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253 - 15.05.04


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L'ironia come affermazione di vita

Miklós Jancsó con Paola Casella


Miklós Jancsó è il grande maestro del cinema ungherese. Classe 1921, è conosciuto nel mondo soprattutto per la trasposizione cinematografica del romanzo di Isaac Babel' L'armata a cavallo (ma in Italia anche per il cult movie Vizi privati, pubbliche virtù e alcuni altri film girati a Roma negli anni Settanta) ed è stato premiato alla carriera a Cannes nel '79 e a Venezia nel '90. Dal 1998 insegna alla Scuola d'Arte Drammatica e Cinematografica di Budapest.

Jancsó ha appena presentato all'Accademia d'Ungheria di Roma il suo film Destati compare non dormire (2003), l'ultimo della serie che vede protagonisti i due becchini Kapa e Pepe, e ha anche inaugurato la rassegna Il Sipario Strappato, Euro-visioni dall'Europa allargata, dedicata al cinema, alla televisione e al video d'autore dei dieci nuovi membri dell'Unione.

"Sempre più spesso si parla della nostra entrata nell'Unione come di un'entrata in Europa", esordisce Jancso. "Ma l'Ungheria è in Europa da sempre, anzi, ha contribuito in maniera importante alla storia e alla cultura di questo continente".

Quali sono secondo lei gli elementi che l'Ungheria vuole portare nell'Unione?

Il senso della storia, appunto, e l'orgoglio per il passato. L'Ungheria era una volta un grande Paese e questo senso di grandezza è rimasto nell'animo dei suoi abitanti. Nell'Unione, l'Ungheria può anche portare la diversità, perché è un paese dove si sono integrate varie culture, da quella germanica a quella inglese. In più è un Paese di religione ortodossa, e anche questo è un fattore che accresce la diversità nell'Unione.

A proposito di religione: qualcuno ha scritto che lei legge ogni giorno la Bibbia. E' vero?

Non è stato vero sempre. La leggo in questi giorni, perché un signore australiano che fa il mio mestiere, ma che esiterei a definire un collega, ha appena girato un film sulla Passione di Gesù, e ora mi sento in dovere di documentarmi per dire la mia sull'argomento.

I suoi film viaggiano spesso fra presente e passato. Nei più recenti addirittura presente e passato coesistono, senza apparente soluzione di continuità.

Questo perché per noi la storia ha ancora un grande peso sulle azioni di oggi, è viva nella memoria della gente, viaggia insieme a noi. Quello di far convivere presente e passato è un gioco, ma riflette lo stato d'animo degli ungheresi, per i quali la seconda guerra mondiale, ad esempio, è ancora molto attuale.

Come viene accolto in Europa il cinema ungherese?

E' un cinema che vive soprattutto all'interno del circuito dei festival, ma è l'accoglienza che riceve è quasi sempre positiva. Il circuito dei festival aiuta a mantenere quella diversità che è il sale della cultura cinematografica europea.

E' difficile fare il regista in Ungheria?

Abbastanza, siamo un Paese piccolo con risorse economiche limitate. Ma questo non impedisce di perseverare né a noi della vecchia guardia né ai giovani - e ci sono molti giovani autori ungheresi geniali, che hanno tante cose da dire.

Voi della vecchia guardia li aiutate?

Sì, anche se non abbiamo la presunzione di insegnare loro qualcosa, nemmeno nel contesto della Scuola d'Arte Drammatica e Cinematografica: come in famiglia, non si insegna con le parole, ma con il comportamento, se si è stati un buon esempio. Comunque anche i giovani sono di incoraggiamento per noi: l'aspetto positivo della cinematografia ungherese è che ci conosciamo tutti e ci diamo tutti una mano a vicenda.

Il cinema ungherse è anche politico?

(Ride) Nella misura in cui il cinema costa, è per forza anche politico.

I suoi film sono sempre molto ironici.

L'ironia è un'arma di sopravvivenza, un'affermazione di vita. L'Ungheria ha subìto varie dominazioni, da quella turca a quella austriaca a quella russa. Se non avessimo avuto senso dell'umorismo, non avremmo potuto resistere. Per questo dietro alle battute ungheresi c'è spesso molto dolore. Anche questo contiamo di portare in dono all'Unione europea.

Lei gira spesso con gli stessi attori e appare personalmente nei suoi film. Come mai?

E' una scelta economica. I miei film sono girati con pochi soldi, e quindi è necessario avere intorno un cast di attori e di tecnici fidati e disponibili. Nel Barbiere di Siberia del mio amico Michalkov apparivano le grandi masse, ma a recitare era gran parte dell'esercito russo. Da noi per fortuna l'esercito non esiste neanche più, e comunque, secondo la mia esperienza storica, fare film con il sostegno dell'esercito non è un buon segno.

Pensa che l'entrata nell'Unione farà da argine a quella corrente di antisemitismo nei Paesi dell'Est che lei spesso racconta nei suoi film?

L'antisemitismo in Ungheria è aumentato proprio mentre diminuiva nei Paesi dell'occidente europeo. Non posso che augurarmi che l'entrata nell'Unione stimoli lo stesso processo che si è innescato all'Ovest.

Teme che l'entrata nell'Unione possa rappresentare una perdita dell'identità nazionale ungherese?

Non è possibile perdere la propria identità nazionale. Non succederà né a noi né a nessuno degli altri Paesi che stanno per fare il loro ingresso nella UE, come non è successo all'Italia o alla Spagna o alla Grecia.

E' ottimista per il futuro dell'Europa?

Sì, a patto che l'Europa scelga di rimanere vera, e di tutelare alcuni valori condivisi: lo spirito democratico, il rispetto per la libertà, e quelal forma di umanesimo che fa parte della nostra tradizione.

 






 

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