il paradiso in terra.

Qualcuno si è stupito del fatto che nel suo film figurino molte musiche tradizionali, ma neanche un tango.

(Ride) Il tango è lo stereotipo europeo di ciò che costituisce la musica tradizionale argentina. E' vero, abbiamo Astor Piazzolla, che era un musicista straordinario. Ma l'Argentina è molto più del tango, basta solo avere la curiosità di ascoltare.

 



 


 

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